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DOPO IL 13 MAGGIO 2001
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Sembra ormai da tutti accettato il principio secondo
cui il sistema politico italiano vada assestandosi entro le due differenti
aree di centrosinistra e centrodestra che si sono affrontate nella recente
campagna elettorale in un quadro il cui maggiore o minore grado di
conflittualità ideologica di fondo si vedrà nei giorni a venire, mentre,
tuttavia, già il contrasto sul protocollo ambientale di Kyoto appare di
natura piuttosto radicale.
A molti sembra poi che non si possa trovare
contrapposizione più evidente ancora tra le differenti
"culture" dei due schieramenti; quella dell'intellettuale
organico simbolo della sinistra Moretti e quella dalla comicità intrisa
di arguzia agreste di Benigni in opposizione a quella dell'universo
Fininvest, magazzino a sua volta organico di sottocultura governato dal
narcisismo del parvenu fattosi protagonista, in perfetta consonanza con
l'immagine di sé che il leader Berlusconi ha proiettato sul paese. Forse
però non è del tutto chiaro come questo nuovo principio estetico-sociale
dell'autoriflessione e persino della spettacolarizzazione dell'intimità
dell'io costituisca in fondo la stessa trama sottesa all'immaginario degli
esponenti, registi, autori, artisti, della sinistra e della loro
"sottocultura". Si veda ad esempio il testo della lunga
intervista rilasciata da Moretti ai Chaiers du Cinema e tradotta sul
numero di Maggio di Internazionale.
Da parte dell'intellettuale che si è incaricato di farsi portavoce della
delusione del centrosinistra e anche della deplorazione-accusa al nemico
interno, il solito "comunista" di turno, ci si sarebbero
aspettati dei commenti circa la sua opera che potessero rivestire un
qualche interesse in merito alla analisi del sociale, se non proprio che
dicesse "qualcosa di sinistra". Invece niente di tutto questo;
Moretti ci propina null'altro che sé stesso, "il suo cuore messo a
nudo" come nella più ordinaria tradizione
romantico-ottocentesca. Tantomeno egli si attarda in lezioni di regia alla
Ejzenstein, alla Losey o alla Renoir, ma ci fornisce invece un campionario
di sensazioni e sentimenti impressionistici e individualistici quanto mai,
uniche guide, a quanto pare, alla scelta di una scena, di una
inquadratura. del lavoro di un attore, convinto come sembra essere,
nonostante le autosmentite, che il diario della sua privata esistenza si
possa ergere a parametro della condotta etico -politica di ciascuno.
La sua tendenza moraleggiante ha attraversato canonicamente, nella sua
filmografia, i ruoli più classici della sinistra cosiddetta colta, da
quello del figlio reso inquieto e insieme compiaciuto del proprio
inevitabile imborghesimento. a quello del prete confessore, per approdare
finalmente, nell'arco del grande evento del figlio appena nato che già
muore, al ruolo in fondo predestinato, quello ideale per la sua concezione
della società, del padre psicoanalista alle prese con eterni dolori e
ancora più eterne fumisterie.
L'ideale per il grande pubblico che a Cannes gli ha decretato la gloria,
conferendo la Palma d'Oro alla tranquillizzante innocuità del suo ultimom
parto, premio che lo schivo e ieratico regista ha accettato tra i
balbettamenti e il confuso entusiasmo di un vincitore di tappa dopato il
giusto.
In un articolo comparso in questi giorni sulla Repubblica. Michele Serra,
un altro moralista esimio e fustigatore anch'egli di quell'imborghesimento
di cui sottotraccia non è difficile intuirlo a sua volta campione, rileva
come a suo parere all'origine del decadimento degli ideali della sinistra
vi sia una tendenza alla perdita del gusto dell'avventura: ci sembra che
sia la richiesta eroica di un recupero ormai impossibile, sarebbe forse
sufficiente che gli intellettuali che affermano di aderire a idee di
fattivo progresso ricominciassero a trattare del mondo con tono epico,
rivolgendosi all'esterno piuttosto che al proprio paradigmatico intimo,
evitando di apparire in troppi delle madame Bovary in costante
contemplazione del proprio ombelico.
Su questo piano saranno sempre sconfitti dal Grande
fratello dell'ultima ora.
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