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Prefazione.
Mentre diamo alle stampe questo opuscolo- che in buona parte è la raccolta,
con parecchie aggiunte, di alcuni nostri articoli comparsi sulla rivista
ARMENIA - gli avvenimenti precipitano e alcuni problemi da noi svolti
forse saranno presto sorpassati. Non importa: lopuscolo non perde
il suo valore di attualità, poichè lo scopo principale è quello di far
conoscere al pubblico italiano lArmenia attraverso le sue relazioni
con Roma antica e con le gloriose Repubbliche italiane, il martirio leggendario,
leroismo silenzioso, e di riaffermare infine, per la millesima volta,
il diritto indiscutibile allindipendenza.
E ancora: mentre il belgio, la Serbia, la Polonia devono ottenere, secondo
le solenni e ribadite dichiarazioni dellIntesa, la loro completa
giustizia, la sorte dellArmenia - la più oppressa e la più martoriata
di tutte le nazioni oppresse - è tuttora sospesa.
La nuova diplomazia della rinnovata Europa non deve più ripetere gli
errori e le colpe della vecchia diplomazia. Tutti gli armeni - i morti
e i superstiti - aspettano nellestrema angoscia che anche per la
loro patria sia fatta giustizia, la quale si rissume nel seguente immodificabile
trinomio: indipendenza, riparazioni, garanzie.
Torino, ottobre 1918
Cap. I
Relazione dellArmenia coi Romani.
I Romani dOriente: tale il titolo dellarticolo - comparso
nellEroica - in cui la penna affascinante di Ettore Cozzani tratteggia
magistralmente la parte gloriosa ed importantissima che ebbe la nazione
armena nella storia mondiale, durante i lunghi secoli della sua esistenza
nazionale, le sofferenze inaudite a cui essa fu soggetta, la tenacia sovrumana,
la fede incrollabile con cui lottò per molti e molti secoli sulla via
scabrosa del progresso e della civiltà, e il suo diritto indiscutibile
a ricostituirsi in Stato indipendente. LArmenia non è stirpe
di servi - aveva esclamato un altro scrittore valente e generoso, Enrico
Molè - ha anchessa nel suo sangue antichissimo il suggello aristocratico
della grande famiglia ariana, di questa sacra falange originaria donde
si partirono tutti i popoli destinati alla gloria, e di cui il nostro
Vico doveva poi divinare collala del genio che scavalca i millenni
la fraternità lontanissima... Tutta la storia di questo infelice popolo
dimostra la sua superiorità etnica sulle plebi idolatre o semitiche.
Infatti la nazione armena, dorigine antichissima, entrò in relazioni
- damicizia o dinimicizia secondo le circostanze - coi popoli
più antichi della storia, Assiri, Babilonesi, Egizi, Fenici...; e mentre
molti di questi popoli - di cui alcuni scrissero fulgide pagine di gloria
e di potenza - scomparvero definitivamente negli abissi misteriosi della
storia, non lasciando nessuna traccia della loro esistenza, la nazione
armena facendo pur essa più duna volta la sua parabola: sventolando
la bandiera dellindipendenza, formando uno degli imperi più vasti
della storia, decadendo nella più spaventosa delle schiavitù, poi risollevandosi
ancora, insomma, con unalternativa di decadenze e rinascenze che
forse mai un popolo conobbe, trascinò sino fino ai dì nostri la sua travagliatissima
esistenza, conservando intatti il ricordo incancellabile del glorioso
passato e la fede incrollabile in un radioso avvenire. Anche i Romani
ebbero lunghi secoli di relazioni con la nazione armena, e i due popoli,
secondo le circostanze, dovettero amarsi o odiarsi, allearsi o combattersi,
ma furono amici sinceri, avversari leali, ed in complesso si può asserire
che essi - affini di razza, di sentimenti e dideali - vissero in
buonarmonia. Molti re, molti principi armeni presero la loro educazione
a Roma e portarono poi in patria la fiaccola della civiltà romana; parecchi
altri, prima di salire sul trono dArmenia, si recarono a Roma, per
ricevere la corona reale dalle mani dei Cesari, con solenni festeggiamenti
ed in mezzo ad una folla entusiasta e delirante. Grandi imperatori e celebri
generali romani si recarono in Oriente, ora per combattere a fianco del
popolo armeno i barbari dellAsia, ed ora per rivolgere le armi contro
di esso, avendo occasione ad ogni modo di conoscerlo da vicino e di apprezzarlo.
Una delle primissime relazioni damicizia dellArmenia coi
Romani la troviamo al principio del II secolo a.C. , quando Artaserse
e Zareh - due principi armeni designati governatori dellArmenia
da parte di Antioco il Grande, della dinastia dei Seleucidi - volendo
ricostituire la libera Armenia, ridotta a provincia macedone durante le
marcie trionfali di Alessandro Magno, attraverso le ricche ed immense
regioni dellAsia Occidentale, si ribellarono contro i successori
del grande Macedone, sventolando lo stendardo dellindipendenza.
E, per riuscire più facilmente nellardua e sacra impresa, i due
valorosi principi pensarono di allearsi coi romani, inviando a tal uopo
una missione a Roma. Il Senato romano, ben lieto di avere un alleato da
opporre in Oriente contro i Seleucidi - nemici acerrimi dei Romani - fece
calorosa accoglienze agli inviati armeni, riconobbe lindipendenza
armena, e promise ogni appoggio al rinascente Stato armeno. Sotto il valoroso
re Artaserse - giacché Zareh regnò sopra una piccola regione - ed i suoi
successori, lArmenia conservò la sua indipendenza con varie vicende
politico-militari, e non troviamo avvenimenti dimportanza nelle
relazioni fra Roma e Armenia, quandecco, al principio del I secolo
av. C., sorgere sullorizzonte sullorizzonte asiatico due figure
eminenti - Tigrane, re dArmenia, e Mitridate re del Ponto - che
vogliono contendere la supremazia a Roma ed abbatterne ovunque la potenza
e il prestigio. Mitridate aveva giurato - come Annibale - eterno odio
contro i Romani, e per debellare la loro potenza, muove contro con numerose
truppe armeno-pontiane e con una formidabile flotta: conquista in breve
tutta lAsia Minore, invade la Grecia e si prepara a marciare contro
Roma. Il Senato romano, dinanzi alle gesta del nuovo Annibale, è in preda
al massimo terrore, e per affrontare il temerario monarca, invia in tutta
fretta Silla, il quale in seguito alle memorande vittorie di Cheronea
ed Orcomene, obbliga Mitridate di accettare le gravissime condizioni di
pace dettate da Roma. Intanto Tigrane, secondo le norme del trattato di
alleanza stipulato con Mitridate, rivolge le sue armi contro lAsia
occidentale, e con un esercito numeroso e ben agguerrito, invade lAssiria,
la fenicia, la Palestina, la Cappadocia, la Cilicia...facendo sventolare
in poco tempo le aquile armene su quelle vaste e ricche regioni, imprimendo
terrore a tutti i popoli vicini e formando uno degli imperi più vasti
che la storia registri. Raggiunto così lapogeo di gloria e di potenza,
Tigrane si accinge a fondare la nuova capitale del suo impero sulle sponde
del Tigri, chiamandola dal suo nome Tigranocerta, ed abbellendola con
pregevoli opere darte trasportate dalle città delle colonie greche
dellAsia Minore; inorgoglito quindi di tanta grandezza, si fa servire
dai sovrani detronizzati - pare una ventina - nelle sue marce trionfali,
fulminee e proclamandosi infine Re dei Re. Mitridate, che
non aveva dimenticato il grave colpo inflittogli da Silla, e aspettava
unoccasione favorevole per scagliarsi contro i Romani, invase di
nuovo (73 av. C.) con un esercito formidabile i domini romani dellAsia
Minore. Ma neppure questa volta la fortuna arrise allorgoglioso
monarca; egli fu sconfitto da Lucullo e non trovò altro scampo se non
rifugiandosi presso Tigrane il grande, suo genero. Lucullo inviò una missione
a Tigrane per reclamare che gli si consegnasse Mitridate, minacciando
altrimenti di marciare contro lArmenia. Il Re dei Re rispose con
sdegno, che in nessun caso egli avrebbe consegnato il suo ospite ai Romani,
essendo ciò contro il diritto delle genti, contro le leggi internazionali,
e se Lucullo volesse mettere in pratica le sue minacce egli saprebbe difendersi.
Le grandi imprese di Tigrane - che da anni spadroneggiava in oriente e
teneva un contegno arrogante, minaccioso contro i Romani, invadendone
i domini asiatici ed approfittando di ogni occasione per colpirne il prestigio,
avevano scosso il Senato romano, il quale tuttavia non aveva voluto finora
rischiarsi in una guerra - di cui lesito poteva essere catastrofico
per la repubblica - contro il grande Armeno, e anche stavolta sarebbe
venuti piuttosto ad un compromesso; sennonché Lucullo, fidandosi nella
sua buona stella e contrariamente agli ordini del senato, marciò contro
Tigrane, e assediò la città di Tigranocerta - la futura capitale - di
cui la costruzione non era neppure terminata. Tigrane corse subito in
aiuto della città assediata; abituato però a facili vittorie, e considerando
quasi con disprezzo il nuovo avversario, non mise tutto il suo talento,
tutta la sua attenzione nella nuova impresa, mentre Lucullo, ben conoscendo
la forte tempra del nuovo nemico e le difficoltà dellimpresa, prese
prudentemente tutte le misure per battere il monarca più temibile dOriente.
Il cozzo fu tremendo, le perdite da ambo le parti furono gravissime, ma
in ultimo Tigrane pagò il fio della sua negligenza, della sua temerarietà:
egli fu sconfitto - la prima sconfitta della sua vita dopo numerose e
brillanti vittorie - si ritirò in una posizione ben fortificata, per riorganizzare
le sue truppe e vendicarsi dello scacco subito. il generale romano, tutto
inorgoglito della vittoria insperata, valicate le catene del Tauro armeno,
entrò nel cuore dellArmenia e si accinse a marciare sulla capitale,
Artasta. Ma i due re sconfitti - Tigrane e Mitridate - avevano giurato
di battere a qualunque costo Lucullo. E difatti, in una memorabile battaglia
sulle sponde del fiume Arazanì, essi decimarono le truppe di Lucullo,
obbligando lambizioso generale a precipitosa fuga, e marciando di
vittoria in vittoria, e incalzando e battendo ovunque le legioni romane,
invasero ancora una volta la Cappadocia e minacciarono gli altri possedimenti
romani dellAsia. Lucullo non si diede per vinto: pensò alla rivincita,
ma invano; le sue truppe prese dal panico, non vollero più seguirlo, mentre
il Senato romano, terrorizzato ancora una volta dalle vittorie fulminee
di Tigrane e non avendo più fiducia in Lucullo, lo richiamò a Roma, ed
affidò la scabrosa questione di Oriente a Pompeo. La sorte arrise poco
tempo a Tigrane: anche per il cesare armeno la parabola della fortuna
era in discesa. Mentre il vecchio monarca era intento a raccogliere tutte
le sue forze per misurarsi con Pompeo, suo figlioTigrane il cadetto, impaziente
di succedere al trono del padre, lo tradì, si rifugiò presso Pompeo, e
promise di sostenere questultimo con tutte le sue forze nella lotta
contro suo padre. Lo stesso fece Fraate, re dei Parti, per vendicarsi
delle sconfitte inflittegli tempi innanzi da Tigrane nelle sue marce travolgenti
in Oriente. Intanto Pompeo, dopo aver sconfitto definitivamente Mitridate
- tradito pure vilmente da suo figlio Farnace ebbe salva la vita fuggendo
verso il Caucaso - ridusse a provincia romana il glorioso regno del Ponto
e mosse con ingenti forze contro lArmenia. Che poteva fare da solo
lottantenne Tigrane contro tanti nemici forti ed implacabili? La
sua mente chiaroveggente intuì subito che lunico risultato della
sua resistenza sarebbe la soggezione completa dellArmenia ai Romani:
per salvare ancora lindipendenza armena non cerano mezzi diplomatici.
Egli domandò un colloquio con Pompeo per mettere le basi di un compromesso,
senza spargimento di sangue; si recò personalmente al campo del valoroso
generale che gli fece cordiali accoglienze, e i due Grandi si accordarono
sulle condizioni di pace (66 av. C.), che furono gravissime per lArmenia.
Tutte le terre conquistate da Tigrane, e cioè la Fenicia, lAssiria,
la Mesopotamia, la Cilicia... furono restituite ai Romani, rimanendo al
vecchio monarca solo il territorio patrio, il regno armeno propriamente
detto: lArmenia doveva pagare come indennità di guerra 3000 talenti
(circa 33 milioni di fr.), ed infine, secondo unultima clausola,
i re armeni, prima dellassunzione al trono, dovevano avere il consenso
di Roma. Dopo di ciò, Pompeo proclamò Tigrane amico ed alleato dei Romani.
Tutto era perduto, ma fu salva lindipendenza armena. In quanto a
Mitridate, è nota la sua tragica fine: si ferì col proprio pugnale, e
pregò quindi un soldato gallo di spegnerlo interamente, per non cadere
prigioniero in mano al nemico. Tigrane il Grande morì ottantacinquenne,
dopo quaranta anni di glorioso ed avventuroso regno.
La figura simbolica di Tigrane il grande raccoglie in sé tutto il genio,
tutta lenergia della sua razza. Questuomo eccezionale racchiude
nella sua grande anima la smisurata ambizione conquistatrice di Alessandro
Magno, e lo spirito riformatore, riorganizzatore di Napoleone. Da monarca
assoluto dei vecchi tempi, detronizzò sovrani, li adoperò quali umilissimi
servitori a palazzo e nei viaggi attraverso i suoi immensi dominii - estendentesi
dal Caucaso al Mar Rosso, dal Mediterraneo al golfo persico - e si proclamò
orgogliosamente Re dei Re. Ammiratore e cultore appassionato
della civiltà greco-romana, fece costruire ed abbellire grandiose città
e fu valido sostenitore di tutte le energie capaci a far progredire il
commercio e lindustria, il teatro e la letteratura, larchitettura
e la scultura. Amato e adorato dal suo popolo, ammirato e temuto dai suoi
nemici, intuì fin dal principio i bisogni e le aspirazioni del suo paese,
e mettendo sopra ogni cosa il bene della patria, abbatté con mano ferrea
e spietatamente i poteri decentralizzati, autonomi, che causavano la debolezza
della Nazione, minacciando guai maggiori, e accentrò nelle sue possenti
mani tutti i poteri dello Stato. Diede forte impulso alla potenza militare
ed alle forze spirituali del Paese, non solo mettendo su basi solide,
granitiche il territorio nazionale, ma bensì fondando con rapidità fulminea,
vertiginosa uno degli imperi più vasti che la storia ricordi, e innalzando
lArmenia allapogeo di gloria e di potenza. Un illustre romano
dellepoca - Cicerone - proclamò solennemente Tigrane Potentissima
rex Asiae.
Artavasde - il re poeta, successore di Tigrane, amico sincero ed alleato
dei romani - non ebbe fortuna. Egli fu vittima dellambizione e dellinettitudine
di Crasso prima e di Antonio poi, i quali vilmente incolparono Artavasde
delle loro sconfitte in Asia, perché egli - dissero - non li aveva aiutati
sufficientemente. E quando in seguito alluccisione di Crasso sui
campi di Mesopotamia gli succedette Antonio, ed egli pure subì gravi sconfitte,
si finse amico del re armeno, dopo ripetute lusinghe lo trasse in trappola,
e stretto in catene doro lo condusse prigioniero in Egitto. Dopo
la clamorosa sconfitta di Antonio ad Azio, Ottaviano volle liberare lo
sfortunato re armeno. Ahimè, troppo tardi! La famigerata Cleopatra in
tutta fretta laveva fatto decapitare. Artavasde lasciò scritti pregevoli
in prosa ed in versi. Antonio aveva designato suo figlio Alessandro quale
successore al trono dellArmenia; ma tale successione fu solo nominale,
in quantochè Artaserse - figlio di Artavasde - che si trovava alla corte
dei Parti, rivendicò a sé il trono di suo padre, sbaragliò gli avversari,
e salito sul trono dellArmenia, fece massacrare - per vendicarsi
della morte di suo padre - tutti i romani residenti o di passaggio in
Armenia. Ciò suscitò le ire di Augusto che si recò personalmente in oriente,
ma non volendo venire ad una guerra con gli Armeni, i quali certo avrebbero
avuto laiuto dei Parti - nemici inconciliabili dei romani - ricorse
a mezzi diplomatici, creando in Armenia un partito romanofilo che patrocinava
lassunzione al trono di un altro figlio di Artavasde, Tigrane IV,
educato alla Corte Imperiale e che si trovava tuttora a Roma. Perché bisogna
notare in proposito, che le esperienze fatte sinora da Roma per soggiogare
lagguerrito popolo armeno, avevano dato risultati assai disastrosi;
lessenziale era quello di averlo amico ed alleato contro gli altri
popoli dOriente in generale, e contro i Parti in particolare. Augusto
riuscì nellintento, e Tigrane fu assunto al trono senza colpo ferire,
giacché nel frattempo Artaserse fu ucciso dai suoi avversari. Ma Tigrane
IV ebbe breve vita e salì sul trono Tigrane V - nemico dei Romani - il
quale pure fu ucciso presto in una guerra coi popoli vicini sobillati
dai Romani, prima che Caio - inviato da Augusto - arrivasse in Armenia.
Dopo la morte di Tigrane V, una ridda di sovrani - per lo più stranieri
- salirono sul trono dellArmenia, alcuni col consenso di Roma, altri
contro; ma nessuno ebbe fortuna: furono perseguitati, detronizzati, assassinati...soprattutto
per il motivo che non erano di nazionalità armena, e quindi il paese era
in completa anarchia, finché Tiberio, per stabilirvi lordine e la
tranquillità, mandò Germanico. Questi, con le sue buone qualità, segnatamente
per il suo carattere mite, dolce, seppe accaparrarsi difatti le anime
e mise sul trono Zenone, figlio di re Polemo del Ponto, sotto il nome
di Artaserse III, che fu accolto con entusiasmo dal popolo armeno. Purtroppo
la calma non fu durevole, poiché dopo la morte di Artaserse III, lambizioso
Artabano, re dei Parti, mise sul trono armeno suo figlio Arsace contro
il consenso di Roma e, con lo scopo di ristabilire il vasto impero di
Dario e di Serse, si preparò ad invadere la Cappadocia e gli altri domini
asiatici di Roma. Ancora una volta lArmenia diventa il campo di
sanguinose battaglie tra i Parti ed i Romani; ancora una volta la corona
molte volte insanguinata dallArmenia viene contesa tra mille mani.
Altre detronizzazioni, altri assassini di sovrani...e lo stato caotico
perdura per anni ed anni. Infine, un uomo dingegno e di valore,
Vologeso - re dei Parti - approfittando delloccasione favorevole
e sfidando le ire di Roma, innalza sul trono armeno suo fratello Tiridate.
Era il segnale di unaltra serie di guerre fra Parti e Romani sul
suolo armeno. E infatti, Nerone, che era appena salito sul trono dei Cesari,
ordinò immediatamente al valoroso Corbulone di rialzare il prestigio di
Roma in Oriente. Linsigne generale, con un forte nerbo di legioni
romane e di truppe degli alleati dAsia, invase lArmenia e
mise a ferro e fuoco tutto il paese. Tiridate era rimasto con poche truppe
armene, perché suo fratello Vologeso era occupato altrove a domare una
ribellione; tuttavia si decise a difendere ad ogni costo il suo trono
e protestò energicamente contro il barbaro metodo di Corbulone di condurre
la guerra. Il generale romano rispose che il suo scopo non era loccupazione
dellArmenia: voleva solo che il nuovo re ricevesse la corona armena
dalle mani di Neurone. Tiridate si rifiutò, combatté valorosamente, ma
sopraffatto infine dalla schiacciante superiorità del nemico, dovette
cedere. Corbulone, dietro lordine di Nerone, mise sul trono Tigrane
VI - discendente di Erode il grande - il quale fin da principio riuscì
odioso al popolo armeno che vedeva in lui il cieco strumento della politica
neroniana. Intanto Vologeso aveva giurato di vendicarsi a qualunque costo
dellinsulto fatto a suo fratello Tiridate. Questi con truppe armene
assediò Tigranocerta dove si trovava Tigrane con legioni romane, mentre
Vologeso affrontò Corbulone in Mesopotamia e vittoriosamente, in modo
che il generale romano fu obbligato a domandare aiuto a Roma. Nerone inviò
nel 61 Peto, perché mettesse fine una volta per tutte alla scabrosa questione
armena. Ed invero dapprincipio la fortuna arrise al nuovo generale romano,
ma presto le truppe parto-armene ebbero il sopravvento ed inflissero gravissime
perdite allesercito di Peto, il quale, obbligato a precipitosa fuga,
si rifugiò con le sue legioni in Cappadocia, e venne a patti vergognosi.
Le truppe romane dovevano ritirasi completamente dallArmenia; Roma
doveva disinteressarsi delle cose armene e sul trono dellArmenia
sarebbe risalito Tiridate: Vologeso avrebbe semplicemente avvisato Nerone
del fatto compiuto. Raramente le aquile romane avevano subito umiliazioni
più gravi. Durante il loro ritiro i soldati dovettero sopportare - per
tema di peggio - tutti gli insulti della popolazione, che tolse loro inoltre
giustamente tutto quanto avevano derubato al loro paese. Quando la notizia
del clamoroso scacco toccato alle legioni romane in Armenia arrivò alla
capitale, Nerone fu profondamente turbato, e decise a qualunque costo
di prendersi la rivincita. Nominò Corbulone comandante in capo delle forze
romane di terra e di mare, e gli affidò ancora una volta la conquista
dellArmenia. Ma Corbulone non si decise mai a dare battaglia campale
alle truppe parto-armene: era troppo vivo in lui il triste ricordo degli
scacchi subiti da Crasso, da Antonio, da Peto...Daltronde anche
a Roma, lostinarsi in unimpresa, quale la conquista dellArmenia,
pareva troppo rischioso, troppo temerario; si trattava invece di salvare
lapparenza, di ristabilire, almeno apparentemente, il prestigio
tanto scosso di Roma in Oriente. E si venne ad un modus vivendi, e la
pace fu conclusa: si riconosceva la completa indipendenza dellArmenia
sotto un principe della dinastia degli Arsacidi, quale era Tiridate; solo
tale principe doveva ricevere la corona reale dalle mani dei Cesari. Tiridate
si mise quindi in solenne viaggio verso Roma, accompagnato dalla regina,
da molti alti funzionari romani, da migliaia di truppe scelte armene e
da numerosi servitori. Il suo transito attraverso i domini romani - che
durò nove mesi - fu un vero trionfo: tutta la popolazione andava incontro
al re dArmenia per acclamarlo e per ammirare lo splendore della
sua Corte... A Roma poi laccoglienza fu delle più calorose. Una
folle norme ed entusiasta assistette alla festa di incoronazione; il Senato
presenziava al completo, e quando Nerone mise sul capo di Tiridate la
corona dArmenia, la gioia e lentusiasmo del popolo raggiunsero
il parossismo. Quindi furono organizzati banchetti, feste in onore del
nuovo re e Nerone cantò e fece vibrare la sua cetra. Tiridate ricevette
poi cospicui regali: tutte le spese del viaggio - che raggiunsero decine
e decine di milioni di lire - furono pagate dal tesoro imperiale. Infine,
Tiridate, dopo aver guadagnato laffetto e lammirazione di
Nerone e del popolo di Roma, fece ritorno in Armenia, che dopo tanti anni
di battaglie sanguinose poté godere per un certo tempo la pace e la tranquillità.
Purtroppo la pace non fu duratura, causa la rivalità tradizionale tra
i Parti ed i Romani che contesero per secoli il sopravvento della loro
influenza in Armenia; e finché Roma si accontentò di unautorità
puramente nominale, apparente, le cose andarono assai lisce, ma tutte
le volte che ebbe la velleità di ridurre lArmenia a provincia romana,
la reazione fu vivissima, accanita, tanto da parte degli Armeni quanto
dei Parti. Così vediamo Traiano, al principio del II secolo, invadere
ancora una volta lArmenia; ma tosto le sue legioni sono sconfitte,
decimate, e nel suo letto di morte, avvenuta in Cilicia, vede con profondo
dolore il crollo definitivo del suo sogno ambizioso. Adriano, suo successore,
ritira spontaneamente le truppe romane da tutte le regioni armene. Anche
Caracalla segue una politica di conquista, invade lArmenia e volge
quindi le sue armi contro i Parti, ma la fortuna non gli arride, perché
tosto viene assassinato per le sue crudeltà, per opera di Macrino. Questi,
succedutegli sul trono dei Cesari, continua la di lui politica aggressiva,
finché sconfitto dalle truppe parto-armene segue di poi una politica conciliativa,
sicché più tardi, quando Alessandro Severo (222-35) si reca in Oriente
per difendere lonore delle aquile romane contro i Persiani - come
pure nelle guerre condotte dal medesimo imperatore contro i Germani -
gli armeni combattono vittoriosamente a fianco delle legioni romane. Nel
242 sul trono di Persia salì Sapore I, e tenne una politica minacciosa
contro lArmenia e contro Roma. Limperatore Filippo venne con
esso vilmente a patti vergognosi, e lasciò alla sua sorte il suo alleato
re Cosroe dArmenia. Questi non si diede per vinto, continuò la lotta
da solo resistendo vittoriosamente, finché Sapore lo fece assassinare
a tradimento e mise lArmenia sotto il protettorato persiano con
un governatore armeno, mentre il piccolo Tiridate, figlio ed erede di
Cosroe, liberato da morte sicura, veniva consegnato alla Corte di Roma.
Fortunatamente, poco dopo, le redini dellimpero passarono nelle
mani energiche di Diocleziano, e le aquile romane ebbero ancora una volta
il sopravvento in Oriente su quelle persiane. Tiridate fu coronato a Roma
re dArmenia dalle mani di Diocleziano; partì verso lamata
Patria, ove il popolo gli fece accoglienze calorose, e stretto intorno
al suo valoroso re, cacciò da tutto il paese la dinastia straniera dei
Sassanidi.(...) Quandeccoaffacciarsi al principio del XI secolo
la valanga travolgente dei turchi selgiucidi, condotti dal loro terribile
capo Togrul Beg. Al tremendo cozzo crollarono successivamente, dopo una
resistenza accanita, i due fiorenti regni degli Arzuni dapprima, dei Bagratidi
di poi. Tutta lArmenia fu messa a ferro e fuoco. Nessun dolore,
nessuno strazio fu risparmiato llinfelice paese: quelle orde barbariche
vi commisero tutte le violenze, tutte le atrocità, che la loro maledetta
razza ripeté in seguito in ogni angolo di terra che ebbe la suprema sventura
di subire il loro giogo. Molti armeni non vollero sottostare al pesante
giogo dei turchi ed emigrarono a Bisanzio, in Russia, in Polonia, in Italia,
in Ungheria...; altri, valicate le catene del tauro, si stabilirono in
Cilicia e, sotto la guida del principe Rupen - della dinastia dei Bagratidi
- cacciandone i Bizantini, vi fondarono un principato che, più tardi,
sotto Leone il Magnifico, si trasformò in regno: il regno dellArmenia
minore. Questo valoroso monarca ripeté le gesta dei suoi predecessori
- dei Tigrani, degli artasersi, dei Tiridati - e volando di vittoria in
vittoria, e debellando tutti i suoi, ingrandì notevolmente i confini del
suo regno. Il regno dellArmeno-Cilicia costituisce una delle pagine
più fulgide della storia armena. E in questo periodo che i Crociati
trovandosi ai confini dellArmenia smarriti fra genti nemiche e barbare,
gli armeni - i soli fra tutti i popoli dOriente - accolsero con
entusiasmo i soldati dOccidente, li soccorsero con vettovaglie ed
armi, e abbracciando la loro santa causa, pugnarono eroicamente contro
i mussulmani, eterni nemici della civiltà occidentale. Pure in questo
periodo la nazione armena strinse intime relazioni coi popoli dOccidente
ed in ispecie con le gloriose Repubbliche italiane: Venezia, Genova, Pisa...
le quali relazioni formeranno per lappunto largomento del
capitolo seguente.
Cap. III
La questione armena.
Il destino volle che un popolo originario della più aristocratica delle
razze umane - la razza ariana - dotato di alte qualità intellettuali,
spirituali, capace di gareggiare coi popoli nobili, più eletti dOccidente
sulla via del progresso e della civiltà si trovasse solo, isolato, lontano
dai suoi fratelli dEuropa , in quelle zone montuose dellAsia
occidentale che si estendono fra il Caucaso, il Mar Nero ed il Mediterraneo
sulla strada maestra delle classiche invasioni storiche, circondato da
genti barbare e refrattarie ad ogni civiltà. Ecco lorigine delle
continue ed immense sofferenze che afflissero linfelice Armenia..
Ecco la vera causa, la sintesi delle cause del lungo e atroce martirio
del popolo armeno.
Abbiamo accennato nei capitoli precedenti come gli armeni dopo aver sventolato
la bandiera della libertà, dellindipendenza contro gli imperi vicini
e potenti che volevano soggiogarli, siano riusciti a fondare il loro vasto
impero sotto Tigrane il grande raggiungendo lapogeo di gloria e
di potenza, prima che Augusto venisse proclamato imperatore dei Romani
e mentre lEuropa spasimava in uno stato caotico. Come gli armeni
abbiano accettato il Verbo novello, la nuova civiltà cristiana, convertendosi
in massa - sovrano e popolo - alla religione di Cristo prima che Costantino
il grande proclamasse su Ponte Milvio il cristianesimo religione di Stato.
E come in fine attaccata dai due colossi vicini - la prepotente Persia
e linsidiosa e perfida Bisanzio - lArmenia venisse spartita
fra questi due imperi.
Cinque lunghi secoli di servitù e di sofferenze inaudite non bastarono
a spegnere il genio e lo spirito ribelle della razza, finchè nel secolo
IX gli armeni riuscirono a risollevare, rialzare lo stendardo dellindipendenza,
fondando i due gloriosi regni degli Arzruni e dei Bagratidi.
Ahimè! dopo aver scritto splendide pagine nel gran libro della storia,
i due regni crollarono successivamente, non senza una resistenza accanita
al terribile cozzo dei turchi Selgiuchidi.
Da allora trascorsero più di cinque secoli, e lArmenia geme tuttora
sotto il pesantissimo tallone del turco.
Da cinque lunghi secoli lArmenia lotta disperatamente, stretta
nelle catene duna tirannide senza pari, per difenedere la sua civiltà
e per conservare i vincoli spirituali, ideali che lavvincono allOccidente,
sperando sempre sullaiuto dellEuropa cristiana, soprattutto
del vicino e potente Impero dei Moscoviti.
Ed invero la Russia, fino dai tempi di Pietro il Grande e di Caterina
II, rivolse la sua attenzione e dimostrò la sua simpatia verso il popolo
armeno, facendo rinascere in esso le più rosee speranze nella prossima
liberazione e nella ricostituzione dellantico regno dArmenia.
Ma le promesse russe non furono mai realizate, per quanto gli armeni abbiano
aiutato la Russia nelle sue guerre contro la Turchia, con massimo slancio
e con la massima abnegazione, contriuendo non poco al successso finale.
Sopra tutto nella guerra russo-turca del 1877-78, in cui una parte dellarmenia
turca fu invasa ed occupata dalla russia, la nazione armena dimostrò il
suo sincero attaccamento allimpero deli Zar. Fra laltro essa
diede parecchi capi che condussero lesercito russo alla vittoria:
i generali Loris-Melicoff, gugassof, Lazaref erano armeni e degni discendenti
di tigrane il Grande e di Leone il Magnifico.
Il trattato di Santo Stefano mise fine a tale guerra e la Russia ricompensò
lArmenia con lart. 16 di quel trattato: La Sublime Porta
- dice larticolo - sobbliga a realizzare senza alcun ritardo,
i miglioramenti e le riforme che esigono i bisogni locali nelle province
abitate dagli armeni e a garantirvi la loro sicurezza contro i Curdi e
i Circassi.
Ciò non piacque allInghilterra, che vedeva in quella mossa un aumento
di prestigio della Russia ed un pretesto per immischiarsi nelle fraccende
interne dell impero ottomano. Volle paralizzare lazione della
Russia, ed intervenne stipulando con la Turchia la convenzione di Cipro,
per cui daccordo col governo britannico, la Sublime Porta
doveva introdurre nei suoi possedimenti dAsia Minore tutte le istituzioni
proprie a rialzare lo stato di quelle popolazioni cristiane e musulmane;
e affinchè lInghilterra potesse aiutare più efficacemente in ciò
il Sultano, essa era autorizzata ad occupare ed aministrare lisola
di Cipro.
Ma la fosca commedia degli interventi non finiva più. I difensori dellArmenia
aumentavano a vista docchio.
I difensori dellArmenia aumentavano a vista docchio. In realtà
nessuno pensava sinceramente a migliorare le condizioni degli armeni..
Ogni Potenza meditava invece un trucco per paralizzare lazione delle
altre e la questione armena offriva ottima occasione per aumentare - con
le lusinghe o con le minacce - il proprio prestigio, la propria influenza
presso la Sublime Porta e preparare un lauto boccone alla morte delleterno
agonizzante: lImpero turco. In quanto all Armenia, per la
cinica diplomazia della cosidetta Europa civile, essa aveva un solo diritto,
un solo dovere: quello di immolarsi sull 2'altare dellinteresse
delle singole Potenze.
Latroce martirio dun intero popolo era ben poca cosa in paragone
a qualche concessione ferroviaria, postale doganale, ecc. ecc. Ah! le
famigerate concessioni.... LArmenia le pagò con torrenti di lacrime,
con sofferenze inenarrabili, con fiumi di sangue!
Ecco intervenire infatti alla loro volta le altre grandi Potenze europee
per abolire gli effetti del trattato di S.Stefano e della convenzione
di Cipro stipulando il trattato di Berlino (1878), in cui larticolo
61 dedicato allArmenia è così concepito: La Sublime Porta
si obbliga a realizzare, senza alcun ritardo, i miglioramenti e le riforme
che esigono i bisogni locali nelle province abitate dagli armeni e a garantire
la loro sicurezza contro i Circassi e i Curdi. essa darà periodicamente
conoscenza delle misure prese a tal fine alle Potenze, che, ne sorveglieranno
lapplicazione.
le famose riforme non vennero mai. Anzi, dopo ogni richiesta di riforma
le condizioni degli armeni peggiorarono sempre di più, le atrocità turche
si fecero sempre più feroci, culminando nei tremendi massacri del 95-96
in cui 300.000 armeni perdettero la vita! Solo a Costantinopoli, sotto
gli occhi degli Ambasciatori delle grandi potenze, ne furono massacrati
10.000
Che fecero i firmatari delle riforme del trattato di Berlino? Intervenne
lInghilterra con la minaccia di ricorere alle armi se non cessavano
i massacri. Ma intervennero pure la Russia e la germania: la prima, facendo
consegnare dal suo ambasciatore al Sultano allindomani delle stragi,
ricchissimi doni, una lettera autografa (di congratulazioni) dello Zar
Nicola e concentrando numerose truppe nel Caucaso, in difesa dellimpero
dei massacri da qualsiasi attacco; la seconda, facendo rimettere al Sultano
una fotografia di Guglielmo II, il quale più tardi, calpestando il cumulo
di centinaia di migliaia di cadaveri armeni, offrì al mondo il macabro
spettacolo di recarsi personalmente a Costantinopoli, per stringere le
mani ancora grondanti di sangue armeno al Sultano Abdul-Hamid, il Sultano
Rosso, il Grande Assassino come lo bollò scultoriamente
Gladstone.
Intanto cominciavano a sorgere Comitati rivoluzionari, ed è unaccusa
ingiusta e stolta come fanno gli ignoranti di cose armene e gli osservatori
superficiali di avvenimenti storico-politici - che gli armeni non si siano
mai ribellati ed abbiano sopportato supinamente la tirannide turca. Gli
armeni non sono un branco di pecore. Tutta la storia di questo popolo
- e sono quaranta secoli - non è che una catena ininterrotta di lotte
e sacrifici. LArmenia simboleggia per eccellenza più di dogni
altra nazione la ferrea, leterna legge che avvince e domina tanto
lesistenza degli individui, quanto quella delle collettività: la
lotta.
Le sommosse, le ribellioni furono frequenti, violenti. Basti ricordare,
fra cento altre, le epiche gesta di Sassun, di Sunik, di Hagin, ma soprattutto
di Zeitun - il piccolo montenegro armeno di 12.000 abitanti appena, assiso
sulle vette del Tauro di Cilicia - che si sollevò più di trenta volte,
opponendo viva resistenza alle truppe soverchianti, inferocite del sultano
e conservando sempre una certa autonomia.
Ma allArmenia era amterialmente impossibile liberarsi con le proprie
forze dai due imperi più tirannci del mondo - russia e Turchia. Daltronde
quale delle nazioni risorte in stato indipendente nellultimo secolo
- Grecia, Serbia, Romania, Italia - non ebbe aiuto straniero?
Fra le organizzazioni rivoluzionarie si distinsero sopra tutti i Comitati
Drosciagah e Henciagh. Ad essi spetta la gloria
di aver sollevato il popolo cento e cento volte contro la più perfida,
la più feroce delle tirannidi - la turca - e di aver organizzato nel caucaso
laccanita resistenza, contro gli attacchi dei Tartari e contro la
più potente, la più gigantesca organizzazione poliziesca: la polizia russa.
Ad essi lonore e la gloria della famosa scalata alla Banca Ottomana
di Costantinopoli, con la minaccia di farla saltare in aria, se non si
dava immediata soddisfazione alle giuste richieste della nazione armena.
Ad essi ancora la gloria di aver attentato cin una macchina infernale
contro la vita del sultano - contro la vita del successore del Profeta,
il califfo di tutti i mussulmani. Latto era così temerario e di
tale difficoltà tecnica, che il Sultano ne fu sbalordito e, per quella
volta, non ebbe neppure il coraggio di ordinare i soliti massacri.
Anche la rivoluzione giovane turca del 1908, che diede un regime costituzionale
alla Turchia e detronizzò quel mostro sanguinario di Abdul-Hamid, che
terrorizzava limpero da qualche decennio, ebbe il fervido e lefficace
aiuto dei rivoluzionari armeni. Lo confessarono gli stessi giovani turchi,
i quali in un momento di spontaneità e di ebberezza, versarono torrenti
di lacrime sulle tombe dei martiri armeni, proclamarono altamente che
i veri fondatori della Costituzione erano i rivoluzionari armeni, i loro
maestri - come li chiamavano essi - poichè tutto era stato organizzato
e condotto a termine con liniziativa e col valido aiuto di questi.
Ahimè! Quella banda di sanguinari e di insensati dimenticò troppo presto
le sue promesse e i suoi debiti di riconoscenza verso la nazione armena,
Nel 1909, dopo appena otto mesi di fosca ed ignobile commedia costituzionale,
i giovani turchi, fedeli discepoli dei vecchi, organizzarono nella provincia
di Adana la strage di 30.000 armeni. Se non avvennero massacri anche in
altre province armene, ciò fu indipendente dalla buona volontà
dei giovani turchi...
E ritorniamo ancora alla Russia.
come si disse dianzi, in linea generale, nel Caucaso le condizioni degli
armeni erano alquanto migliori, latmosfera politica era più respirabile.
Essi poterono quindi svolgere, almeno in parte, le doti che loro sono
innate e fecero grandi progressi: listruzione pubblica, lindustria
e le arti presero enorme sviluppo. Purtroppo la politica russa non fu
mai stabile a loro riguardo, bensì fluttuante, variabile, mutandosi dalla
massima simpatia e benevolenza alle peggiori vesssazioni, alle più feroci
persecuzioni.
Fu soprattutto verso il 1880 che sinaugurò tale regime di ferocia
e di persecuzione, quando nellantiquata e degene re mente della
burocrazia russa nacque la folla idea di russificare gli armeni. Si cominciò
a scoprire un pericolo armeno da cui lImpero era gravemente
minacciato.
Le due anime dannate di quella odiosa politica furono: Donducoff-Corsacoff,
governatore generale del Caucaso, ma sopra tutto il suo successore principe
Galitzin. Questo folle sanguinario, tormentato dallidea fissa che
gli armeni - per il grado di civiltà e di benessere economico, per la
vicinanza alle frontiere dellimpero per il loro attaccamento al
movimento progressista e rivoluzionario - costituivano lelemento
più turbolento e più dannoso alla salute dell Impero, daccordo
con il Governo centrale, ideò il suo diabolico programma: sterminare gli
armeni, o almeno assestare loro un colpo così terribile - economicamente
e moralmente - da non potrer più rialzarsi per molti e molti anni. Furono
chiuse le scuole e le biblioteche, sciolte le società di coltura e di
edizioni, soppressi i giornali, confiscati i beni della Chiesa armena,
aizzati i fanatici Tartari del Caucaso contro la popolazione armena. Ancora
una volta il sangue armeno corse a fiotti, furono incendiati numerosi
villaggi, profanate le chiese e le scuole. Così anche nellArmenia
russa fu seminato dapperttutto la morte e la rovina.
Ma la reazione - organizzata sopra tutto dai comitati rivoluzionari Drosciagh
e Henciagh - scattò violenta, furibonda da parte degli armeni. Si costrussero
delle barricate e si ebbero delle vere battaglie fra i Tartari ed Armeni.
La famosa polizia russa, i famosi cosacchi, invece di cercare di stabilire
lordine e la pace fra i combattenti, rimanevano impassibili, o peggio
ancora, davano man forte ai tartari. eppure gli armeni, pugnando con dipsretata
energia, ebbero infine il sopravvento. Il Governo russo fu obbligato a
cambiar tattica, i beni della Chiesa armena furono restituiti, le libertà
di una volta riconcesse, e se è vero che in seguito, con giudizi sommari,
molti intellettuali armeni furono esiliati in Siberia, è pur vero che
nel 1913-14 la Russia prese liniziativa di una conferenza fra le
Grandi Potenze, per introdurre finalmente in Armenia le famosissime riforme.
Le Grandi Potenze redassero un piano di riforme e la Turchia - dopo aver
opposto, come al solito, varie obbizioni a tale progetto - finì per accettarlo.
Ahimè! Lo scoppio della guerra mondiale fece ripiombare tutto nel nulla.
Ciò che soffrì in questi ultimi quatttro anni la nazione armena oltrepassa
i limiti dellimmaginazione umana. La grandiosità tragica del martirio
armeno supera ogni visione apocalittica. Le atrocità commesse da parte
degli imperi centrali nel Belgio, nella Serbia, nella Polonia, possono
dare una pallida idea delle atrocità a cui fu soggetta questa infelice
nazione da parte delle orde tirche, organizzate dalla Kultur
e condotte da ufficiali tedeschi. Non faccio retorica; non vi è nessuna
esagerazione, i testimoni oculari - numerosi, non sospetti e fra i quali
cè persino qualche tedesco onesto - confermano tale dolorosa ed
inoppugnabile verità.
Il Comm. Giacomo Gorrini, nobilissima figura di diplomatico, che copriva
lalta carica di console generale a Trebisonda e fu testimone oculare
delle atrocità turche in quella città, al suo ritorno in Italia in unintervista
concessa al giornale Messaggero fece in proposito dichiarazioni
impressionantissime, che fanno venire i brividi e strappano le lacrime
anche al più cinico egoista. Ecco qualche brano dellintervista:
.. Nel mio distretto - disse il Comm. Gorrini - a partire dal 24
giugno (1915) gli armeni furono tutti internati, coiè scacciati a forza
dalle rispettive residenze ed accompagnati dai gendarmi per destinazioni
lontane, ma ignote, che per i quattro quinti era... la morte con inaudite
crudeltà. Il proclama solenne dellinternamento venne da Costantinopoli:
è opera del Governo centrale e del Comitato Unione e Progresso.
Fu una vera strage e carneficina di innocenti, una cosa inaudita,
una pagina nera con la violazione flagrante dei più sacrosanti diritti
di umkanità, di cristianità e di nazionalità.
Di 14.000 circa armeni fra gregoriani, cattolici e protestanti
che abitavano Trebisonda, e che mai provocarono diosrdini nè dettero mai
luogo a provvedimenti collettivi di polizia, quandio partii non
ne rimanevano più neppure cento !
Dal 24 giugno, giorno della pubblicazione dellinfame decreto,
fino al 23 luglio, giorno della mia partenza da Trebisonda, io non avevo
dormito, io non avevo mangiato più, ero in preda ai nervi, alla nasuea,
tantera lo strazio di dover assistere ad una esecuzione in massa
di creature inermi, innocenti.
Il passaggio delle squadre degli armeni sotto le finestre e davanti
la porta del Consolato, le loro invocazioni al soccorso senza che nè io
nè altri potessero fare nulla per loro, la città essendo in stato dassedio,
guardata in ogni punto da 15.000 soldati in pieno assetto di guerra, da
migliaia di agenti di polizia, dalle bande dei volontari e dagli addetti
al Comitato Unione e Progresso, i pianti, le lacrime, le desolazioni,
le imprecazioni, i numerosi suicidi, le morti subitanee per lo spavento,
gli impazzimenti improvvisi, gli incendi, le fucilate in città, la caccia
spietata nelle case e nelle campagne, i cadaveri a centinaia trovati ogni
giorno sulle strada dellinternamento, le giovani donne ridotte a
forza mussulmane o internate come tutti gli altri, i bambini strappati
alle loro famiglie o alle scuole cristiane e affidate per forza alle famiglie
mussulmane, ovvero posti a centinaia sulle barche con la sola camicia,
poi capovolti e affogati nel Mar Nero o nel fiume Dermen Derè, sono gli
ultimi incaccellabili ricordi di Trebisonda, ricordi che ancora a un mese
di distanza, mi straziano lanima, mi fanno fremere. Quando si è
dovuto assistere per un intero mese a siffatti orrori, a torture così
prolungate, nellassoluta impotenza di agire come avrei voluto, viene
spontanea, naturale la domanda se tutti i cannibali e se tutte le belve
feroci abbiano lasciato i loro recessi e nascondigli o le foreste vergini
dellAfrica, Asia ed Oceania per darsi convegno a Stambul!
Permetta anzi che io chieda a questo punto il mio colloquio e
che dichiari che questa pagina nera della Turchia merita la più assoluta
riprovazione e la vendetta della intera cristianità. Se sapessero tutte
le cose che so io, tutto quello che ho dovuto vedere coi miei occhi e
idire colle mie orecchie, tutte le Potenze cristiane ancora neutrali dovrebbero
sollevarsi contro la Turchia, gridare anatema al suo incivile governo
ed al suo feroce Comitato Unione e Progresso e ritenere responsabili
anche gli alleati, che tollerano o coprono col loro aiuto delitti esecrandi
che non hanno eguale nella storia antica nè moderma.
Onta, orrore, obbrobrio!
Ora, se pensiamo che le atrocità descritte dal Commendatore Gorrini con
accento commosso e con vivaci e con vivaci colori si riferiscono ad una
sola città; se pensiamo che tali atrocità furono ripetute col furore sangunario,
con la medesima ferocia in cento città ed in mille villaggi dellArmenia
e dellAnatolia, la nostra mente può cercare allora - ma cercare
solo, senza riuscire di certo - farsi un concetto dellimmensità
della tagedia armena.
Non voglio dilungarmi di più su questo penosissimo, straziante argomento.
Ma chi, dotato di nervi saldi, robusti voglia sapere i particolari racccapriccianti
del martirio armeno, non ha che da leggere - tra i tanti opuscoli e libri
scritti in varie lingue - The Treatment of Armenians in the Ottoman
Empire: 1915-1916 che è la storia documentata delle atrocità commesse
contro gli Armeni, in tutto limpero ottomano, e presentata da lord
Bryce al Ministro degli Affari esteri inglese dallora: Visconte
Grey of Fallodon.
La storia si ripete. Lerrore colosale, la colpa imperdonabile che
aveva commesso Bisanzio non seguendo la saggia politica di Roma - un
Armenia indipendente, baluardo inespugnabile agli attacchi dei barbari
dAsia - e più tardi lEuropa delle Crociate - abbandonando
alla sua sorte il regno dellArmenia Minore - ripetè con maggior
colpa, con maggior cinismo, a distanza di secoli e ad onta di luminosi,
eloquenti insegnamenti del passato, lEuropa del secolo XX.. le Grandi
Potenze - o per ragioni di morbosa sentimentalità o per ragioni di interessi
mal compresi - trattarono sempre con ina certa tenerezza quellorganismo
mostruoso che è lo Stato turco, quella massa amorfa, malvagia e incosciente
che ha nome popolo turco. Nè le atrocità dei vecchi turchi, nè la crudeltà
dei giovani - più veroci e sanguinari dei primi - non bastarono a scuotere
la sensibilità pachidermica delle Grandi Potenze. Mentre quel popolo meraviglioso
che ha una storia quattro volte millenaria; quel popolo che fondò limmenso
impero di Tigrane il Grande ed il glorioso regno di Leone il magnifico
quando le nazioni dEuropa spasimavano ancora nelle tenebre; quel
popolo che produsse e produce tuttora illustri campioni nella letteratura,
nella filosofia, nellarchitettura, nelle scienze.., insomma in ogni
campo dellumana attività in cui sogliono eccellere le razze elette;
ol popolo che ebbe dalla storia latroce eppur gloriosa missione
di difendere la civiltà greco-romana nelle lontane terre dOriente
offrendo per secoli e secoli il petto dei suoi figli ai tremendi colpi
di tutti i barbari dAsia...ebbene si lasciò che quel meraviglioso
popolo venisse trucidato, massacrato, dibattendosi in continua e terribile
agonia in mano al peggiore dei carnefici. (...)
Quale sarà lassetto che lIntesa deve dare alla martire Armenia
quando essa si presenterà al Congresso della Pace lacera, straziata, insanguinata,
ma fiera e a fronte alta? (...)
Possa quel giorno - sognato dal popolo armeno con tanta fede e con indicibile
ansia - non essere lontano! Giorno grande, solenne, in cui la novella
Europa, potrà finalmente salutare la risorta Armenia con le nobili parole
che Anatole France pronunziò alla Sorbona, il 9 Aprile 1916, durante limponente
manifestazione pro Armenia: Sorella, alzati, non soffrire più! Tu
sei libera dora innanzi di vivere secondo il tuo genio e la tua
fede.
Cap. IV
Lapoteosi di Mazzini.
Lindipendenza armena e la missione dItalia.
Il grande sogno di Giusepppe Mazzini sta per avverarsi. Lideale
sacro a cui egli consacro tutta la sua vita, il grande principio
- principio di nazionalita - per cui egli dalla sua prima gioventu
fino alla morte, per quaranta anni di seguito, non si stanco mai
di combattere con la fede e la tenacia dellApostolo, sta per trionfare.
Nessuno come lui ebbe una visione così chiara della lotta gigantesca,
ma fatale, che andava addensandosi sull Europa. Egli, con lala
del genio che non conosce limite nello spazio e nel tempo, profetizzò
persino nei minimi particolari la grande guerra di liberazione dei popoli
ed il raggruppamento di tuttte le democrazie del mondo, contro la coalizione
degli imperi autocratici.
Quale meravigliosa divinazione dellintervento della grande democrazia
insulare nella mischia, quando fino dal 1859 egli ammoniva severamente
lInghilterra: E voi, nazione libera e forte, voi che vi dichiarate
credenti nella verità e nella giustizia, direste: fra il male ed il bene
rimarremo neutrali, spettatori impassibili? E la parola di Caino.
La Patria di Gladstone non poteva scegliere la parte di Caino.
E chi, in verità, più del Presidente Wilson - il più autorevole ed il
intrasigente dei mazziniani - seppe dare al grande conflitto il suo vero
significato con eloquenti e chiare parole, con atti energici e tenaci,
indirizzandolo sulla via maestra che conduce alla soppressione di tutti
i tiranni, alla liberazione di tutti gli oppressi ? E che dire dellintervento
italiano ? Chi non ricorda i lunghi mesi di neutralità, di vigilia angosciosa,
in cui tendenze opposte pro e contro lintervento si cozzavano violentemente,
e i seguaci del gretto egoismo e del falso internazionalismo, unitamente
agli agenti degli imperi sopraffattori adoperavano i mezzi più insidiosi
e più perfidi per inchiodare lItalia nella più obbrobiosa inerzia
e per sbarrarle la via tracciata dai massimi artefici del Risorgimento?
Invano! Le ruote della Storia debbono seguire il loro corso fatale, irresistibile,
rovesciando ogni forza, ogni ostacolo. Lo spirito di Mazzini, aleggiando
sulla penisola guidò la nazione verso i suoi alti destini. Egli aveva
lanciato i suoi roventi strali contro i fautori della neutralità, allorquando
una guerra di libertà e di nazionalità si combattesse nel mondo. Egli
aveva segnato il posto di gloria e donore dellItalia nel prossimo
conflitto europeo, quando scriveva con frase romanamente scultoria e con
solennità profetica: LItalia e lEuropa camminano lentamente,
ma sicuramente, come la giustizia di Dio, alla crisi suprema, alla grande
battaglia fra libertà e despotismo.
Ormai è prossimo il giorno in cui la rinnovata umanità comincerà la sua
nuova e luminosa storia. Spunta già lalba radiosa in cui i popoli
oppressi, dopo aver scosso il giogo schiacciante del secolare servaggio,
si libereranno sulla via maestra del progresso e della civiltà. Gli ultimi
dei, gli ultimi tiranni tramontano, per seppellirsi in eterno negli abissi
più profondi della Storia. La nazione di anima profondamente pagana, che
volle sollevare dalle loro secolari tombe glia ntichi dei, e trascinare
lumanità dinanzi agli altari da tempo abbattuti di Wotan, di Thor
e delle Walkirie; la nazione possente e orgogliosa, che per effetto di
follia collettiva volle deviare con inaudita violenza il corso della Storia
e sommergere i popoli nei tempi del più tirannico e sanguinoso assolutismo,
vede avvicinarsi - dopo essersi attirati lodio e la maledizione
del mondo intero - lora dellespiazione delle sue gravi colpe,
dei suoi orribili delitti.
I due Stati più anacronistici del secolo XX - lAustria e la Turchia,
limpero della forca e limpero dei massacri - che si erano
agggiogati al carro della Germania, sperando di salvare i loro putridi
organismi dalla dissoluziione, crollano sotto i colpi mortali delle nazionalità
oppresse e sotto le cannonate liberatrici dei legionari delle democrazie.
Terribile ironia della Storia! La guerra mondiale, che secondo i loro
infernali calcoli doveva salvarli dallo sfacelo, li conduce inesorabilmente
e simultaneamente - come aveva augurato e profetizzato Mazzini - al crollo
definitivo. Sulle loro rovine sinnalzano nuovi Stati, collocati
sulla base granitica del principio di nazionalità. I popoli oppressi sotto
il tallone tedesco ed austro-ungarico ebbero il meritato riguardo da parte
delle nazioni e governi alleati. Lintesa ha già sanzionato con solenni
dichiarazioni la costituzione in Stati indipendenti delle nazionalità
oppresse dallAustria-Ungheria. Non così per le nazioni oppresse
sotto il giogo turco. I difensori della libertà e della giustizia fecero
solo dichiarazioni vaghe per lavvenire di quei popoli. E sopra tutto
una nazione - la nazione armena - che per le sue tradizioni, per il suo
tenace attaccamento alla civiltà occidentale e per il contributo che recò
fin dalla prima ora alla causa degli Alleati, avrebbe dovuto meritare
maggior riguardo, maggiore attenzione da parte di essi, fu abbandonata
quasi nel dimenticatoio. In Italia, non mancano da parte del pubblico
dimostrazioni di simpatia e solidarietà per la causa armena: conferenze
per illustrare il martirio e leroismo di questo popolo, comitati
per affermare il diritto di essi allindipendenza. ma lItalia
ufficiale dimostrò quasi nessun interessamento al peoblema armeno, fingendo
talora di ignorare persino che esisteva da decenni sul tappeto della diplomazia
europea una questione armena, oppure pronunciandosi - caso raro - in termini
vaghi e troppo diplomatici. Nel passato, non erano mancate in Italia anime
nobili e generose che avevano rivolto la loro mente sulla dolorante questione
armena. Oltre a Giuseppe Mazzini, che col suo grande cuore e con la sua
vastissima esperienza, aveva abbracciato la causa santa di liberazione
di tutti i popoli oppressi, profetizzando il contemporaneo crollo degli
imperi austro-ungarico e ottomano, un latro Grande italiano - Francesco
Crispi - aveva manifestato il suo autorevole parere sul problema armeno,
in una lettera di eccezionale importanza, scritta da Napoli il 3 febbraio
1897 e indirizzata a Saverio Fera, Gran Maestro della Massoneria italiana
di rito scozzese, presidente del Comitato pro Armenia costituito allora
a Firenze, in difesa dei diritti della nazione armena: Ebbi la vostra
del 17 gennaio e se non mi affrettai a rispondere dovete comprendere il
motivo. Per undici mesi continui, dopo aver lasciato il potere, mi ritirai
dalla vita politica attiva ed oggi scrivo a voi personalmente con preghiera
di non dare pubbilicità alla mia lettera. La causa del vostro Comitato
patrocinata è sacra, ma i Governi che dovrebbero interessarsene sono insensibili
ed i popoli impotenti. Infatti dovete ammettere che la voce di Gladstone,
nella libera Inghilterra, rimase inascoltata e non trovò eco nel continente.
LArmenia è in peggiori condizioni della Polonia. LEuropa è
così crudele verso quella nazione che non riconosce per la medesima il
territorio politico suo. Nel trattato di Berlino del 1878, si dispose
dei porti e delle città che dovrebbero appartenere allArmenia, e
le Potenze affidarono allora al beneplacito della Turchia le riforme che
avrebbero dovuto fare. La sublime Porta, è detto nellartcolo
61 di quel trattato, si impegna a realizzare senza ritardo i miglioramenti
che esigono i bisogni locali delle provincie abitate dagli armeni
Abitate dagli armeni: capite? Sono passati 18 anni, e gli assunti impegni
della Turchia, si esplicarono nelle carneficine e negli incendi onde furono
desolate le provincie abitate dagli armeni. Al 1895 partirono per lOriente
le squadre delle grandi Potenze: la sola Inghilterra aveva 18 navi e tutti
credettero che giustizia sarebbe stata fatta a quel popolo oppresso. Sapreste
dirmi i risultati di questa spedizione militare? Le corazzate tornarono
nei loro porti. Dopo di ciò che sperate di fare a pro degli armeni? Ci
vogliono tempo e denaro, per una impresa di tanta entità, e voi coi vostri
Comitati non potete raccogliere che aspirazioni e speranze, che non valgono
a correggere o a guarire il Governo turco. LItalia ha molti guai
in casa sua per non poter estendere la sua azione a benficio di altri
popoli. La Francia repubblicana continua le tradizioni dei suoi Re, e
oggi, passando sul cadavere della plonia, va a Mosca a stringersi in fraterno
amplesso con lo Czar. Linghilterra è la Potenza che forse avrebbe
il desiderio di redimere lArmenia, ma da sola non vorrà impegnarsi
in una guerra. La Russia non può sciogliere la questione armena, perchè
ha mezzo popolo armeno sotto il suo impero: avrebbe interesse di prender
laltra metà, ma lEuropa non lo consentirebbe. Del resto lo
Czar, dopo aver assonnato il sultano e fattosi suo protettore, prefefrisce
attendere il momento opportuno per attuare i suoi disegni in Oriente.
Quando verrà lora estrema delleterno ammalato, forse la diplomazia
avrà un pensiero per lArmenia. Ho detto abbastanza. Non avevo intenzione
di scrivere come ho fatto. Carlo Alberto, quando cospirava, aveva inciso
sulla carta su cui scriveva: Aspetto la mia stella! Povero Re! Invocò
il suo astro quando lItalia, seminata di nubi, non era pronta a
rendere la luce e finì in esilio. Oggi anarchici e preti impediscono il
risorgere della nazionalità, predicando le lusinghiere teorie dellumanità
nella quale si confondono i popoli di ogni sangue, di ogni razza, di ogni
religione. Queste teorie, lo sapete, sono la negazione della patria. Sanguina
il cuore. Gli orrori della Bulgaria non furono così crudeli come questi
dellArmenia; quelli trovarono uno Czar vendicatore ed un Congresso
europeo che proclamò lindipendenza di quel popolo. Aspettiamo, pensiamo
ai casi nostri affinchè meglio costituiti e veramente liberi, possiamo
essere abbastanza forti per dare la libertà agli altri. Verrà questo giorno?
Non è lecito dubitarne.
Queste poche righe riassumono meravigliosamente la sventurata e complicata
questione armena. E il grido di dolore di unanima nobile,
ma desolata a non poter intervenire, in difesa di una giusta e santa causa.
Latto daccusa, la fiera requisitoria dun uomo di Stato,
con piena conoscenza di causa, contro la tremenda responsabilità dellEuropa
dinanzi al martirio armeno. Infine è laugurio, la promessa che lItalia
in un prossimo avvenire, cresciuto di forza e di prestigio, metta la sua
potente spada nella bilancia per la risoluzione del problema armeno. Non
è giuinto forse il giorno così ardentemente auspicato da Crispi? LItalia,
schierandosi a fianco dellIntesa non solo a rivendicare le proprie
aspirazioni nazionali, bensì in difesa della civiltà e della libertà,
dimostrò al mondo che i discendenti di Mazzini non volevano disertare
la Storia, mentre si combatteva la grande lotta di liberazione vaticinata
dal Grande Ligure. I soldati e i marinai dItalia, in tre anni deroismo,
dabnegazione e di vittorie, diedero la prova più luminosa che la
grande e forte Italia sognata da Crispi, era ormai un fatto compiuto.
Infine, decretando dal Campidoglio col Patto di Roma il diritto allindipendenza
dei popoli oppressi dallImpero degli Asburgo, lItalia riaffermò
la sua incrollabile, immutabile fedeltà agli ideali mazziniani. LArmenia
che fu abbandonata nel suo spaventoso servaggio mentre tutti i popoli
balcanici venivano sottratti, per opera dellEuropa, al giogo turco;
lArmenia, che fu obliata anche in questi tremendi anni di guerra,
mentre sinneggiava al Belgio, alla Serbia, alla Polonia - nazioni
nobili ed eroiche, a cui però la nazione armena è per nulla inferiore
- deve ottenere alla Conferenza della pace la sua completa indipendenza
nei suoi confini storici. Non solo, anche per lArmenia si debbono
esigere riparazioni e garanzie. E chi più dellItalia, già soggiogata
alla secolare oppressione straniera, può apprezzare meglio il martirio
armeno? E chi più dellItalia, erede diretta e rappresentante più
autorevole della civiltà romana, assertrice dei grandi ideali di Mazzini
e di Garibaldi, ha il dovere e la missione di patrocinare la causa di
questo lontano lembo asiatico della civiltà latina, proclamando solennemente
il diritto dellArmenia allindipendenza? Non è mazziniano -
e cioè italiano - il principio che ogni nazione ha un sacro diritto: il
diritto allindipendenza; che ogni nazione ha un dovere egualmente
sacro: il dover ad aiutare gli oppressi ad acquistare lindipendenza?
Daltronde, per un caso fortunato, linteresse ideale e morale
dellItalia è in perfetta armonia col suo interesse economico e politico,
perchè lArmenia si ricostituisca in Stato libero ed indipendente.
Infatti, la Germania, battuta ed avvilita, non cambierà danima.
Nè limmane dramma degli ultimi anni, nè la più clamorosa sconfitta
basteranno a trasformare la barbara natura di quella nazione: lorgoglio,
la violenza e la tenacia sono le sue caratteristiche essenziali. Limpero
romano non ebbe mai nemici così accaniti, così tenaci, come i Germani.
E il conflitto attuale, non è forse, in ultima analisi, la lotta di una
pretesa civiltà superiore - la famigerata Kultur - contro linsuperabile
civiltà romana? I Teitoni furono fra i più refrattari al Cristianesimo
- Verbo novello che predicava lamore e la fratellanza universale.
La Chiesa cattolica dovette lottare secoli e secoli per convertirli al
cattolicesimo, essi però alla prima occasione se ne staccarono accettando
la Riforma luterana. In tale conversione, non si deve vedere tanto - parlo
solo della Germania - una convinzione intima, una ribellione di coscienza,
ma piuttosto leffetto di una passone: odio e orgoglio. Dopo Roma
imperiale, era Roma cattolica che suscitava lodio e linvidia
dei Teutoni. Ora, un popolo che ha secolari tradizioni di tenacia e di
orgoglio; un popolo che si nutrì da un secolo in qua delle teorie di orgoglio
e di violenza di Fichte, di Hegel, di Treitchke e di cento altri, e nelle
quali dottrine si devono ricercare i germi del conflitto mondiale, non
può trasformarsi da un giorno allaltro. Le commedie parlamentari
e le mascherate di democraticizzazione non bastano a cambiare la natura
dun popolo. Ecco perchè è necessario mozzare i tentacoli al mostro
germanico e inchiodarlo nella sua tana, perchè non possa mai più rialzare
la testa, mai più risvegliare nè i propri istinti barbari, nè quelli dei
suoi affini - turchi, magiari, tartari: Ecco perchè è necessario creare
possenti barriere dappertutto - barriere economiche, politiche e culturali.
LArmenia indipendente, elemento di progresso per eccellenza, costituirà
appunto una di tali barriere. E con unArmenia indipendente,
elemento di progresso per eccellenza, costituirà appunto una di tali barriere.
E con unArmenia indipendente - non soggetta allo straniero,
turco o non turco - che lItalia potrà riallacciare le relazioni
commerciali e politiche che furono così cordilai, così strette nel passato
fra il Regno dArmenia Minore e le gloriose Repubbliche Italiane.
Ed è unArmenia libera e indipendente che - custode gelosa e tenace
della civiltà romana in mezzo a secolari ed accaniti assalti dei barbari
vicini - potrà svolgere a sua volta, liberamente, la sua missione civilizzatrice
in quelle contade asiatiche.
Nella generale liberazopne degli oppressi, nelluniversale resurrezione
dei martiri, lArmenia - martire fra i martiri - non deve più essere
domenticata. LIntesa continua a riconoscere il diritto allesistenza
di uno Stato - lo Stato Turco - il quale, nato e cresciuto nel sangue,
si sostenne sempre - oggi, come ieri e, state sicuri, anche domani - con
lassassinio e col massacro eretto a sistema di governo. Le democrazie
unite in nome del principio nazionale, si ostinarono a difendere il diritto
allindipendenza di un popolo, il popolo tirco, il quale, ribelle
- per incpacità organica - a qualsiasi civiltà, non possiede quasi nessuno
dei requisiti e fattori, materiali e morali, perchè una collettività -
secondo la scuola italiana: da Romagnosi a Gioberti, da Mazzini a Mancini
- possa considerarsi vera nazione e quindi avere diritto allindipendenza;
mentre le stesse democrazie non pronunciarono tuttora nessuna parola chiara,
precisa sullavvenire dellArmenia la quale, viceversa, possiede
tutti i fattori e contrassegni mazziniani per avere diritto allindipendenza.
Delenda Turchia! Bisogna distruggere la Turchia! Bisogna amputare senza
pietà questorgano cancrenoso dellumanità! LIntesa si
assumerebbe una tremenda responsabilità conservando ancora lo Stato turco
- infinitamente più anacronistico e più sanguinario dellImpero degli
Asburgo - ridotto pure ai minimi termini, poichè domani, certamente, la
ferocia sanguinaria delle orde turche si riverserebbero sui milioni di
cristiani, che vivono alla rinfusa in mezzo alle popolazioni musulmane
in tutto limpero turco. Guai ai popoli non musulmani ultimi rimasti
sotto uno Stato turco! Pagheranno per tutti. E storia troppo recente
latroce destino che colpì successivamente i Greci, i Serbi, i Bulgari,
gli Armeni... Bisogna liberare lArmenia: bisogna distruggere la
Turchia! Ecco la suprema necessità: ecco il duplice imprescindibile dovere
dellIntesa. Sia Roma, sorgente e maestra del diritto, a riffermare
il più elementare diritto negato per secoli allarmene genti: il
diritto alla vita. Sia la Terza Italia, risorta ad unità politica in nome
dei sacrosanti diritti di nazionalità, a proclamare per prima, solennemente,
il diritto dell Armenia allindipendenza. Sia la grande e forte
Italia vaticinata da Crispi - divenuta ormai palpitante realtà storica
- a propugnare e a volere fortemente che anche agli armeni sia fatta giustizia
completa finalmente, e che lo Stato turco - lonta suprema che pesa
tuttora sul mondo civile - sia cancellato per sempre dal novero degli
Stati. E allora - abbattuti gli ultimi idoli, gli ultimi tiranni: liberati
gli ultimi oppressi e risorti gli ultimi martiri - le libere nazioni si
avvieranno alladempimento della loro sacra missione; la rinnovata
Umanità sinnalzerà verso i suoi alti destini. E la grande idea di
Mazzini diverrà la grande realtà.
Torino, ottobre 1918
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