|
Note sul Disegno di Satira (1) |
||||
|
|
di Walter Falciatore |
|
||
|
Matthew Hodgart, nel suo volume sulla
storia della satira (Satire 1969), per illustrarne la
natura fa riferimento alla descrizione che ne offre Northrop
Frye nella sua Anatomia della Critica : …la satira esige
fantasia (almeno un tocco), un contenuto che sia
riconosciuto grottesco, giudizi morali (almeno impliciti), e
un atteggiamento attivo nei riguardi dell’esperienza… la
satira non agisce più come tale quando il suo contenuto è
reale in modo troppo opprimente, per permettere di serbare
il tono fantastico, o ipotetico, e il suo marchio distintivo
decisivo è la sua duplicità focale: moralità e fantasia. Questo per quanto riguarda la satira come genere letterario, genere che, secondo Frye, appartiene a uno dei quattro mythos fondamentali della letteratura, quello dell’inverno, che comprende ironia e satira (secondo la distinzione dello studioso canadese gli altri sarebbero quelli dell’estate o della commedia, della primavera o del romance, dell’autunno o della tragedia e dell’elegia). Posto che in letteratura un atteggiamento ironico o satirico può comparire trasversalmente nelle opere più diverse (per esempio: quanto di ironia vi è in Kafka e quanto di tutt’altro?) una definizione di genere, per quanto rigida, può tornare convenzionalmente utile e chiarificatrice: se i Gulliver’s Travels non sono un’opera di satira, allora che cosa sono? Altrettanto palese è la grandezza satirica del Rabelais di Gargantua o quella del Candide di Voltaire. Nell’ambito delle arti figurative, della satira come immagine, se pure le dichiarazioni di intenti precedentemente citate rimangono valide (la satira ha effettivamente come obiettivo principale l’espressione critica) il concetto di appartenenza a un genere sembra storicamente più netto; il disegno di satira sembrerebbe appartenere alle arti minori, al capriccio, all’invenzione grottesca, a quello che Gustav Renè Hocke ne Il Manierismo nella Letteratura definiva il codice anticlassico, in cui a prevalere sono il fantastico e il deforme. Ciò che forse è in parte inevitabile, derivando il disegno satirico dalla caricatura e dalla ricerca della sintesi formale che essa richiede all’esecutore. |
Tuttavia si consideri al proposito
una tra le più famose incisioni di William Hogart:
Beer Street, gemella della anche più drammatica Gin
Street. La ricchezza e la densità della struttura
compositiva vanno ben oltre, a dispetto della
caricaturalità dei
In un’altra incisione, Satire on False Perspective, Hogarth si esercita in un raffinato esercizio grafico in cui intende mostrare come il disegno di un’immagine diventi anodino se sprovvisto delle leggi della prospettiva. Anche quest’opera, antesignana a quelle di Escher, l’autore la definisce come satirica, attribuendo alla satira, in questo caso, delle potenzialità che sono soprattutto analitiche, piuttosto che caricaturali, rispetto alla descrizione del mondo. Qui la critica è critica a commento dei modi di vedere.
In Francisco Goya, in uno dei suoi Caprichos, intitolato Nessun Rimedio, è evidente come nel ritrarre il condannato, i suoi giudici e il popolo festante d’approvazione e sottomesso, l’artista intenda mettere in scena il lampante resoconto dell’intolleranza, della sua epoca e non soltanto. L’efficacia del risultato egli la ottiene esclusivamente per mezzo della sua eccezionale perizia grafica ( lo stesso sottotitolo non apparendo così necessario alla comprensione del senso del lavoro, anzi, inserendo una sfumatura di ambiguità al contesto generale ). D’altro canto le serie dei Capricci, insieme ai Disastri della Guerra e alla Tauromachia, alle origini del romanticismo e della stessa modernità, rappresentano una delle punte massime nella storia della grafica d’arte. E tuttavia, essendo appunto dei Capricci, secondo i canoni ufficiali della critica essi rischierebbero di essere ascritti a un “genere” minore .
|
Circa il “capriccio”, può essere utile riportare il commento che ne illustra la natura in negativo in una nota di Edgar Wind nel suo Arte e Anarchia in relazione a Guernica di Picasso: "…per quanto le possibilità offerte da questo genere artistico siano molte, le sue limitazioni diventano ovvie, quando il capriccio viene eseguito in scala eroica o sovraccaricato di sostanza tragica o didascalica, come volle fare Picasso ne La Guerra e la Pace e nel Mortuario. Io sono propenso a giudicare questi dipinti, come per esempio il monumentale capriccio picassiano fatto per l’Unesco, dei monumentali fallimenti artistici…proprio perché Picasso, come egli stesso ha spiegato,costruisce le sue composizioni mediante una distruzione progressiva, un soggetto catastrofico è poco adatto per lui. Il metodo da lui seguito di frantumare le forme naturali diventa un espediente pleonastico quando egli lo applica a forme realmente frantumate."
Anche se può predominarvi l’intenzione dadaista (come doveva ritenere lo stesso Grosz che ne realizzò una copia in bianco e nero per il suo Portfolio di opere ascritte a quella corrente ) questo acquarello “Daum sposa il suo pedante automa Peter” possiede il tono di un acume satirico quanto mai adatto ai tempi a venire. Questa è la descrizione dell’immagine redatta dagli stessi curatori della Berlinische Galerie, depositari dell’opera, datata 1920: “Daum is an anagram of Maud, the name that George Grosz gave to his girlfriend, and later wife, Eva Peter. The title of the picture refers to te marriage of this obiouvsly highly unsuited couple. Only scantily clad, with her natural corporeality still quite visible, Daum stands next to George, an automaton assembled from body and machine parts. He shows no interest whatsoever in the motionless mechanical being. Vital sensuality and emotionality versus cool, mechanical functionality, this contrast is emphasized through the conflict between the traditional technique used to depict the soft, rounded forms of the young woman and the montage of materials from which the bridegroom is made up".
(Continua) |
||
| Torna al Caffè |
Copyright©2000-2010 Kore Multimedia |