di
SERENA ZOLI
Dal
Corriere della Sera
del 13 ottobre 2002
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Felici in un mondo globale?
Intervista a Zigmunt Bauman
[Liberalsocialismo]
Biografia
1925
Zygmunt Bauman nasce a Poznan (in Polonia) da una famiglia ebrea
1939
All’invasione della Polonia fugge in Russia dove si arruola in un
corpo di volontari polacchi contro l’occupazione nazista
1954
Diventa lettore alla facoltà di Scienze sociali dell’Università di
Varsavia.
1971 Si
trasferisce in Gran Bretagna
2001
Diventa professore emerito di Sociologia all’Università di Leeds
Tra i
suoi libri pubblicati in Italia ricordiamo Il disagio della postmodernità
(Bruno Mondadori), La società individualizzata (Il Mulino), Dentro la
globalizzazione (Laterza), La solitudine del cittadino globale (Feltrinelli)
L'ultimo
libro di Zygmunt Bauman e Keith Tester, è «Società, etica,
politica» (Raffaello Cortina editore, pagine 170, euro 16)
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Ha la semplicità, l’eleganza nel contatto, dei grandi. E grande lo è,
questo signore alto e snello di settantasette anni, uno dei maggiori
sociologi del secondo Novecento con David Riesman e pochi altri, il cui
nome non facile (è polacco di origine) Zygmunt Bauman viene
immediatamente accostato al termine globalizzazione. La solitudine del
cittadino globale uscito da noi nel 2000 è il titolo che forse più ha
colpito e si è inciso nella memoria, con quel che di sollecitudine e di
pena che sembra contenere. Non è una falsa impressione: Bauman è uno
studioso della società, ma non freddo, distante, asettico. Le
sofferenze degli uomini, le loro umiliazioni sono al centro della sua
riflessione e della sua partecipazione. L’ha già scritto e ora lo
ripete in questo incontro milanese a margine di un convegno sulla «società
planetaria» promosso in ricordo del sociologo Alberto Melucci, a un
anno dalla prematura scomparsa: «Non è possibile la neutralità morale
in sociologia, chi lo sostiene mente a se stesso». La sua biografia lo
conferma. Fuggito con la famiglia in Urss all’invasione della Polonia
nel ’39 in quanto ebrei, là arruolatosi più tardi in un corpo di
volontari polacchi per combattere contro i nazisti e finalmente
rientrato a Varsavia, il suo sogno era di studiare fisica. Ma davanti
alla distruzione della sua terra Bauman decise di occuparsi dei «buchi
neri» del Paese e «del big bang della sua resurrezione». Come? «Scelsi
la sociologia, convinto che potesse cambiare il mondo». Col tempo
questa fede s’è forse stemperata, ma non persa. Lo ribadisce nel
libro che esce domani in Italia (Società, etica, politica) e che
essendo il frutto di cinque «interrogatori» condotti da un altro
sociologo, Keith Tester, diviene quasi una summa del pensiero dello
studioso, oggi professore emerito alle Università di Leeds e di
Varsavia. E’ qui che Zygmunt Bauman elenca un suo particolare pantheon
di «maestri»: Camus, Gramsci, Calvino, Borges. Partiamo da qui, con le
prime domande.
Albert Camus? « Mi ha insegnato la ribellione. E la sensibilità
alla giustizia, che è il prevenire che la gente soffra. Senta questa
frase di Camus: "C’è la bellezza e ci sono gli umiliati.
Qualunque difficoltà presenti l’impresa, non vorrei mai essere
infedele né ai secondi né alla prima"».
E’ il suo credo? «Spero lo sia. Non so se ho evitato tutte le
trappole».
Antonio Gramsci? «Gli sono molto grato. Mi ha permesso di
congedarmi onorevolmente dall’ortodossia marxista. Senza vergogna per
averla condivisa e senza l’odio di tanti ex».
In che modo Gramsci è stato illuminante? «Rifiuta il determinismo per
cui, nel marxismo ufficiale, gli uomini sono solo biglie, pedine della
storia. Porta una visione flessibile degli uomini: noi siamo creati
dalla storia e, insieme, artefici della storia. Qui si può incontrare
anche Borges: la storia è un libro che stiamo scrivendo e al tempo
stesso veniamo scritti».
Italo Calvino? Ba uman passa all'entusiasmo: «E’ il più grande
filosofo tra i narratori e il maggior narratore tra i filosofi. Il suo
Le città invisibili è il miglior testo di sociologia mai scritto. Ho
imparato più da questo libriccino che da tanti volumoni. Ogni
"città" riguarda un argomento sociologico e in due paginette
c’è l’analisi più acuta possibile. Per esempio, a Leonia fortuna e
felicità sono misurate in base alla quantità di rifiuti che si gettano
via senza rimpianto. E’ il modello di oggi: una vita è felice se è
una perpetuità di nuovi inizi. La durata è sempre stata un valore da
che mondo è mondo, mentre oggi per la prima volta sono valori la
transitorietà, lo scarto veloce, il non conservare perché quel che si
conserva può rubare il posto a cose sempre "nuove e
migliori". Dove finiremo? Non lo sa Calvino né io. Di qui, nella
storia, non siamo mai passati».
Rifiuti: nella «modernità liquida», come Bauman ha battezzato il
tempo attuale in cui nulla è fisso, niente garantito, tutto mutevole,
dove «la storia è priva di direzioni e la biografia priva di progetti»,
sempre più sono i rifiuti umani. «Certi mestieri, certe
specializzazioni, certe capacità sono svalutate sempre più. Già la
prima modernità aveva creato un ordine artificiale dentro cui molti non
erano inseribili. Non "adatti". Un secolo e più fa per questi
problemi locali c’erano soluzioni globali: i "rifiuti"
emigravano in America, in Canada, in Australia. Poi, oltre
all’emigrazione, ecco la colonizzazione, l’imperialismo... Oggi, al
contrario, cerchiamo disperatamente soluzioni locali a problemi globali.
Le migrazioni sono oggi la più grande posta in gioco, ma non sono più
unidirezionali, vanno in tutte le direzioni. E’ un problema globale,
ma noi cerchiamo soluzioni locali, tipo "chiudiamo le
frontiere". Ma non funziona».
Che fare? Zygmunt Bauman ti guarda con perplessità ironica. «Non lo
so, le soluzioni dovranno trovarle quelli che oggi hanno 20-30 anni.
S’è prodotto un divorzio tra potere e politica. Prima coincidevano
nel territorio dello stato-nazione. Ma oggi il potere è
extraterritoriale e non c’è una politica di quell’ampiezza. La
grande questione aperta è un nuovo matrimonio. E attenti a non
confondere politica internazionale con politica globale. La prima è una
somma di nazionalità, una poi dice sì al tal accordo, un’altra dice
no e si blocca tutto. Nasceranno nuove forme».
Intanto, come non bastasse, è divenuto globale pure il problema morale,
avverte Bauman. «Si dice che l’Olocausto concerne tre categorie di
persone: le vittime, i carnefici, gli astanti, o spettatori. Ebbene,
oggi, tramite la tv, siano tutti spettatori, tutti consapevoli, delle
sofferenze altrui anche in lontanissime parti del mondo. Prima, sapere
di una carestia terribile in Africa attraverso i giornali era diverso.
La tv cambia tutto. Ora vedi, sai. Dunque ti riguarda. E’ la
globalizzazione della responsabilità. Oltretutto nell’economia
globale siamo tutti interdipendenti (quel che fa uno a Singapore ha un
impatto anche su di me e viceversa, anche se io non conosco le
connessioni intermedie) e a ciò fa riscontro la vulnerabilità
reciproca assicurata». Una buona notizia secondo Bauman è che «per la
prima volta nella storia l’imperativo morale e l’istinto di
sopravvivenza vanno nella stessa direzione. Per millenni per seguire la
morale dovevi sacrificare qualche tuo interesse. Oggi gli obiettivi
coincidono: o ci prendiamo cura della dignità di ognuno, nel pianeta, o
moriremo insieme. E attenzione, non basta assicurare a tutti cibo e
acqua: molte iniquità ieri tollerabili oggi non lo sono più, la
modernità è arrivata, si è fatta conoscere in tre quarti del mondo,
dunque tante ingiustizie prima ritenute "inevitabili" vengono
avvertite come "inaccettabili". Parecchi conflitti attuali non
sono nati per il cibo, ma per la dignità offesa».
Se la modernità è "liquida", inafferrabile, e se la
storia ci ha condotti in situazioni del tutto inedite, c’è però
qualcosa di «solido» e «vecchio» che Zygmunt Bauman ritiene bussola
e strumento quanto mai attuale: il socialismo. «C’è più bisogno di
socialisti da che è caduto il Muro di Berlino», dice. «Prima il
comunismo è stato col fiato sul collo del capitalismo producendo un
meccanismo di "controllo ed equilibrio" che ha salvato il
capitalismo stesso dall’abisso. Ora è indispensabile il socialismo:
non lo ritengo un modello alternativo di società, ma un coltello
affilato premuto contro le eclatanti ingiustizie della società, una
voce della coscienza finalizzata a indebolire la presunzione e l’autoadorazione
dei dominanti».
Insieme, nel libro Bauman si dichiara anche liberale («la
sicurezza dei mezzi di sussistenza e la libertà sono complementari»),
ma è per il socialismo che sfiora la poesia: «Come la fenice, rinasce
dal mucchio di ceneri lasciate dai sogni bruciati e dalle speranze
carbonizzate degli uomini. E sempre risorgerà». Concludendo: «Se è
così, spero di morire socialista».
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