 "Tre ex dissidenti sovietici danno la loro testimonianza di vita e
di battaglia in un libro edito da Spirali".


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Per un lungo momento, tra
il 1986 ed il 1988, nessuno è riuscito a spiccicare parola. Quel che
stava avvenendo era così enorme, totale, definitivo. Perché milioni di
persone in tutto il mondo, tra cui tanti intellettuali, hanno creduto
sino all'ultima ora, ad un attimo prima del crollo che il comunismo
fosse il migliore modello possibile d'organizzazione economica e
sociale? Le radici di un crollo repentino vanno probabilmente ricercate
anche nella cultura, come sostenne anni fa l'intellettuale marxista
polacco Kolakowsky, che prese le distanze dallo stalinismo sin dal 1950,
dal disastro culturale del mondo sovietico, dalla disfatta
dell'intelligenza. Tutti coloro che nelle Università di Mosca passavano
per dei luminari della filosofia o delle scienze politiche, apparvero ai
giovani per quel che erano in realtà: burocrati semi - ignoranti. Più
tardi, dopo la morte di Stalin, s'aprì il periodo del cosiddetto
revisionismo. In tanti si illusero di poter purificare il sistema. Di
restaurare al suo interno, ma senza modificarne l'essenza, e cioè i
principi marxisti, i valori intellettuali e il rispetto della verità.
Ma fu, appunto, un'illusione. L'essenza del comunismo così come
l'avevano definita Lenin e Trozkij, era infatti tale che pensare ad un
comunismo democratico risultava del tutto assurdo. No, non c'erano
revisioni da fare. Quelle che apparivano come distorsioni del sistema,
una falsificazione dell'idea, erano in realtà i frutti malati dell'idea
stessa. Se si applicavano sino in fondo i principi di Marx, veniva fuori
il comunismo che il mondo ha conosciuto: cioè il totalitarismo. Dalla
Rivoluzione d'ottobre alla perestrojka, dai gulag all'apertura al mondo
occidentale, tutti i grandi cambiamenti, fortunati o no, risultano
ambigui perché raccolgono spinte diverse o contraddittorie. Tuttavia la
storia ci insegna che in ogni vicenda vi sono eroi di una passione,
cavalieri di un ideale, martiri di una fede. Tre testimonianze, tre
grandi intellettuali ex dissidenti parlano del comunismo con i suoi
oscuri enigmi. Un sistema quasi ingiudicato, divenuto col tempo
ingiudicabile evento sulla cui esistenza si dubita. Eppure, il Muro era
lì e dominava Berlino. Ma è come se già avessero archiviato tutto,
coloro che hanno affamato il mondo hanno ridotto successivamente una
Rivoluzione ad una trattativa con le singole nomenclature, nel corso
della quale i comunisti hanno chiesto e ottenuto il non luogo a
procedere, in cambio del proprio ritiro dai governi. Ritiro provvisorio
d'altronde, perché in breve tempo, provviste di simile salvacondotto,
le nomenclature sono tornate ovunque al potere, con la significativa
eccezione della Repubblica céca e della Germania Orientale.
Dall'avvento dei bolscevichi, le voci del dissenso non sono mancate,
c'è chi ha pagato con la vita, con i gulag, con gli ospedali
psichiatrici la visione razionale della realtà. Vladimir Bukovskij,
biologo all'Università di Mosca e per decenni ostinato nemico del
regime, è anche un profondo e acuto conoscitore del sistema comunista
ed ha contribuito al risveglio dell'opposizione nell'Unione Sovietica.
Arrestato, processato e condannato, non ha cambiato le sue idee. Le
autorità sovietiche decisero di liberarsi del pericoloso giovane
proponendo uno scambio: di Bukovskij con il leader comunista cileno
Corvalan. Era il 1977. "Incontrai Bukovskij a Parigi con un gruppo di amici russi e
polacchi, quasi all'indomani del suo espatrio, nella metà di febbraio
di quell'anno - scrisse nel '96 Gustaw Herling - Il giorno del nostro
incontro il Nouvel Observateur aveva pubblicato un'intervista con
Corvalan. Abbiamo cominciato a tradurla parola per parola ad uso di
Bukovskij, che non conosceva il francese. Osservai Bukovskij, nel mentre
aveva una faccia a metà divertita a metà triste nell'ascoltare il
vituperio repellente di Corvalan verso quel 'nemico criminale russo del
socialismo' che veniva scambiato con lui; quasi quasi a Corvalan
dispiaceva di aver prodotto la scarcerazione di Bukovskij. Il quale
Bukovskij a un certo punto esclamò: 'Basta, non lo voglio ascoltare
più. Io comunque sono contento della liberazione di Corvalan'… Il suo
chiodo fisso era la raccolta del materiale accusatorio contro il partito
comunista sovietico e contro il comunismo mondiale. Dopo la caduta del
comunismo nel 1989 Bukovskij colse la sua opportunità al volo. Divise
il suo tempo tra Cambridge e Mosca, dove ebbe libero accesso a vari
archivi sovietici. Così nacque il suo libro Il processo di Mosca,
pubblicato in russo, tradotto già in francese e in corso di traduzione
nelle varie altre lingue". Gli interventi di Bukovskij, e di Vasil
Bykov e Viktor Suvorov (pseudonimo di Vladimir Rezun), importantissimo
scrittore bielorusso il primo ed ex maggiore dei servizi segreti
sovietici condannato a morte in contumacia il secondo, sono stati
raccolti dalla casa editrice Spirali in un libro dal titolo eloquente:
"La mentalità comunista". Tre uomini, tre grandi storie: di
Bukovskij conosciamo tra gli altri "Gli archivi segreti di
Mosca", altro libro edito da Spirali nel febbraio 1999. Un testo di
fondamentale importanza dal punto di vista storico e documentale, in
quanto l'autore riporta una consistente mole di atti classificati
segreto e segretissimo che, in vari modi, più o meno rocamboleschi, e
in tempi diversi, è riuscito a visionare e riprodurre dall'archivio del
partito comunista sovietico. "Il comunismo non è un sistema
politico ... ma una malattia di massa, simile all'epidemia di una
peste", è stata una delle numerose affermazioni "forti"
di Bukovskij. Adesso, ci viene offerta, con le interessanti
testimonianze dei tre ex dissidenti, l'opportunità di riflettere sugli
avvenimenti storici che hanno coinvolto la Russia nel corso di questo
secolo, attraverso una visuale che potremmo definire senza ironia
"privilegiata", propria di coloro che hanno vissuto ed
affrontato dall'interno "La mentalità comunista", fornendo
una chiave di interpretazione che trova le proprie radici in una cultura
profondamente diversa da quella di molti di coloro che in Occidente
hanno tentato di comprendere e dare significato alle medesime vicende
senza però raggiungere i risultati sperati. Bukovskij chiede un
tribunale per i crimini comunisti: "In Italia sono arrivati al
potere i comunisti per la prima volta nel dopoguerra, e nessuno è
sembrato preoccuparsene. Io temo che noi viviamo in una situazione di
schizofrenia morale e non siamo più capaci di dire bianco al bianco e
nero al nero. E finché non riusciremo a farlo, finché il comunismo non
verrà sottoposto a un processo di Norimberga come quello a cui fu
sottoposto il nazismo, non potremo affermare di esserci liberati del
comunismo".
Insomma, lo spettro marxiano che ha regnato in Unione Sovietica e si è
aggirato per il mondo scuotendo borghesi e nobili dai loro sonni
privilegiati e poi entrato in agonia terminale alla fine degli anni
Ottanta, rappresenta ancora un pericolo per il mondo? "Come
fenomeno politico - ha sostenuto Bykov - il comunismo è estremamente
conservatore, e non consente né da spazio a nessun tipo di riforma. Si
può dire che gli scopi sono rimasti quelli che comparivano nel
manifesto dell'Internazionale comunista della fine dell'Ottocento, cioè
sono rimasti tali e quali. Tuttavia, non dimentichiamo che, con il
passare del tempo, i comunisti sono stati costretti a mimetizzarsi, a
indossare, di volta in volta, maschere diverse. La prima cosa che fanno
è intervenire sulla terminologia. Cambiano le etichette. Non cambiano
strategia, ma, in base a considerazioni logistiche, possono decidere di
cambiare determinate procedure politiche. La cosa più importante, che
non va assolutamente dimenticata, è che sono congenitamente incapaci di
cambiare mentalità. La maggior parte dei capi che governano le
repubbliche ex sovietiche escono dalle file di gente educata alla rigida
scuola del partito, quindi all''etica' del partito. In un passato
recente, una decina di anni fa - ha asserito ancora Bykov - la maggior
parte di questi individui al vertice del potere nelle varie repubbliche
erano funzionari di partito o agenti del KGB, comunque membri
dell'apparato, della nomenklatura. Ora come ora, assistiamo a un
fenomeno preciso: in tutte le repubbliche, gli uomini potenti, i capi
politici spesso sono reclutati nelle file del KGB… E' impossibile che
individui usciti da quella scuola siano in grado di realizzare qualcosa
di diverso da ciò che è stato loro insegnato. Sono strutturalmente
incapaci di realizzare qualcosa di diverso da ciò che è stato loro
insegnato. E ne stanno dando prova sia in Russia che in
Bielorussia".
Il comunismo quindi non è mai stato veramente sconfitto, è solamente
crollato su se stesso. E sta cercando di rialzare la testa. Per
Voltaire, la storia era solo "un quadro di delitti e di
sventure". Nessuno storico del comunismo è comunque riuscito a darne una
definizione più felice di quella che mezzo secolo prima del suo avvento
fu formulata da Dostoevskij, in quella pagina esilarante dei Demoni in
cui un certo Scigalev, rivelando che partendo dall'idea di un'assoluta
libertà si sarebbe arrivati a un dispotismo assoluto, spiegò che il
comunismo non può che produrre il contrario di quello che promette.
(Fabio Ranucci)
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