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Tangentopoli che cosa resterà
di Piero Ostellino (2010)
Bettino Craxi su Socialisti.net |
Avevo già conosciuto Craxi durante manifestazioni o comizi, ma la prima
volta che lo incontrai a quattr’occhi fu nel novembre del 1976.
Da luglio era segretario, dopo la sconfitta elettorale e le dimissioni
di De Martino, espresso da un gruppo di quarantenni che aveva preso la
guida del partito, e che lo aveva proposto come segretario per le
insistenze di Nenni e Mancini, ma che lo considerava solo un “primus
inter pares”.
Sempre a luglio ero diventato segretario provinciale di Torino. Avevo 28
anni ed ero uno dei pochi esponenti della corrente di Giolitti, quella
degli “intellettuali”, scelto probabilmente proprio perché non avevo un
grande seguito e costituivo un punto di equilibrio fra le maggiori
correnti.
Craxi cercava nuovi quadri dirigenti da valorizzare e che gli
consentissero di avere più forza nel partito. La corrente autonomista
del PSI, fondata da Nenni e guidata da Craxi, era infatti piccola e poco
radicata in molte regioni.
Mi invitò ad andarlo a trovare nel suo ufficio di piazza Duomo, a
Milano. Fu un incontro lungo e ricco. Mi colpì innanzitutto l’ambiente;
quadri dappertutto, montagne di libri e di carte, oggetti e cimeli da
ogni parte del mondo, una tangibile prova di grandi relazioni
internazionali.
Fisicamente era grande e grosso come me e scoprimmo che eravamo entrambi
siciliani d’origine, di due paesi vicini sui Nebrodi, terra di rifugio
nei secoli di perseguitati d’ogni genere. Da lì i nostri genitori erano
venuti a Milano e a Torino, sposando ragazze del posto. Eravamo dei
“terroni” del Nord.
Nacque una simpatia istintiva, anche se lui metteva soggezione. Era
brusco, andava al sodo nei giudizi, aveva una visione ampia dei
problemi, ma anche attento ai particolari. Era curioso di uomini e cose.
Fu chiaro: dovevamo lavorare per restituire ai socialisti e a riformisti
la guida della sinistra italiana. Per farlo dovevamo rinnovarci, aprendo
il PSI alle influenze del socialismo europeo.
Cominciò così una collaborazione durata vent’anni.
In questi giorni di molte ipocrite riabilitazioni voglio ricordarlo per
come lo conobbi e lo apprezzai io.
La prima cosa che mi viene di sottolineare è che Craxi era un uomo della
sinistra italiana, anticomunista in nome di una sinistra liberale e
riformista. In tutte le mille conversazioni private con lui ebbi sempre
chiaro quel che pensava, e che mi faceva essere d’accordo con lui.
La sinistra italiana doveva profondamente cambiare per uscire dalla
condizione di doppia subalternità alla DC e al PCI, e la collaborazione
con la DC, indispensabile per ragioni interne e internazionali, doveva
essere in qualche modo sempre competitiva, perché, “in nuce”, era la
collaborazione fra due poli alternativi. Così era in Europa e così
avrebbe dovuto essere in Italia.
Gli era chiaro che ad ostacolare questo disegno era la natura
consociativa della Repubblica nata con il CLN e la propensione al
dialogo diretto che DC e PCI mostravano ogni volta che i socialisti lo
consentivano.
Aveva chiara l’origine pre-marxista della sinistra italiana e Garibaldi
era non soltanto un mito romantico ma una figura simbolica.
Aveva tratto da Nenni un impianto istintivamente popolare, che gli
faceva amare poco o nulla la tradizionale grassa borghesia del Nord,
rappresentata da famiglie autoperpetuantesi e protese alla ricerca di
risorse pubbliche per sostenere i propri affari. Ciò spiega la costante
attenzione agli “uomini nuovi” che potessero emergere nell’economia,
sostituendosi ad elites poco dinamiche e che percepiva come naturalmente
ostili.
Come è normale, nella prassi discuteva con tutti, ma la diffidenza che
provava era probabilmente percepita dai suoi interlocutori.
In generale i conservatori, i moderati e la destra in genere lo
apprezzavano per il suo anticomunismo ma ne temevano le radici di
sinistra.
Nella primavera del ’78 si tiene a Torino il Congresso, durante i giorni
drammatici del sequestro Moro. La posizione socialista a favore del
tentativo di salvare la vita del leader DC viene spiegata come una
spregiudicata mossa per rompere l’asse DC-PCI. Non nego che ci fosse un
calcolo politico (Berlinguer definì più volte Craxi un “giocatore di
poker”), ma posso testimoniare che alla base di quella scelta vi era
anche l’angoscia sincera che Craxi mostrava ad ogni passaggio della
vicenda. Alla base c’era l’idea della tutela della vita umana di fronte
alla spietata “ragion di stato”, un umanesimo socialista che cercava
interlocutori, distinguendosi dalla zelante “fermezza” di cui i
comunisti volevano dar prova, anche per esorcizzare le radici
militar-comuniste delle BR.
Un anno dopo divento deputato. Nel giorno di inaugurazione della
legislatura Craxi scrive per l’Avanti! un fondo in cui pone la questione
delle riforme istituzionali. E’ la prima volta (a parte Pacciardi,
trattato quasi come un fascista) che un leader democratico affronta il
tema della modernizzazione delle istituzioni e della revisione della
Costituzione.
Fu un argomento costante della battaglia di Craxi. Oggi lo si riconosce
ma insieme ne si deforma il senso. Nulla aveva a che spartire lo spirito
dei socialisti di allora con molte proposte di oggi, che delineano una
democrazia plebiscitaria e senza partiti, senza equilibri e contrappesi,
in sostanziale discontinuità con la democrazia repubblicana della
Costituente.
L’idea di Craxi era di riprendere tesi e proposte accantonate alla
Costituente (si pensi per esempio a Calamandrei), nonché le migliori
esperienze francesi e tedesche, per rafforzare le istituzioni, che,
senza cambiamenti, si sarebbero sempre più deteriorate.
Trentadue anni dopo, i fatti testimoniano quanto quell’intuizione fosse
lungimirante.
Le elezioni del ’79 rinnovano radicalmente il gruppo parlamentare
socialista. Craxi, quarantenne, alleva una generazione di trentenni, che
segue con attenzione. Ho vivo il ricordo delle tante serate trascorse in
fumose trattorie, oggi scomparse, a tirar tardi discutendo con passione.
Craxi raccontava: storie apprese da suo padre, Prefetto di Como alla
Liberazione, racconti di Nenni sulla guerra di Spagna, le intricate
vicende dei rapporti Nenni-Mussolini. Si formò così il gruppo dirigente
che guidò il PSI per quindici anni.
Il Congresso di Palermo del ’81 segna la definitiva conquista della
maggioranza nel partito da parte della corrente autonomista, che cambia
nome. Diventa “riformista”, come ai tempi di Turati. L’autonomia dei
socialisti è conquistata, ora le riforme.
Palermo è il Congresso del “Viva l’Italia”, la canzone che diventa quasi
una parola d’ordine, il rilancio di un patriottismo democratico,
garibaldino, sottratto alle grinfie della Destra. L’Inno di Mameli
risuona per la prima volta in un Congresso, affiancato all’Inno dei
Lavoratori, che ora, non so perché, non si sente più. Craxi conclude il
Congresso in maniche di camicia, con le lacrime agli occhi, in un clima
di grande entusiasmo.
L’anno dopo, Rimini. I meriti e i bisogni. Un messaggio di modernità e
giustizia.
Le elezioni dell’83 aprono la strada della guida del governo. La fase
più alta dell’esperienza di Craxi. Molti ne hanno sottolineato i
passaggi più significativi: scala mobile e relativo referendum,
Sigonella, revisione del Concordato. Di quella fase a me preme ricordare
un episodio, che ben spiega l’idea che Craxi aveva del primato della
politica.
All’epoca, fra le altre cose, seguivo per conto del partito i sondaggi e
in quella veste gli avevo segnalato le difficoltà del referendum sulla
scala mobile, dove in sostanza si chiedeva agli italiani di rinunciare
all’uovo oggi per la gallina domani. Cosa che è sempre difficile da far
capire e accettare. Lui non si scompose e mi replicò che i sondaggi si
fanno non per adeguarvisi passivamente, ma, se necessario, per riuscire
a far cambiare idea alla gente. Il leader deve assumersi il rischio di
ciò che ritiene l’interesse generale e la politica deve guidare la
società e non subirne gli umori. Quanta distanza da Berlusconi e
Veltroni!
Dopo l’87 si apre la fase più difficile: una sorta di traversata nel
deserto in attesa di un ritorno alla guida del paese, che, nelle sue
intenzioni, avrebbe consentito finalmente lo sfondamento a sinistra e
conseguentemente l’alternativa alla DC.
Ma nel frattempo si addensavano le nubi. Lo stato del partito non era
buono. La traduzione in periferia della politica di Craxi era quanto mai
discutibile e provocava reazioni crescenti. Io ero da tempo responsabile
degli enti locali e ogni giorno cercavo di correggere le intemperanze
periferiche. La centralità della posizione socialista non doveva tanto
essere usata per massimizzare il potere in sè, quanto per innescare
processi politici. Ma spesso non avveniva così, e cresceva il rancore
verso un ceto politico vissuto come arrogante e inamovibile.
Mentre al centro la politica era padrona, in periferia spesso era
ancella, al servizio di altro. Questo valeva anche per il finanziamento
del partito, che anche il PSI, come gli altri, reperiva in forme non
trasparenti. Ma se per molti questo era un mezzo, al servizio di un
progetto, per alcuni diventava un fine. Faceva il resto la fragile
struttura del partito, che, a differenza del PCI, non disponeva di
eroici ex partigiani o dei Greganti di turno, che gestivano un sistema
ancora oggi in gran parte sconosciuto e di cui gli eredi continuano a
non parlare.
La degenerazione del sistema politico, che era generale, sembrava, per
effetto di queste circostanze, riguardare soprattutto i socialisti. Che
pagavano anche un minor radicamento nelle strutture dello stato
(Magistratura, Servizi segreti, alta burocrazia). A questo bisogna
aggiungere l’inevitabile sovraesposizione di chi doveva continuamente
combattere su due fronti all’interno, di chi cercava di emanciparsi da
una servile acquiescenza alla politica americana, di chi sosteneva la
causa dei palestinesi, di chi sosteneva e alimentava il dissenso all’Est
e i democratici schiacciati da regimi dittatoriali in tutto il mondo.
C’erano le premesse per gli eventi successivi.
L’anno decisivo fu sicuramente il 1989.
Il crollo del comunismo nell’Est mette in moto la situazione. Craxi da
un lato esalta la natura di sinistra del PSI (“Una bandiera rossa di cui
non ci dobbiamo vergognare”, disse facendola esporre dal balcone di via
del Corso a Roma, il giorno della caduta del muro di Berlino),
moltiplica i contatti con i “miglioristi” del PCI, divenuto, in fretta e
senza particolari autocritiche, PDS, modifica la scritta sul simbolo del
Garofano, aggiungendo le parole “Unità Socialista”; dall’altro tiene in
piedi il rapporto con la DC aspettando l’ineluttabile collasso a
sinistra.
Questa tattica attendista, pur giustificata dall’enorme diffidenza verso
lo spregiudicato antisocialismo del giovane gruppo dirigente del PDS (i
“nipotini di Berlinguer”), diventa un rischio, se protratta troppo a
lungo.
E qui le vicende politiche si intrecciano con quelle personali e
private.
Alla fine del ’89 Craxi ha un grave malore. Nessuno drammatizza, ma
resta lontano da Roma per un mese. Quando torna, sono fra i primi ad
incontrarlo. Mi fa una strana impressione: sembra invecchiato e poco
combattivo. Ad un certo punto mi guarda fisso: “Non sai cosa vuol dire
guardare la morte negli occhi”. La cosa mi colpì, ma subito riprendemmo
a lavorare.
A distanza di anni, ripensando mille volte a quei momenti decisivi mi
sono formato un’opinione. La crescente circospezione , l’immobilismo con
cui affrontammo la fase terminale del pentapartito ha anche una
spiegazione soggettiva, una certa stanchezza che intorpidiva le analisi
e le decisioni. Craxi era un leader forte ed era difficile contraddirlo.
Ognuno di noi avrebbe forse potuto e dovuto fare di più, ma era comunque
molto difficile.
D’altra parte vi erano molte apparenti buone ragioni per una tattica non
aggressiva. Il PDS rifiutava anche nel nome l’approdo socialista, molti
dei suoi dirigenti, che ci parlavano di nascosto, preconizzavano
l’imminente collasso del partito, i risultati elettorali parziali
continuavano ad essere buoni.
Craxi e tutti noi sottovalutammo le capacità di sopravvivenza del PDS,
che era l’erede di un partito comunista anomalo, diverso da quello
francese, socialdemocratico nella prassi amministrativa e profondamente
radicato in alcune parti del paese. La stessa scelta di cambiare nome
mantenendo una continuità storica, pur molto discutibile, agevolava la
transizione.
Inoltre, aspettando l’Unità Socialista, non ci accorgemmo che il paese
stava sbandando. La fine della guerra fredda stava scongelando il
sistema politico, liberando energie positive, ma anche spinte
demagogiche, populiste e qualunquiste.
Un grande rilancio delle riforme, la rottura degli equilibri politici e
una svolta modernizzatrice era nelle possibilità di Craxi. Non fu così.
Certo c’era sempre qualche buona ragione che induceva a temporeggiare.
Ricordo che nel ’91, quando ci fu una crisi nella quale La Malfa uscì
dal governo, si pensò ad elezioni anticipate, che probabilmente
avrebbero indirizzato il malessere del paese in direzioni diverse da
quelle che poi prese. Craxi ci pensò. A me disse, a crisi ricomposta,
che dal PDS gli avevano chiesto aiuto per rinviare alla scadenza
naturale del ’92 elezioni che li vedevano totalmente impreparati.
Probabilmente è vero, ma il Craxi di 10 anni prima non si sarebbe certo
fermato per questo.
Alla fine del ’91 Chiaromonte, uno dei dirigenti comunisti che più
stimava e frequentava, avvertì Craxi che le speranze di una
riconciliazione a sinistra stavano sfumando. Gli disse che i “nipotini
di Berlinguer” avevano scelto di combattere con ogni mezzo, anche “per
via giudiziaria”.
Craxi me lo raccontò, scettico su quel che potesse significare. Gli
risposi che, per la mia esperienza torinese, non era cosa che si potesse
sottovalutare. Ma ormai il tempo stava scadendo.
Ciononostante le elezioni del ’92 danno un risultato discreto. Il
governo mantiene una risicata maggioranza aritmetica. La DC perde 5
punti, il PDS più di 10, il PSI lo 0,6, principalmente in Lombardia (a
Torino invece i socialisti raggiungono il massimo storico).
Ma la bufera ormai incalza e travolge qualunque equilibrio. Craxi stenta
ad accettare l’idea di poter essere un bersaglio diretto. Spera di poter
formare un governo, poi ripiega su Amato. Ma ormai la politica cede il
passo alla canea mediatica, alle inchieste, ai cappi sventolati in
Parlamento, alle monetine lanciate per strada, ai suicidi, alle morti
sospette.
Il lavacro purificatore purtroppo non purificherà granchè, ma questo lo
si scoprirà più tardi.
L’ultima mossa politica fu il suo famoso discorso alla Camera, in cui
invitava tutti ad un bagno di verità. Nessuno aprì bocca. Fece forse
l’errore di non dar seguito a quel discorso con un pubblico atto di
autoaccusa, che potesse rimettere in movimento un’iniziativa politica.
Sbagliò forse l’intero gruppo dirigente a non autoaccusarsi, dando a
questo un significato politico che facilitasse il superamento della
crisi. Ognuno se la cavò come potè.
Craxi, ferito e deluso, nel ’94 lascia l’Italia. Lo vidi ancora prima
che partisse. Molti oggi dicono che non avrebbe dovuto andarsene. Ma
allora non lo pensavo, e non glielo dissi. Troppo forte era il desiderio
di linciaggio, troppo grandi i rischi, anche per la sua vita.
Lo andai a trovare in Tunisia. Era un leone in gabbia, carte
dappertutto, fax in ebollizione, segnato dal diabete, con un piede
martoriato.
Girai con lui per Hammamet. Era salutato da tutti con simpatia. In
alcuni caffè esponevano la sua foto. Zoppicava. Eppure manteneva integri
i tratti della sua personalità. Attento anche alle vicende private degli
amici, affettuoso con me, come sempre. Cenai più volte a casa sua,
sempre piena di gente. Scherzando ci dicemmo che sembrava di essere a
Cascais.
Ci sentivamo ogni tanto al telefono. Ma non quanto avrei voluto. Ognuno
di noi era immerso nei propri problemi e nel proprio dolore.
Chi non lo ha conosciuto stenta a credere che, dietro il suo modo di
fare brusco, si nascondesse un uomo capace di affettuosità e grande
dolcezza.
Che aveva della politica un’idea alta e nobile, che combatteva duramente
ma rispettava gli avversari.
In uno dei momenti di maggiore scontro con il PCI, l’Avanti! aveva
attaccato con rudezza Giancarlo Pajetta. Craxi si arrabbiò molto.
Davanti a me chiamò Intini e lo rimproverò. “Ricordati che Giancarlo è
un eroe, che ha dedicato la sua vita alla lotta per la libertà. E poi ha
quarant’anni più di te e merita il tuo e nostro rispetto”.
Anche Craxi merita, oltre all’affetto di chi ha vissuto e lavorato con
lui, il rispetto che si deve a chi ha combattuto generosamente la
propria battaglia in nome di ideali e passioni che solo una sinistra
cieca e settaria può regalare ad altri.
Giusi La Ganga
Torino, 19 gennaio 2010
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