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Bettino Craxi su Socialisti.net |
Craxi il solo ad aver detto
a un Paese politicamente incolto che l’etica della responsabilità è
etica della Politica
Erano stati sufficienti pochi mesi per processare e
condannare Bettino Craxi. Ci sono voluti 15 anni per assolvere gli ex
parlamentari pugliesi del Psi, Rino Formica, e della Dc, Vito Lattanzio,
nel frattempo politicamente bruciati. Se questo è il senso politico di
Tangentopoli non c’è di che compiacersene.
Il decennale della scomparsa del segretario del Psi era una buona
occasione per riflettere sul sistema politico che ha governato l’Italia
dalla proclamazione della Repubblica e sui suoi rapporti col sistema
economico; per chiedersi se —al riparo di pur legittime inchieste sulla
corruzione— non si sia perpetrato un ricambio per via giudiziaria della
classe politica, che ha tenuto fuori il Pci dal finanziamento irregolare
sovietico e illecito tangentizio e alcuni settori della grande industria
da Tangentopoli; per interrogarsi se oggi la corruzione
politico-amministrativa non sia maggiore di prima. Ma politici,
intellettuali e giornalisti hanno ridotto la questione a una polemica
sull’opportunità di dedicare a Craxi una via di Milano, mentre Antonio
Di Pietro—un ex poliziotto che s’è costruito una discutibile carriera
politica come ex magistrato di Mani pulite, e con l’aiuto elettorale del
Pci (la candidatura al Mugello)—continua a processarlo invocandone la
decapitazione anche da morto. Ma che cosa è stata Tangentopoli? Ha
scritto Guido Carli: «Se oggi volessimo ripercorrere la genesi di
Tangentopoli, verremmo a scoprire probabilmente che mano a mano che la
Cee si andava dotando di strumenti per individuare e colpire il
"protezionismo interno", la risposta del sistema consisteva
nell’estensione a macchia d’olio della collusione con il mondo politico
attraverso lo sviluppo delle tangenti (...) I "lacci e lacciuoli" che
imbrigliavano la libera espressione delle forze dell’invenzione e
dell’intelligenza non erano soltanto esterni, ma soprattutto interni, e
si celavano nell’occulto di bilanci non trasparenti». Come presidente
degli industriali, Carli si era proposto di adottare uno «Statuto
dell’impresa» con lo scopo di «isolare e poi scindere l’attività
autenticamente imprenditoriale da quella che veniva mantenuta in vita
soltanto grazie al contributo, diretto o indiretto, dello Stato». Ma (in
Confindustria) «tutti, all’unanimità, rigettarono quel progetto, che
venne accantonato» (Guido Carli, «Cinquant’anni di vita italiana»,
Laterza, 1993).
Giorgio Fedel ha curato la pubblicazione dei discorsi di tre leader di
epoche diverse con l’intento di verificare empiricamente come essi si
erano assunta la responsabilità delle conseguenze dell’agire politico
(«Tre discorsi politici – Frammenti di etica della responsabilità»,
Rubbettino). Uno dei tre è il discorso pronunciato da Bettino Craxi alla
Camera dei deputati, il 3 luglio 1992, mentre sta esplodendo
Tangentopoli. Sullo sfondo ci sono il crollo dell’Unione Sovietica, la
fine del bipolarismo internazionale (Usa-Urss) e interno (Dc-Pci), la
prospettiva di un nuovo e più competitivo sistema politico. È da quel
discorso che il mondo della politica avrebbe dovuto ripartire per
correggere le distorsioni dell’interpretazione criminosa di Tangentopoli
e prendere atto dei limiti e delle ambiguità della soluzione giudiziaria
di Mani pulite. Di fronte alla convenienza di tutte le forze politiche—
come poi sarebbe accaduto, abdicando alla propria funzione e delegando
alla magistratura di risolvere la crisi—il segretario del Psi si affida,
innanzi tutto, al giudizio di realtà: «... ciò che bisogna dire, e che
tutti sanno benissimo, è che buona parte del finanziamento politico è
irregolare o illegale». Quindi, esplicita il suo pensiero. Poiché lo
facevano tutti, Tangentopoli non era un caso giudiziario, ma politico.
Dice: «Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia
puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema
criminale». Fa appello, infine, all’etica della responsabilità: «Un
finanziamento irregolare o illegale al sistema politico, per quante
reazioni e giudizi negativi possa comportare e per quante degenerazioni
possa aver generato, non è e non può essere considerato un esplosivo per
far saltare un sistema, per delegittimare una classe politica, per
creare un clima nel quale di certo non possono nascere né le correzioni
che si impongono né un’opera di risanamento efficace, ma solo la
disgregazione e l’avventura».
L’appello non è stato colto, per opportunismo e per viltà, ieri; non è
colto, per conformismo e per incultura, oggi. Così si accreditano due
pregiudizi che ancora avvelenano la vita del Paese. Il primo, che dalla
nascita della Repubblica l’Italia sia stata governata da mariuoli e che
il solo partito immune da responsabilità politiche, e giudiziarie, fosse
il Pci che traeva i propri finanziamenti dall’Urss, nemica del sistema
di alleanze internazionali dell’Italia. Il secondo pregiudizio è che la
magistratura possa risolvere un problema che è solo politico: quello dei
costi, e del finanziamento, della politica, cioè dei rapporti fra
società civile e società politica in un sistema di mercato e
capitalistico. Che lo dica Di Pietro che l’Italia è stata governata per
anni, e ancora lo è, da mariuoli è nella logica della sua vocazione
anti-politica. Che con questo falso storico, e al di fuori di ogni senso
comune, non abbia ancora fatto i conti la sinistra post-comunista, è un
vizio che le ha impedito di capire le ragioni della nascita del fenomeno
Berlusconi e la espone, oggi, ai rozzi ricatti di Di Pietro. Bettino
Craxi rimane il solo ad aver detto a un Paese politicamente incolto che
l’etica della responsabilità è l’etica della Politica; che ad essa
partiti e uomini politici dovrebbero far riferimento; che il problema
dei costi, e del finanziamento, della politica non lo si risolve
sbandierando il giustizialismo in Parlamento e nelle aule dei Tribunali
Piero Ostellino
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