Camus-Craxi

[Storia e Politica]

Camus - Craxi, o l'esilio del socialismo libertario


Camus

Craxi


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Albert Camus
L'esilio di Elena (1948)

Le due facce dell'impegno
di Tzvetan Todorov (2002)

Camus, la «rivolta» 50 anni dopo
di Zygmunt Bauman (2009)

Albert Camus filosofo del futuro (2010)
di Luca Guglielminetti (2010 sul Blog)

Craxi
Un ricordo personale e politico
di Giusi La Ganga

Route El Fawara, Hammamet
di Luca Guglielminetti(2003)

Tangentopoli che cosa resterà
di Piero Ostellino (2010)

Bettino Craxi su Socialisti.net

Nel gennaio 1960 e nel gennaio 2000, cinquant’anni fa e dieci anni, sono morti rispettivamente Albert Camus e Bettino Craxi. Li accomuna qualcosa?
Forse i cimiteri sotto il sole posti sull’altro versante del Mediterraneo rispetto a quello in cui sono nati, o forse il fatto di essere considerati dei ‘traditori’, il «filosofo da liceali» e il «cinghialone», dalla sinistra del socialismo cesareo e militare, illiberale e comunista, odiati e rimossi a tal punto che rischiano di diventare oggi strumentali icone l’uno della destra di Sarkozy in Francia, l’altro della destra di Berlusconi in Italia.

Impresa ardua paragonare un politico e un intellettuale: uno statista del primato della politica e un artista del primato dell’uomo in rivolta. Ma anche rappresentanti esemplari delle responsabilità soggettiva propria dell'intellettuale impegnato (Camus) e delll’etica della responsabilità propria del politico (Craxi), come ci segnalano Todorov e Ostellino. Due irregolari nei rispettivi mondi che hanno evitato di diventare complici di menzogne. Non solo quelle del comunismo, ma anche, ad esempio, da quelle sul terrorismo: l’uno di fronte a quello della sua patria algerina, l’altro di fronte a quello brigatista che rapiva Aldo Moro; con le loro scelte a favore della vita umana da anteporre alla ‘ragion di giustizia’ anticolonialista («In questo momento ad Algeri si gettano bombe sui bus. Mia madre potrebbe trovarsi su uno di questi. Se questa è la giustizia, io preferisco mia madre».) e alla ‘ragion di Stato’ (la linea di Craxi contro la "strategia della non decisione" o della ‘fermezza’ che bloccò ogni trattativa per la liberazione del presidente della DC).

Due irregolari che, nei rispettivi ambiti, hanno lanciato sfide a destra e manca, cui non è mai mancato coraggio, lucidità e coerenza (eccezion fatta per il Craxi successivo al 1989, debilitato dopo il suo primo ricovero, come ci ricorda Giusi La Ganga), accomunati dal comune destino paradossale di aver perso pur avendo ragione. Sono cioè rimasti rappresentanti di minoranze nell’ambito della cultura e della politica. Così come il PSI non ebbe mai i numeri per imporsi su DC e PCI e così attuare la “grande riforma” che modernizzasse l’Italia, così la sinistra culturale si è impantanata, in Francia come in Italia, nelle sacche del nichilismo, del pensiero debole, della critica vacua della scuola di Francoforte, dei Roland Barthes, dei Foucault e Deridda. Con il risultato che abbiamo tutti sotto gli occhi : una sinistra agonizzante sia in termini di critica sociale che culturale, proprio nel momento in cui il neoliberismo ha mostrato tutte le sue capacità di criminalità finanziaria e di sperequazione sociale, mentre le chiese manifestano con sempre maggiore aggressività la crisi del loro presunto universalismo.

E’ vero che nel 50° anniversario della morte di Camus, Bernard-Henri Lévy con mezzo secolo di ritardo fa qualche ammissioni sulle ragioni del Premio Nobel a nome del 'gauchisme' d'oltralpe, così come nel decennale delle morte del leader socialista si sprecano i riconoscimenti dei meriti delle grandi firme del giornalismo italiano, con la postilla delle sentenze passate in giudicato. Ma nessuno si è accorto della metafora che incarnano entrambi: l‘esilio del socialismo libertario dal panorama politico e culturale attuale.

In Italia si preferisce parlare di intitolazione di vie, in Francia di spostamento di tombe al Pantheon ed è quindi corretto quanto riportava il corrispondente de La Stampa da Parigi riferito ad Alain Finkielkraut che dice: «Camus è consacrato da un’epoca che gli volta la schiena. Il nostro tempo non ama che se stesso ed è se stesso che celebra quando crede di commemorare i grandi uomini».
Non commemoriamo nessuno, quindi: c’è solo da studiare e lottare, con la fatica ciclica e assurda di Sisifo, per riportare la carica libertaria del socialismo al cento della scena.

(Luca Guglielminetti)

 

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