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di Elena Varriale
CREATIVITÀ, PERSONE, LIBERTA' ALTRUISMO
- nell'era di internet -

"È dunque questo che chiamiamo vocazione:la cosa che fai con gioia, come se avessiil fuoco nel cuore e il diavolo in corpo?"(Josephine Baker)



IL VALORE ECONOMICO DELLA CREATIVITA'


Idee, concetti, immagini, connessioni, velocità e creatività: sono questi gli ingredienti fondamentali della new economy. Le macchine calcolano, si collegano, eseguono mentre gli uomini pensano, inventano, trasformano, plasmano i consumi. Seguono istinti, fiutano l'affare, si lasciano guidare da un venture capitalist. Tutto avviene nella fluidità digitale della Rete, tutto comincia con una buona idea.
Ma essere creativi non è facile. Come ci ha spiegato il maggior studioso dello spirito creativo, Daniel Goleman, "occorre prendere qualcosa che abbiamo dentro e dargli vita esprimendolo fuori di noi".
Non basta voler essere creativi: la volontà, pur importante, da sola non può sostituire altri importanti pre-requisiti, quali la conoscenza, la curiosità, l'assenza di pregiudizi, sviluppate capacità autocritiche, forte motivazione ed il coraggio. Un bambino, un uomo o una donna semplicemente volenterosi, difficilmente oseranno sfidare convenzioni o convinzioni diffuse, cercheranno la mediazione possibile tra il loro bisogno di creare e la paura di rimanere intrappolati, soli ed incompresi, nel loro sogno.
Per creare bisogna rischiare, andare "controvento", resistere alla tempesta. C'è sempre la possibilità di non riuscire e di restare soli. Come diceva Mark Twain: "l 'uomo con un'idea nuova è un matto finché la sua idea non ha successo".
Creare, in fondo, è faticoso. È una scelta di vita. Un fiume che accompagna i pensieri, li rianima quando sembrano fermi ed indifferenti al mondo. Un soffio vitale sui gesti, le azioni, i movimenti del corpo. È un demone, non un angelo. Fa impallidire tutto quello che lascia e ravviva tutto quello che tocca. Distrugge, ogni volta che si manifesta. Travolge, quando si esprime e si fa capire. Nessuno può trattenere o fermare uno spirito creativo. Preso dalla magia delle sue intuizioni, scaverà e poi scaverà finché non potrà dimostrare o fare ciò che ha sognato. La sua vita è costellata di ossessioni, di bivi, di strade in salita e di errori.
"Io non mi evolvo. Io sono" diceva di sé Pablo Picasso. Gli faceva eco, l'artista americano Edward Hopper, che, all'inizio del XX secolo, precisava: "l'unica influenza che io abbia mai avuto sono io stesso". Per ultime, vale la pena riflettere, sulle considerazioni del poeta francese, Paul Valéry: "Che cosa m'interessa? Quel che provoca la mia crescita. Quel che mi rinnova e mi aumenta".
L' essere creativi, per un artista del XX secolo, rimandava ad una concezione forte di sé e delle proprie capacità. A metà tra un dono e una dannazione, la creatività veniva considerata come un "differenziale", ciò che distingueva il talento dalla comune mediocrità. Era l'effetto "rivoluzionario", la ribellione solitaria ad una società che tendeva sempre più a massificarsi, ad omologare sentimenti ed opinioni, visioni e prospettive. Il novecento è essenzialmente la storia dell'avvento della società, della produzione e della scuola di massa, nonché del "dramma" dell'uomo fordista ed alienato. L'uomo dal lavoro certo, dalla pensione sicura e dai piccoli-grandi progetti: l' acquisto della casa, i risparmi per gli studi dei figli e le vacanze scadenzate e programmate. Una vita, ha scritto il sociologo Richard Sennett, "lineare", ripetitiva, forse noiosa, ma rassicurante e protettiva perché scadenzata da precisi obiettivi e sicuri passaggi. La letteratura sociologica e quella filosofica ci hanno abituato a considerare l'uomo fordista e burocratico come "un individuo ad una dimensione" schiacciato nelle sue potenzialità e libertà. Marcuse, Camus, Sartre, Habermas: tutti concordi nel definire alienante il rapporto tra l'uomo e l'organizzazione sociale ed economica delle società altamente industrializzate. Una trappola per la libertà e la comunicazione interpersonale. Un ingombrante limite allo sviluppo dei possibili talenti e delle loro naturali predisposizioni.
La fabbrica era uno "spazio virtuale" in cui confluivano gli umori più disparati: il sudore s'impastava all'alienazione, le confidenze e i racconti di "vite minime" od una discreta dose di certezze ed un tangibile quanto misurabile benessere. Casco blu e colletto bianco convivevano in spazi fisici e mentali rassicuranti, protettivi ed inevi-bili: erano status sociali riconosciuti ed apprezzati. Questa è la storia di ieri. Nel bene e nel male, con le sue punte ideologizzate, con le utopie mancate e le rivoluzioni politiche mai avvenute.Oggi che le grandi fabbriche, i capannoni sono il luogo privilegiato dei rave e dei centri sociali, della musica e del teatro tutto appare più sbiadito e confuso. La sinistra politica ha perso il suo baricentro e con esso tutte le sue certezze. E' alla deriva in un mare di possibilità che non sa codificare e di paure che non sa spiegare. Il suo incubo ha un solo nome e un solo volto: flessibilità, cioè la fine delle certezze e dei legami forti.Il mercato, ancora una volta, come teorizzato dai primi liberisti, si rigenera, si trasforma, soffia via convinzioni diffuse. Diventa virtuale, perché si adegua alle nuove tecnologie e si lascia plasmare dal consumo, dall' offerta e poi dalla domanda.
Economia e-business: è questo il nome della sua ennesima trasformazione camaleontica. Dietro c'è un nugolo di piccole e medie aziende ad organizzazione reticolare e decentrata, con contratti di lavoro a tempo determinato e una conoscenza elevata di tutte le possibilità di Internet.In Italia sono 590.000 le aziende connesse in rete ed 800.000 gli italiani che acquistano abitualmente in rete: 2000 le aziende che vendono e ben 83.000 i nuovi Web nazionali. Un arcipelago virtuale di aziende che cresce rapidamente moltiplicando le occasioni di lavoro e che viene considerato, da molti osservatori, come un importante fattore di ripresa economica del Paese.
Sta succedendo, nonostante l'offerta di lavoro cresca più velocemente della domanda e tenda ad aumentare. È il fenomeno dello skill shortage, della mancanza di professionalità per il settore Internet: a fine anno aveva raggiunto le 32.285 unità e per il 2001 si prevede in Italia un vuoto di 60.000 competenze.Le professionalità più richieste sono: il project manager di commer- cio elettronico, il Web designer ed il marketing manager.
Ma non bisogna meravigliarsi se la domanda resti insoddisfatta. Basta dare uno sguardo ai programmi e ai corsi della scuola superiore, nonché delle università italiane per comprendere l'inadeguatezza del nostro sistema formativo. Arroccato solo su saperi e metodologie cartacei, orientato ad educare colletti bianchi e caschi blu, condizionato da una figura docente sempre più demotivata, confusa e in profonda crisi d'identità. Un sistema che uccide motivazioni ed aspettative ancor prima che si formino, siano esse di docenti, di allievi o delle famiglie.
Alla flessibilità del mercato del lavoro si aggiunge anche l'inadeguatezza del sistema formativo. All'incertezza si sovrappone incertezza. Il problema di fondo resta il cambiamento di prospettiva inaugurato con la diffusione di Internet. Prima, infatti, bastava "conoscere per essere". Chi sapeva, poteva migliorare il suo status economico e sociale, poteva fare "carriera", poteva vedere realizzate le sue aspettative.
Oggi, con Internet, c'è stata una vera democratizzazione del sapere: è accessibile a tutti, in tempi e con costi davvero contenuti. Il sogno illuministico di un'Enciclopedia Universale del Sapere si è realizzato. L'era degli specialisti è davvero tramontata: un computer di media intelligenza svolge lo stesso ruolo con un dispendio di energie minime ed una precisione davvero raggelante per il nostro cervello e le nostre umane esitazioni. Ma non solo. L'uso sempre più frequente della Rete ci ha proiettato in un nuovo modo di apprendere che procede per "immersioni", associazioni, analogie, similitudini.
Attraversiamo link, apriamo e chiudiamo finestre, consultiamo motori di ricerca, conosciamo e possiamo, nello stesso momento, entrare e partecipare ad un newsgroup di approfondimento sulle tematiche che ci interessano.

Seduti in casa, possiamo partecipare virtualmente, ma in tempo reale, a conferenze, congressi, dibattiti. La vera "rivoluzione" del mezzo sta nella sua capacità di diffondere sapere. È un'agenzia di conoscenza, come e più della scuola.Il computer ha messo "in ginocchio" il nostro sistema formativo e la scuola per ritrovare funzione e senso deve rinnovarsi ed occupare gli spazi lasciati vuoti dalla diffusione di Internet. Deve rivedere i suoi fini: conoscere non è più e solo trasmissione ed apprendimento di saperi. Conoscere significa saper usare gli apprendimenti, riuscire a metterli in relazione, elaborarli, criticarli, inventarne dei nuovi. Essere ciò che le macchine, per quanto sofisticate, non sono ancora in grado di realizzare: uno spirito creativo che si lascia guidare dalle proprie intuizioni, attitudini e passioni.
Elaborare conoscenze, avere idee, progettare e tentare nuove soluzioni ai problemi: è questo il profilo dell'educazione di inizio millennio. La sfida che i potenti motori e le memorie RAM e REM dei computer lanciano all'occidente.
Dunque, essere creativi. E la creatività, come ci ha spiegato lo psicologo Gardner, "non è una specie di fluido che si infiltra in ogni direzione. La vita della mente è divisa in ambiti diversi- come la matematica, il linguaggio, o la musica che io chiamo "intelligenze". Una data persona può essere straordinariamente originale e creativa - addirittura a un livello iconoclasta - in una di queste aree senza esserlo in modo particolare in nessuna delle altre". Sono sette le possibili "intelligenze" della mente umana: quella linguistica, dono comune a poeti e lirici, scrittori ed oratori, quella logico-matematica che si fonda sul ragionamento, quella musicale che si manifesta con l'amore per le note e il senso del ritmo, quella corporeo-cinestetica che si caratterizza per la capacità di risolvere in modo innovativo e creativo anche situazioni solo operative, che richiedano cioè un uso originale delle mani, quella spaziale che è il dono di capire il modo in cui gli oggetti si orientano nello spazio, tipipica di un pilota di aeroplani o di uno scultore, quella interpersonale che ci proietta nella comprensione degli altri e dei loro bisogni, tipica dei leaders ed infine quella intrapersonale che ha a che fare con la conoscenza di se stessi, dei propri desideri e delle proprie debolezze. Un esempio di tale intelligenza è Sigmund Freud.
La creatività, per Gardner è, quindi, una prerogativa di tutti gli indi-vidui, non un fatto isolato, globale, ma un'attitudine particolare che va precocemente individuata ed orientata. Il ruolo degli educatori dovrebbe essere, innanzitutto quello di osservare, interpretare ed individuare il possibile "talento" e poi, in seguito, di indirizzarlo e rafforzarlo.
"Diventa ciò che sei" diceva il poeta greco Pindaro. È un invito a progettare soggettività, ad assecondare desideri, fantasie, emozioni e relazioni. È un invito a ricercare il proprio benessere individuale, prima ancora di quello collettivo. Stare bene con se stessi è, infatti, il primo passo per stare bene con gli altri. Conoscersi aiuta a conoscere. Riuscire ad esprimersi facilita l'ascolto delle ragioni degli altri. Impegnarsi per il raggiungimento di uno scopo aiuta a comprendere meglio l'utilità e la funzione sociale delle regole.
Una "buona" scuola, ha scritto il professore Spaltro deve investire e credere "nel valore costruttivo delle fantasie e dei desideri, perché solo immaginando e pretendendo di realizzare, posso aumentare le probabilità che i miei desideri diventino realtà. Ed è allora che la realtà si tinge di qualità".
Un esperimento significativo, in questo senso, è stato realizzato in Brasile dove la "scuola dei desideri" ha recuperato bambini ed adolescenti di strada, soli ed abbandonati, potenziali delinquenti o probabili tossicodipendenti. Li ha riportati a scuola assecondando i loro desideri e le loro naturali predisposizioni. I curatori del progetto hanno investito su un'idea molto semplice: non può esserci insegnamento ed apprendimento senza il piacere del fare e del sapere.

Una buona scuola dovrebbe perciò recuperare il suo significato originario di skholè che i latini ci hanno trasmesso utilizzando la parola otium, cioè riposo, tempo libero, quiete, possibilità. Una scuola dai tempi dilatati, quelli necessari a scoprire, ad assimilare e rielaborare gli apprendimenti. Una scuola rispettosa del tempo proprio di ciascun individuo, caratterizzato da alta soggettività e forte investimento energetico individuale.
Una scuola ed una società finalizzate a progettare soggettività creative possono contribuire a realizzare una comunità più equa e giusta, capace non solo di dare a tutti almeno un'opportunità, ma anche e soprattutto proiettata a non sprecare o calpestare i sogni dei molti.
Le paure d'inizio millennio, sono provocate non solo da incertezze, insicurezze esistenziali, assenze di garanzie personali e precarietà, ma anche dal fatto che le persone, sopraffatte dal mutamento dei valori in atto, "non trovano il coraggio di osare né il tempo di immaginare modi alternativi di vivere insieme". (Z. Bauman 1999)
La solidarietà sociale, le iniziative e l'impegno di massa, l'organizzazione comunitaria della società: valori che sembrano essere tramontati per sempre, oscurati dalla paura dell'inadeguatezza, di essere irrimediabilmente outside, fuori da ogni prospettiva di sviluppo e di benessere. Quando è in gioco la sopravvivenza personale, il senso degli altri, della comunità e dell'umanità si affievoliscono. Diventiamo tutti vittime di una gigantografia dell'io che ci rende più soli e sempre meno interessati alla sfera pubblica dell'esistenza. Prigionieri di noi stessi dimentichiamo la dimensione collettiva delle nostre sofferenze. Chiediamo sicurezza, mentre dovremmo cominciare ad immaginare o ridisegnare un nuovo patto sociale, investire sui sogni e i desideri, creare ambienti sociali ed agora telematici finalizzati a progettare e sviluppare soggettività. Dobbiamo provare ad essere creativi, a sfidare i "fantasmi" che agitano le nostre paure e le nostre arrese. In fondo, abbiamo la straordinaria possibilità di costruire un futuro migliore per noi e per chi verrà dopo di noi.
Lo psicanalista Erik Erikson ha definito moratorium quelle particolari situazioni in cui un individuo sperimenta nuovi modelli sociali. Generalmente, il moratorium si realizza nell'età dell'adolescenza, quando trasgressione e desiderio di libertà confluiscono e si confondono in comportamenti al limite delle regole e dei valori consolidati di una data società o comunità. La conseguenza di questo atteggiamento mentale è che garantisce l'innovazione dei comportamenti e degli stili di vita di ogni nuova generazione rispetto a quella precedente. Senza moratorium non ci sarebbe evoluzione, differenziazione, novità.
La Rete sembra, non solo, favorire questo approccio alla vita, ma anche allargare la fascia d'età di chi osa e scommette sulle sue intuizioni. Non è un caso che le mode oggi nascano prima nel virtuale e poi si trasferiscano nel reale. La Rete sembra assumere sempre più i contorni di un "laboratorio" di idee, di progetti, di possibili convivenze sociali. Non uno "spazio" asettico, freddo, asociale, ma un "luogo" palpitante di sperimentazioni e di creatività.
Con Internet è possibile considerare il valore economico della creatività come uno dei più importanti ed innovativi indicatori della trasformazione sociale e culturale in atto.
Non è un caso che nella Scuola di Direzione Aziendale della Stanford University sia già stato attivato un corso di creatività, sul tema: Chi sono io? Qual è il mio lavoro?
Nel corso viene chiesto ad ogni studente di interrogarsi e chiarirsi sul proprio potenziale e su ciò che dà più significato alla sua vita. La filosofia del corso è semplice: trovare uno scopo e riuscire a soddisfarlo crea motivazione, abitua ad immaginare, sognare e verificare. È una sfida con se stessi, prima ancora che con gli altri e con il mercato.
Essere creativi, nella new economy non significa, infatti, solo creare nuovi prodotti, ma anche trovare soluzioni originali che migliorino il sistema di fornitura dei servizi; che portino significative innovazioni nella gestione del personale o miglioramenti nella distribuzione, o nuove idee per procurarsi i finanziamenti.
In fondo, s'incomincia a considerare la produzione come un processo in cui tutte le parti possono essere migliorate da intelligenze vivaci e stimolanti.
In quest'ottica anche la figura della leadership cambia profondamente: non è più solo assunzione di responsabilità ed attribuzione di cariche ed impegni, ma si arricchisce, in un clima creativo e cooperativo, di nuove importanti funzioni. La prima è quella di immaginare e creare una visione delle cose facilmente comunicabile agli altri e perciò stesso condivisa. La seconda, nel guidare gli uomini e le donne della propria squadra verso quell'idea. La terza, infine nel preoccuparsi e contribuire alla crescita ed allo sviluppo delle persone che compongono la squadra. Più che ad un capo, il leader aziendale del futuro assomiglia ad un allenatore attento alla produttività, ma anche alla sensibilità e ai desideri dei suoi collaboratori. La new economy lo ha così "ribattezzato": manager delle risorse umane dotato di elevate capacità relazionali e capace di individuare creatività ed originalità dei suoi dipendenti. Le aziende, inoltre, che hanno messo in pratica la nuova filosofia manageriale si attestano su elevati livelli di qualità sia del processo produttivo che del prodotto finale.Un esempio di azienda senza gerarchia è la Skaltek di Stoccolma in Svezia. Con un giro d'affari di circa 100 milioni di corone svedesi alla settimana, la sua organizzazione interna assicura che non ci sia nessuna mansione definita; la trasparenza della gestione e la conoscenza da parte di ogni singolo lavoratore di tutte le informazioni inerenti il processo produttivo, compresi i dati (costi e ricavi) del bilancio. Ha infine contribuito a creare un clima aziendale in cui ciascun dipendente può esporre liberamente idee e progetti per migliorare qualunque settore della produzione.

Anche il caso di alcune aziende giapponesi è interessante. Qui l'innovazione consiste nell'aver saputo preservare abilità tradizionali, senza rinunciare a creare nuovi prodotti. La filosofia dell'azienda è semplice: adattare idee già esistenti a nuove circo stanze. È il caso della Kyotek che, in passato, produceva finissima carta lavorata a mano e che, oggi, è passata alla produzione di circuiti stampati ad alta qualità. Il punto di congiunzione tra le due diverse produzioni era ed è, l'elevato grado di precisione.
Il professore Kenneth Kraft della Lehigh University, esperto di studi buddisti, ha spiegato come in Asia, l'idea di creatività sia un concetto molto diverso dal nostro. L'immagine che viene usata per definire la creatività è l'acqua perché si adatta alle circostanze, si modella rispetto a ciò che trova, pur restando un flusso. Più si è sensibili e reattivi alle circostanze esterne più si è creativi.
Adattabilità e reattività creativa al mondo esterno sono principi alla base della moderna teoria ecologica: riciclare e salvaguardare l'habitat creano infatti non solo un pensiero militante, ma anche reali occasioni di sviluppo economico. Natura e creatività, da sempre, dividono ispirazioni e delusioni. Contatti e fughe, dominio e predominio, paura e coraggio. Sembrano interconnesse in una sfida infinita che si tramanda da corpo a corpo, da anima ad anima, da essere ad essere.
La natura crea: ogni mese nella nostra galassia, nasce una stella per condensazione dei tenui gas che "navigano" negli infiniti spazi cosmici. Dietro ogni esplosione violenta di grandi e "vecchie" concentrazioni di stelle, si nasconde la vita di nuove generazioni di astri. Creare e divenire: sinonimi dello stesso imperscrutabile "disegno".Lo stesso che alimentava il tormento di Michelangelo mentre gridava al suo Davide di uscire dal marmo, di prendere vita dall'inorganico, di lasciare la fredda materia per incarnare l'immaginazione del suo creatore. Un'ossessione fatta di passione e costanza, d'intuizione e coraggio, di esuberante voglia di rinascita e di inevitabile conquista di immortalità.Ma questo succedeva tanto tempo fa. Poi la rivoluzione industriale ha trasformato le ossessioni. Sfruttare la natura e le sue risorse ha aumentato il benessere degli individui ed in ma niera esponenziale.
All'inizio del 1900, il nostro pianeta era abitato da 1 miliardo e 600 milioni di individui, il nuovo millennio ci vede, invece, già a quota 6 miliardi. Secondo il rapporto "State of the World" del Worldwatch Institute (1999) il 90% delle nuove nascite si concentrano nei Paesi sottosviluppati ed è qui che prendono corpo i dati che non è difficile definire della "vergogna": la ricchezza globale delle 225 persone più ricche del mondo è infatti pari al reddito annuale di circa 2,5 miliardi di persone. Sono in molti a chiedersi o ad affermare che la globalizzazione in atto sta, di fatto, rendendo più povero il mondo.
Controcorrente arriva, invece, lo studio del Global Business Policy Council della società di consulenza statunitense, A.T. Kearney secondo cui la mondializzazione dei mercati non solo non ci renderebbe più poveri, ma addirittura garantirebbe un aumento della ricchezza in quei Paesi che si sono globalizzati senza esitazioni. E' il caso delle Filippine, dell' Argentina, del Cile, della Cina e dell' Ungheria che hanno avuto tassi di crescita del 7% rispetto al 2% dei Paesi come l' Egitto, l' Indonesia, il Messico e la Turchia che hanno rinunciato a "globalizzarsi".
Nonostante i dati confortanti della Kearney, va però sottolineato, come continui a crescere, nei Paesi più sviluppati, la percentuale di persone che vive sotto la soglia di povertà: 100 milioni sono gli outsiders, 37 milioni i disoccupati e 100 milioni i senza tetto. Una massa enorme di individui a cui è negata la possibilità di dare un qualsiasi "valore" alla propria esistenza.
Eppure il "valore della vita" sta diventando la nuova parola d'ordine del mondo degli affari. Lifetime value o LTV, così è stata definita la misura teorica di quanto potrebbe valere l'esistenza di un essere umano se fosse trasformata in merce e sottomessa alla sfera del commercio. La new economy tende a rendere consumabile ogni attimo della vita: il tempo di lavoro e quello del divertimento girano insieme nella Rete. Sono in vendita al migliore e più veloce offe rente. Ma non solo.Secondo il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, oggi nel mondo, più di 200 milioni di persone hanno accesso ad Internet e si prevede che nel 2005 supereranno il miliardo. Poter accedere a tecnologie ed idee cambiando il modo in cui le aziende nascono e si sviluppano. Sempre più scelgono il franchising del modello di impresa. Grandi imprese come la Mc Donald's o la Benetton hanno ceduto in concessione idee e marchio a piccole aziende locali. In questo modo hanno conquistato, senza dover investire in strutture costose e in spese di avviamento, nuove fette di mercato. Le piccole aziende, dal canto loro, hanno la certezza di aver acquistato un progetto di marketing di qualità. Come ha scritto J. Rifkin " l'idea alla base di tutto questo è la produzione di massa di concetti, anziché di prodotti".
Negli Stati Uniti operano già 550.000 attività in franchising con più di 7.200.000 addetti. Ogni otto minuti, s'inaugura una nuova attività in franchising e il fenomeno si sta diffondendo velocemente in ogni parte del mondo. Tutto avviene nella Rete: in questa enorme "rete di reti" della comunicazione, tra le infinite possibili comunità virtuali che nascono, si sviluppano e si assestano nel Web.
L'era dell'accesso descritta da J. Rifkin è, però, densa di luci ed ombre. Nessun ottimismo sembra legittimo: "Nel ventunesimo secolo, le imprese saranno sempre più coinvolte nello scambio di idee e, a loro volta, gli individui saranno sempre più propensi ad acquistare l'accesso a tali idee e all'involucro materiale in cui saranno contenute. La capacità di controllare e vendere pensiero diventerà la forma più sofisticata di abilità commerciale".
Nelle argomentazioni dello studioso americano s'insinua la paura che il pensiero, ultimo baluardo di resistenza alla ferrea logica del mercato, possa trasformarsi in una merce di scambio. Il destino dell'occidente industrializzato sarebbe allora quello di vedere sempre più limitata la sua libertà di immaginazione e di trasgressione. Nessuna alternativa possibile allo sviluppo del capitalismo mondiale: il mercato avrebbe, ormai, "comprato" le menti oltre che i corpi.
Ma, nel bel libro del primo "maestro di strada" italiano, Marco Rossi-Doria viene riportato un dialogo con il tredicenne africano Ephraìm Naana, su cui vale la pena soffermarsi a riflettere:
"Sì, signor buana Marco," dice Ephraìm "io penso proprio come ha detto il mio maestro, perché io ho visto che è vero: sì alcuni pensieri volano via prima piano poi veloci nel cielo così come fa la gru coronata quando spicca il volo. Ma (…) è pure vero che altri pensieri so-no molto testardi e si fissano così forte nella testa, come fanno le zecche sui cani randagi, che non fanno pensare i pensieri nuovi"..
Pensieri che volano liberi e pensieri che non fanno pensare nuovi pensieri: la chiave della conoscenza e della creatività è tutta nascosta nelle parole semplici di un bambino, abituato a studiare e a lavorare, a soffrire e a sognare. Un pensiero che libera pensiero non può essere comprato, né programmato dal management. Dovrà essere prima ricercato, poi brevettato, e solo dopo, venduto ed acquistato, liberamente e coscientemente. Si comprano idee, non pensieri, ossessioni, passioni.
La globalizzazione sta avvicinando il mondo, sta "contaminando" pensieri, culture, idee. La creatività occidentale si alimenta di visioni, di immagini lontane, di modi d'intendere la vita e la società diversi, di comunità locali i cui valori e legami sociali sono ancora forti. Aumentano la pluralità, il bisogno di confrontarsi, di liberarsi di pensieri che non fanno pensare.
La sfida della new economy è anche questo: pensare e risolvere i problemi dei più deboli, degli altri, di quelli che, sempre più vicini nello spazio virtuale, bussano alle porte del nostro egoismo.

Martin Luther King diceva: "Ogni uomo deve decidere se camminare alla luce di un altruismo creativo o nell'oscurità di un egoismo distruttivo. Questa è la scelta. La domanda più insistente e pressante che ci pone la vita è: che cosa stai facendo per gli altri?"
L' altruismo creativo libera il pensiero, si sottrae alle logiche del mercato, le sublima sostituendo all'indifferenza e all'impotenza, la capacità di risolvere problemi e sofferenze.
In fondo, arricchisce le ragioni e le prospettive di un riformismo laico, sgombro da profezie rivoluzionarie o da nuove religioni laiche.
La libertà, la creatività e l'altruismo possono rappresentare, nel ventunesimo secolo, la sfida propositiva di un rinnovato socialismo umanitario, moderno, interconnesso con gli altri.

 

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