|
Idee, concetti, immagini, connessioni, velocità e creatività:
sono questi gli ingredienti fondamentali della new economy. Le
macchine calcolano, si collegano, eseguono mentre gli uomini
pensano, inventano, trasformano, plasmano i consumi. Seguono
istinti, fiutano l'affare, si lasciano guidare da un venture
capitalist. Tutto avviene nella fluidità digitale della Rete,
tutto comincia con una buona idea.
Ma essere creativi non è facile. Come ci ha spiegato il maggior
studioso dello spirito creativo, Daniel Goleman, "occorre
prendere qualcosa che abbiamo dentro e dargli vita esprimendolo
fuori di noi".
Non basta voler essere creativi: la volontà, pur importante, da
sola non può sostituire altri importanti pre-requisiti, quali la
conoscenza, la curiosità, l'assenza di pregiudizi, sviluppate
capacità autocritiche, forte motivazione ed il coraggio. Un
bambino, un uomo o una donna semplicemente volenterosi,
difficilmente oseranno sfidare convenzioni o convinzioni diffuse,
cercheranno la mediazione possibile tra il loro bisogno di creare
e la paura di rimanere intrappolati, soli ed incompresi, nel loro
sogno.
Per creare bisogna rischiare, andare "controvento",
resistere alla tempesta. C'è sempre la possibilità di non
riuscire e di restare soli. Come diceva Mark Twain: "l
'uomo con un'idea nuova è un matto finché la sua idea non ha
successo".
Creare, in fondo, è faticoso. È una scelta di vita. Un fiume che
accompagna i pensieri, li rianima quando sembrano fermi ed
indifferenti al mondo. Un soffio vitale sui gesti, le azioni, i
movimenti del corpo. È un demone, non un angelo. Fa impallidire
tutto quello che lascia e ravviva tutto quello che tocca.
Distrugge, ogni volta che si manifesta. Travolge, quando si
esprime e si fa capire. Nessuno può trattenere o fermare uno
spirito creativo. Preso dalla magia delle sue intuizioni, scaverà
e poi scaverà finché non potrà dimostrare o fare ciò che ha
sognato. La sua vita è costellata di ossessioni, di bivi, di
strade in salita e di errori.
"Io non mi evolvo. Io sono" diceva di sé Pablo
Picasso. Gli faceva eco, l'artista americano Edward Hopper, che,
all'inizio del XX secolo, precisava: "l'unica influenza
che io abbia mai avuto sono io stesso". Per ultime, vale
la pena riflettere, sulle considerazioni del poeta francese, Paul
Valéry: "Che cosa m'interessa? Quel che provoca la mia
crescita. Quel che mi rinnova e mi aumenta".
L' essere creativi, per un artista del XX secolo, rimandava ad una
concezione forte di sé e delle proprie capacità. A metà tra un
dono e una dannazione, la creatività veniva considerata come un
"differenziale", ciò che distingueva il talento dalla
comune mediocrità. Era l'effetto "rivoluzionario", la
ribellione solitaria ad una società che tendeva sempre più a
massificarsi, ad omologare sentimenti ed opinioni, visioni e
prospettive. Il novecento è essenzialmente la storia dell'avvento
della società, della produzione e della scuola di massa, nonché
del "dramma" dell'uomo fordista ed alienato. L'uomo dal
lavoro certo, dalla pensione sicura e dai piccoli-grandi progetti:
l' acquisto della casa, i risparmi per gli studi dei figli e le
vacanze scadenzate e programmate. Una vita, ha scritto il
sociologo Richard Sennett, "lineare", ripetitiva,
forse noiosa, ma rassicurante e protettiva perché scadenzata da
precisi obiettivi e sicuri passaggi. La letteratura sociologica e
quella filosofica ci hanno abituato a considerare l'uomo fordista
e burocratico come "un individuo ad una dimensione"
schiacciato nelle sue potenzialità e libertà. Marcuse, Camus,
Sartre, Habermas: tutti concordi nel definire alienante il
rapporto tra l'uomo e l'organizzazione sociale ed economica delle
società altamente industrializzate. Una trappola per la libertà
e la comunicazione interpersonale. Un ingombrante limite allo
sviluppo dei possibili talenti e delle loro naturali
predisposizioni.
La fabbrica era uno "spazio virtuale" in cui confluivano
gli umori più disparati: il sudore s'impastava all'alienazione,
le confidenze e i racconti di "vite minime" od una
discreta dose di certezze ed un tangibile quanto misurabile
benessere. Casco blu e colletto bianco convivevano in spazi fisici
e mentali rassicuranti, protettivi ed inevi-bili: erano status
sociali riconosciuti ed apprezzati. Questa è la storia di ieri.
Nel bene e nel male, con le sue punte ideologizzate, con le utopie
mancate e le rivoluzioni politiche mai avvenute.Oggi che le grandi
fabbriche, i capannoni sono il luogo privilegiato dei rave e dei
centri sociali, della musica e del teatro tutto appare più
sbiadito e confuso. La sinistra politica ha perso il suo
baricentro e con esso tutte le sue certezze. E' alla deriva in un
mare di possibilità che non sa codificare e di paure che non sa
spiegare. Il suo incubo ha un solo nome e un solo volto: flessibilità,
cioè la fine delle certezze e dei legami forti.Il mercato, ancora
una volta, come teorizzato dai primi liberisti, si rigenera, si
trasforma, soffia via convinzioni diffuse. Diventa virtuale, perché
si adegua alle nuove tecnologie e si lascia plasmare dal consumo,
dall' offerta e poi dalla domanda.
Economia e-business: è questo il nome della sua ennesima
trasformazione camaleontica. Dietro c'è un nugolo di piccole e
medie aziende ad organizzazione reticolare e decentrata, con
contratti di lavoro a tempo determinato e una conoscenza elevata
di tutte le possibilità di Internet.In Italia sono 590.000 le
aziende connesse in rete ed 800.000 gli italiani che acquistano
abitualmente in rete: 2000 le aziende che vendono e ben 83.000 i
nuovi Web nazionali. Un arcipelago virtuale di aziende che cresce
rapidamente moltiplicando le occasioni di lavoro e che viene
considerato, da molti osservatori, come un importante fattore di
ripresa economica del Paese.
Sta succedendo, nonostante l'offerta di lavoro cresca più
velocemente della domanda e tenda ad aumentare. È il fenomeno
dello skill shortage, della mancanza di professionalità
per il settore Internet: a fine anno aveva raggiunto le 32.285
unità e per il 2001 si prevede in Italia un vuoto di 60.000
competenze.Le professionalità più richieste sono: il project
manager di commer- cio elettronico, il Web designer ed il
marketing manager.
Ma non bisogna meravigliarsi se la domanda resti insoddisfatta.
Basta dare uno sguardo ai programmi e ai corsi della scuola
superiore, nonché delle università italiane per comprendere
l'inadeguatezza del nostro sistema formativo. Arroccato solo su
saperi e metodologie cartacei, orientato ad educare colletti
bianchi e caschi blu, condizionato da una figura docente sempre più
demotivata, confusa e in profonda crisi d'identità. Un sistema
che uccide motivazioni ed aspettative ancor prima che si formino,
siano esse di docenti, di allievi o delle famiglie.
Alla flessibilità del mercato del lavoro si aggiunge anche
l'inadeguatezza del sistema formativo. All'incertezza si
sovrappone incertezza. Il problema di fondo resta il cambiamento
di prospettiva inaugurato con la diffusione di Internet. Prima,
infatti, bastava "conoscere per essere". Chi sapeva,
poteva migliorare il suo status economico e sociale, poteva fare
"carriera", poteva vedere realizzate le sue aspettative.
Oggi, con Internet, c'è stata una vera democratizzazione del
sapere: è accessibile a tutti, in tempi e con costi davvero
contenuti. Il sogno illuministico di un'Enciclopedia Universale
del Sapere si è realizzato. L'era degli specialisti è davvero
tramontata: un computer di media intelligenza svolge lo stesso
ruolo con un dispendio di energie minime ed una precisione davvero
raggelante per il nostro cervello e le nostre umane esitazioni. Ma
non solo. L'uso sempre più frequente della Rete ci ha proiettato
in un nuovo modo di apprendere che procede per
"immersioni", associazioni, analogie, similitudini.
Attraversiamo link, apriamo e chiudiamo finestre, consultiamo
motori di ricerca, conosciamo e possiamo, nello stesso momento,
entrare e partecipare ad un newsgroup di approfondimento sulle
tematiche che ci interessano.
Seduti
in casa, possiamo partecipare virtualmente, ma in tempo reale, a
conferenze, congressi, dibattiti. La vera "rivoluzione"
del mezzo sta nella sua capacità di diffondere sapere. È
un'agenzia di conoscenza, come e più della scuola.Il computer ha
messo "in ginocchio" il nostro sistema formativo e la
scuola per ritrovare funzione e senso deve rinnovarsi ed occupare
gli spazi lasciati vuoti dalla diffusione di Internet. Deve
rivedere i suoi fini: conoscere non è più e solo trasmissione ed
apprendimento di saperi. Conoscere significa saper usare gli
apprendimenti, riuscire a metterli in relazione, elaborarli,
criticarli, inventarne dei nuovi. Essere ciò che le macchine, per
quanto sofisticate, non sono ancora in grado di realizzare: uno
spirito creativo che si lascia guidare dalle proprie intuizioni,
attitudini e passioni.
Elaborare conoscenze, avere idee, progettare e tentare nuove
soluzioni ai problemi: è questo il profilo dell'educazione di
inizio millennio. La sfida che i potenti motori e le memorie RAM e
REM dei computer lanciano all'occidente.
Dunque, essere creativi. E la creatività, come ci ha spiegato lo
psicologo Gardner, "non è una specie di fluido che si
infiltra in ogni direzione. La vita della mente è divisa in
ambiti diversi- come la matematica, il linguaggio, o la musica che
io chiamo "intelligenze". Una data persona può essere
straordinariamente originale e creativa - addirittura a un livello
iconoclasta - in una di queste aree senza esserlo in modo
particolare in nessuna delle altre". Sono sette le
possibili "intelligenze" della mente umana: quella linguistica,
dono comune a poeti e lirici, scrittori ed oratori, quella logico-matematica
che si fonda sul ragionamento, quella musicale che si
manifesta con l'amore per le note e il senso del ritmo, quella corporeo-cinestetica
che si caratterizza per la capacità di risolvere in modo
innovativo e creativo anche situazioni solo operative, che
richiedano cioè un uso originale delle mani, quella spaziale
che è il dono di capire il modo in cui gli oggetti si orientano
nello spazio, tipipica di un pilota di aeroplani o di uno
scultore, quella interpersonale che ci proietta nella
comprensione degli altri e dei loro bisogni, tipica dei leaders ed
infine quella intrapersonale che ha a che fare con la
conoscenza di se stessi, dei propri desideri e delle proprie
debolezze. Un esempio di tale intelligenza è Sigmund Freud.
La creatività, per Gardner è, quindi, una prerogativa di tutti
gli indi-vidui, non un fatto isolato, globale, ma un'attitudine
particolare che va precocemente individuata ed orientata. Il ruolo
degli educatori dovrebbe essere, innanzitutto quello di osservare,
interpretare ed individuare il possibile "talento" e
poi, in seguito, di indirizzarlo e rafforzarlo.
"Diventa ciò che sei" diceva il poeta greco
Pindaro. È un invito a progettare soggettività, ad
assecondare desideri, fantasie, emozioni e relazioni. È un invito
a ricercare il proprio benessere individuale, prima ancora di
quello collettivo. Stare bene con se stessi è, infatti, il primo
passo per stare bene con gli altri. Conoscersi aiuta a conoscere.
Riuscire ad esprimersi facilita l'ascolto delle ragioni degli
altri. Impegnarsi per il raggiungimento di uno scopo aiuta a
comprendere meglio l'utilità e la funzione sociale delle regole.
Una "buona" scuola, ha scritto il professore Spaltro
deve investire e credere "nel valore costruttivo delle
fantasie e dei desideri, perché solo immaginando e pretendendo di
realizzare, posso aumentare le probabilità che i miei desideri
diventino realtà. Ed è allora che la realtà si tinge di qualità".
Un esperimento significativo, in questo senso, è stato realizzato
in Brasile dove la "scuola dei desideri" ha recuperato
bambini ed adolescenti di strada, soli ed abbandonati, potenziali
delinquenti o probabili tossicodipendenti. Li ha riportati a
scuola assecondando i loro desideri e le loro naturali
predisposizioni. I curatori del progetto hanno investito su
un'idea molto semplice: non può esserci insegnamento ed
apprendimento senza il piacere del fare e del sapere.
Una
buona scuola dovrebbe perciò recuperare il suo significato
originario di skholè che i latini ci hanno trasmesso
utilizzando la parola otium, cioè riposo, tempo libero, quiete,
possibilità. Una scuola dai tempi dilatati, quelli necessari a
scoprire, ad assimilare e rielaborare gli apprendimenti. Una
scuola rispettosa del tempo proprio di ciascun individuo,
caratterizzato da alta soggettività e forte investimento
energetico individuale.
Una scuola ed una società finalizzate a progettare soggettività
creative possono contribuire a realizzare una comunità più equa
e giusta, capace non solo di dare a tutti almeno un'opportunità,
ma anche e soprattutto proiettata a non sprecare o calpestare i
sogni dei molti.
Le paure d'inizio millennio, sono provocate non solo da
incertezze, insicurezze esistenziali, assenze di garanzie
personali e precarietà, ma anche dal fatto che le persone,
sopraffatte dal mutamento dei valori in atto, "non trovano
il coraggio di osare né il tempo di immaginare modi alternativi
di vivere insieme". (Z.
Bauman 1999)
La solidarietà sociale, le iniziative e l'impegno di massa,
l'organizzazione comunitaria della società: valori che sembrano
essere tramontati per sempre, oscurati dalla paura
dell'inadeguatezza, di essere irrimediabilmente outside, fuori da
ogni prospettiva di sviluppo e di benessere. Quando è in gioco la
sopravvivenza personale, il senso degli altri, della comunità e
dell'umanità si affievoliscono. Diventiamo tutti vittime di una
gigantografia dell'io che ci rende più soli e sempre meno
interessati alla sfera pubblica dell'esistenza. Prigionieri di noi
stessi dimentichiamo la dimensione collettiva delle nostre
sofferenze. Chiediamo sicurezza, mentre dovremmo cominciare ad
immaginare o ridisegnare un nuovo patto sociale, investire sui
sogni e i desideri, creare ambienti sociali ed agora telematici
finalizzati a progettare e sviluppare soggettività. Dobbiamo
provare ad essere creativi, a sfidare i "fantasmi" che
agitano le nostre paure e le nostre arrese. In fondo, abbiamo la
straordinaria possibilità di costruire un futuro migliore per noi
e per chi verrà dopo di noi.
Lo psicanalista Erik Erikson ha definito moratorium quelle
particolari situazioni in cui un individuo sperimenta nuovi
modelli sociali. Generalmente, il moratorium si realizza nell'età
dell'adolescenza, quando trasgressione e desiderio di libertà
confluiscono e si confondono in comportamenti al limite delle
regole e dei valori consolidati di una data società o comunità.
La conseguenza di questo atteggiamento mentale è che garantisce
l'innovazione dei comportamenti e degli stili di vita di ogni
nuova generazione rispetto a quella precedente. Senza moratorium
non ci sarebbe evoluzione, differenziazione, novità.
La Rete sembra, non solo, favorire questo approccio alla vita, ma
anche allargare la fascia d'età di chi osa e scommette sulle sue
intuizioni. Non è un caso che le mode oggi nascano prima nel
virtuale e poi si trasferiscano nel reale. La Rete sembra assumere
sempre più i contorni di un "laboratorio" di idee, di
progetti, di possibili convivenze sociali. Non uno
"spazio" asettico, freddo, asociale, ma un
"luogo" palpitante di sperimentazioni e di creatività.
Con Internet è possibile considerare il valore economico della
creatività come uno dei più importanti ed innovativi
indicatori della trasformazione sociale e culturale in atto.
Non è un caso che nella Scuola di Direzione Aziendale della
Stanford University sia già stato attivato un corso di creatività,
sul tema: Chi sono io? Qual è il mio lavoro?
Nel corso viene chiesto ad ogni studente di interrogarsi e
chiarirsi sul proprio potenziale e su ciò che dà più
significato alla sua vita. La filosofia del corso è semplice:
trovare uno scopo e riuscire a soddisfarlo crea motivazione,
abitua ad immaginare, sognare e verificare. È una sfida con se
stessi, prima ancora che con gli altri e con il mercato.
Essere creativi, nella new economy non significa, infatti, solo
creare nuovi prodotti, ma anche trovare soluzioni originali che
migliorino il sistema di fornitura dei servizi; che portino
significative innovazioni nella gestione del personale o
miglioramenti nella distribuzione, o nuove idee per procurarsi i
finanziamenti.
In fondo, s'incomincia a considerare la produzione come un
processo in cui tutte le parti possono essere migliorate da
intelligenze vivaci e stimolanti.
In quest'ottica anche la figura della leadership cambia
profondamente: non è più solo assunzione di responsabilità ed
attribuzione di cariche ed impegni, ma si arricchisce, in un clima
creativo e cooperativo, di nuove importanti funzioni. La prima è
quella di immaginare e creare una visione delle cose facilmente
comunicabile agli altri e perciò stesso condivisa. La seconda,
nel guidare gli uomini e le donne della propria squadra verso
quell'idea. La terza, infine nel preoccuparsi e contribuire alla
crescita ed allo sviluppo delle persone che compongono la squadra.
Più che ad un capo, il leader aziendale del futuro assomiglia ad
un allenatore attento alla produttività, ma anche alla sensibilità
e ai desideri dei suoi collaboratori. La new economy lo ha così
"ribattezzato": manager delle risorse umane dotato di
elevate capacità relazionali e capace di individuare creatività
ed originalità dei suoi dipendenti. Le aziende, inoltre, che
hanno messo in pratica la nuova filosofia manageriale si attestano
su elevati livelli di qualità sia del processo produttivo che del
prodotto finale.Un esempio di azienda senza gerarchia è la Skaltek
di Stoccolma in Svezia. Con un giro d'affari di circa 100 milioni
di corone svedesi alla settimana, la sua organizzazione interna
assicura che non ci sia nessuna mansione definita; la trasparenza
della gestione e la conoscenza da parte di ogni singolo lavoratore
di tutte le informazioni inerenti il processo produttivo, compresi
i dati (costi e ricavi) del bilancio. Ha infine contribuito a
creare un clima aziendale in cui ciascun dipendente può esporre
liberamente idee e progetti per migliorare qualunque settore della
produzione.
Anche
il caso di alcune aziende giapponesi è interessante. Qui
l'innovazione consiste nell'aver saputo preservare abilità
tradizionali, senza rinunciare a creare nuovi prodotti. La
filosofia dell'azienda è semplice: adattare idee già esistenti a
nuove circo stanze. È il caso della Kyotek che, in
passato, produceva finissima carta lavorata a mano e che, oggi, è
passata alla produzione di circuiti stampati ad alta qualità. Il
punto di congiunzione tra le due diverse produzioni era ed è,
l'elevato grado di precisione.
Il professore Kenneth Kraft della Lehigh University, esperto di
studi buddisti, ha spiegato come in Asia, l'idea di creatività
sia un concetto molto diverso dal nostro. L'immagine che viene
usata per definire la creatività è l'acqua perché si adatta
alle circostanze, si modella rispetto a ciò che trova, pur
restando un flusso. Più si è sensibili e reattivi alle
circostanze esterne più si è creativi.
Adattabilità e reattività creativa al mondo esterno sono
principi alla base della moderna teoria ecologica: riciclare e
salvaguardare l'habitat creano infatti non solo un pensiero
militante, ma anche reali occasioni di sviluppo economico. Natura
e creatività, da sempre, dividono ispirazioni e delusioni.
Contatti e fughe, dominio e predominio, paura e coraggio. Sembrano
interconnesse in una sfida infinita che si tramanda da corpo a
corpo, da anima ad anima, da essere ad essere.
La natura crea: ogni mese nella nostra galassia, nasce una stella
per condensazione dei tenui gas che "navigano" negli
infiniti spazi cosmici. Dietro ogni esplosione violenta di grandi
e "vecchie" concentrazioni di stelle, si nasconde la
vita di nuove generazioni di astri. Creare e divenire: sinonimi
dello stesso imperscrutabile "disegno".Lo stesso che
alimentava il tormento di Michelangelo mentre gridava al suo
Davide di uscire dal marmo, di prendere vita dall'inorganico, di
lasciare la fredda materia per incarnare l'immaginazione del suo
creatore. Un'ossessione fatta di passione e costanza, d'intuizione
e coraggio, di esuberante voglia di rinascita e di inevitabile
conquista di immortalità.Ma questo succedeva tanto tempo fa. Poi
la rivoluzione industriale ha trasformato le ossessioni. Sfruttare
la natura e le sue risorse ha aumentato il benessere degli
individui ed in ma niera esponenziale.
All'inizio del 1900, il nostro pianeta era abitato da 1 miliardo e
600 milioni di individui, il nuovo millennio ci vede, invece, già
a quota 6 miliardi. Secondo il rapporto "State of the
World" del Worldwatch Institute (1999) il 90% delle nuove
nascite si concentrano nei Paesi sottosviluppati ed è qui che
prendono corpo i dati che non è difficile definire della
"vergogna": la ricchezza globale delle 225 persone più
ricche del mondo è infatti pari al reddito annuale di circa 2,5
miliardi di persone. Sono in molti a chiedersi o ad affermare che
la globalizzazione in atto sta, di fatto, rendendo più povero il
mondo.
Controcorrente arriva, invece, lo studio del Global Business
Policy Council della società di consulenza statunitense, A.T.
Kearney secondo cui la mondializzazione dei mercati non solo
non ci renderebbe più poveri, ma addirittura garantirebbe un
aumento della ricchezza in quei Paesi che si sono globalizzati
senza esitazioni. E' il caso delle Filippine, dell' Argentina, del
Cile, della Cina e dell' Ungheria che hanno avuto tassi di
crescita del 7% rispetto al 2% dei Paesi come l' Egitto, l'
Indonesia, il Messico e la Turchia che hanno rinunciato a
"globalizzarsi".
Nonostante i dati confortanti della Kearney, va però
sottolineato, come continui a crescere, nei Paesi più sviluppati,
la percentuale di persone che vive sotto la soglia di povertà:
100 milioni sono gli outsiders, 37 milioni i disoccupati e 100
milioni i senza tetto. Una massa enorme di individui a cui è
negata la possibilità di dare un qualsiasi "valore"
alla propria esistenza.
Eppure il "valore della vita" sta diventando la nuova
parola d'ordine del mondo degli affari. Lifetime value o LTV,
così è stata definita la misura teorica di quanto potrebbe
valere l'esistenza di un essere umano se fosse trasformata in
merce e sottomessa alla sfera del commercio. La new economy tende
a rendere consumabile ogni attimo della vita: il tempo di lavoro e
quello del divertimento girano insieme nella Rete. Sono in vendita
al migliore e più veloce offe rente. Ma non solo.Secondo il
Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, oggi nel mondo, più
di 200 milioni di persone hanno accesso ad Internet e si prevede
che nel 2005 supereranno il miliardo. Poter accedere a tecnologie
ed idee cambiando il modo in cui le aziende nascono e si
sviluppano. Sempre più scelgono il franchising del modello
di impresa. Grandi imprese come la Mc Donald's o la Benetton hanno
ceduto in concessione idee e marchio a piccole aziende locali. In
questo modo hanno conquistato, senza dover investire in strutture
costose e in spese di avviamento, nuove fette di mercato. Le
piccole aziende, dal canto loro, hanno la certezza di aver
acquistato un progetto di marketing di qualità. Come ha scritto
J. Rifkin " l'idea alla base di tutto questo è la
produzione di massa di concetti, anziché di prodotti".
Negli Stati Uniti operano già 550.000 attività in franchising
con più di 7.200.000 addetti. Ogni otto minuti, s'inaugura una
nuova attività in franchising e il fenomeno si sta diffondendo
velocemente in ogni parte del mondo. Tutto avviene nella Rete: in
questa enorme "rete di reti" della comunicazione, tra le
infinite possibili comunità virtuali che nascono, si sviluppano e
si assestano nel Web.
L'era dell'accesso descritta da J. Rifkin è, però, densa di luci
ed ombre. Nessun ottimismo sembra legittimo: "Nel
ventunesimo secolo, le imprese saranno sempre più coinvolte nello
scambio di idee e, a loro volta, gli individui saranno sempre più
propensi ad acquistare l'accesso a tali idee e all'involucro
materiale in cui saranno contenute. La capacità di controllare e
vendere pensiero diventerà la forma più sofisticata di abilità
commerciale".
Nelle argomentazioni dello studioso americano s'insinua la paura
che il pensiero, ultimo baluardo di resistenza alla ferrea logica
del mercato, possa trasformarsi in una merce di scambio. Il
destino dell'occidente industrializzato sarebbe allora quello di
vedere sempre più limitata la sua libertà di immaginazione e di
trasgressione. Nessuna alternativa possibile allo sviluppo del
capitalismo mondiale: il mercato avrebbe, ormai,
"comprato" le menti oltre che i corpi.
Ma, nel bel libro del primo "maestro di strada"
italiano, Marco Rossi-Doria viene riportato un dialogo con il
tredicenne africano Ephraìm Naana, su cui vale la pena
soffermarsi a riflettere:
"Sì, signor buana Marco," dice Ephraìm "io
penso proprio come ha detto il mio maestro, perché io ho visto
che è vero: sì alcuni pensieri volano via prima piano poi veloci
nel cielo così come fa la gru coronata quando spicca il volo. Ma
(…) è pure vero che altri pensieri so-no molto testardi e si
fissano così forte nella testa, come fanno le zecche sui cani
randagi, che non fanno pensare i pensieri nuovi"..
Pensieri che volano liberi e pensieri che non fanno pensare nuovi
pensieri: la chiave della conoscenza e della creatività è tutta
nascosta nelle parole semplici di un bambino, abituato a studiare
e a lavorare, a soffrire e a sognare. Un pensiero che libera
pensiero non può essere comprato, né programmato dal management.
Dovrà essere prima ricercato, poi brevettato, e solo dopo,
venduto ed acquistato, liberamente e coscientemente. Si comprano
idee, non pensieri, ossessioni, passioni.
La globalizzazione sta avvicinando il mondo, sta
"contaminando" pensieri, culture, idee. La creatività
occidentale si alimenta di visioni, di immagini lontane, di modi
d'intendere la vita e la società diversi, di comunità locali i
cui valori e legami sociali sono ancora forti. Aumentano la
pluralità, il bisogno di confrontarsi, di liberarsi di pensieri
che non fanno pensare.
La sfida della new economy è anche questo: pensare e risolvere i
problemi dei più deboli, degli altri, di quelli che, sempre più
vicini nello spazio virtuale, bussano alle porte del nostro
egoismo.
Martin
Luther King diceva: "Ogni uomo deve decidere se camminare
alla luce di un altruismo creativo o nell'oscurità di un egoismo
distruttivo. Questa è la scelta. La domanda più insistente e
pressante che ci pone la vita è: che cosa stai facendo per gli
altri?"
L' altruismo creativo libera il pensiero, si sottrae alle logiche
del mercato, le sublima sostituendo all'indifferenza e
all'impotenza, la capacità di risolvere problemi e sofferenze.
In fondo, arricchisce le ragioni e le prospettive di un riformismo
laico, sgombro da profezie rivoluzionarie o da nuove religioni
laiche.
La libertà, la creatività e l'altruismo possono rappresentare,
nel ventunesimo secolo, la sfida propositiva di un rinnovato
socialismo umanitario, moderno, interconnesso con gli altri.
|