
Casa
editrice il Saggiatore
Collana Pamphlet
Pagine 72
6,00
ISBN 88-428-1349-4
marzo 2006
Link
Il Sito di Ivan Scalfarotto:
www.ivanscalfarotto.info

per una costituente del partito
democratico
URG! Urge Ricambio Generazionale
|
‘Contro i perpetui’ è il racconto della candidatura di Ivan Scalfarotto, un quarantenne quasi digiuno di esperienza politica, alle primarie dell’Unione del 16 settembre 2005. Un candidato, cervello emigrato all’estero, che
“voleva fare il presidente del Consiglio” sul modello di Zapatero.
Nel corso dei capitoli di questo pamphlet si dipana la storia dell’ingresso in politica di questo outsider intrecciandosi con una diagnosi impietosa
dei mali del nostro paese. È soprattutto quest’ultimo l’aspetto che ci interessa sottolineare, perché gli avvenimenti italiani sono visti da ‘fuori’, dall’Europa, con gli occhi di questo manager di una delle più importanti banche americane, ieri di stanza a Londra ed oggi a Mosca.
La rilevanza della sua testimonianza è straordinaria per il suo valore documentale e mi riporta alla mente il capitolo “L’Italia fuori dall’Italia” della Storia d’Italia dell’Einaudi: la sezione di
Franco Venturi che per il settecento si concentra sulla circolazione delle idee partendo da quanto viene scritto sull’Italia fuori dal nostro paese, dalle gazzette ed agli scritti dell’intellighenzia cosmopolita e riformatrice.
E’ inoltre interessante confrontare le tesi di questo testo con quelle di Paul Ginsborg, storico e professore inglese che insegna a Firenze, che nel 2001 pubblicò a Londra “Italy and Its Discontents”, un’estensione fino al 2001 della sua storia dell´Italia contemporanea, già fondatore della "Lega per la difesa della democrazia italiana", uno dei movimenti dei girotondi. Confronto utile sia per la simmetria geografica - scrivono dell’Italia attuale, l’uno italiano in Gran Bretagna, l’altro inglese in Italia - sia perché anche Ivan prese parte alla stagione dei girotondi fondando il circolo “Adottiamo la Costituzione” e la sezione di “Libertà e Giustizia” a Londra.
La differenza più eclatante è sulla questione Berlusconi. All’allarme democratico sparso a piene mano del primo, Scalfarotto contrappone, di fatto, il dato che la vera anomalia del paese risieda nella debolezza strutturale delle regole di democrazia liberale, per cui Berlusconi è solo un sintomo e non certo la causa di tale debolezza. Una volta sbarazzati di lui,
“sarà più o meno come aver preso un’aspirina: l’infezione non sarà di certo andata
via”.
Le manifestazioni di questa infezione, che spesso emergono dal libro per paragone con i modelli inglesi ed europei, le riassumerei nei seguenti 4 punti.
· I sistemi chiusi del corporativismo, degli ordini professionali e di categoria, dove l’interesse particolare prevale sempre su quello generale e dove le professioni si ereditano dai padri.
· Il sistema discriminatorio per età, dove l’inserimento nei lavori qualificati e di responsabilità segue “un rigoroso criterio di anzianità”.
· Il sistema politico di anziani, in cui il rinnovo della classe dirigente avviene solo per consunzione, nel contesto di uno Stato incapace di mantenere la sua separazione dalla Chiesa, di garantire i diritti delle minoranze e, ai cittadini, quella dignità che nasce dall’inclusione e dal rispetto per l’altro.
· Un sistema ingiusto dove la meritocrazia è puntualmente castigata, prevalendo sempre i vincoli di appartenenza ed identità sulle questioni di contenuto e metodo, da cui deriva il sistema delle raccomandazioni e delle clientele.
Non mi soffermo sui temi della laicità, che pur pervadano molti capitoli, in quanto sono temi oggi discussi e riportati alla luce dai radicali italiani e dalla nuova formazione della Rosa nel Pugno: dai diritti di donne, omosessuali, immigrati, fino a quelli di ricerca sulle staminali e di adozione esteso anche ai singoli. La questione centrale posta da Ivan Scalfarotto resta comunque quella generazionale che forse dovremmo avere il coraggio di chiamare “repressione dei meriti”, attuata dagli over 50 con i loro sistemi chiusi e corporativi, dietro il falso alibi della poca esperienza.
Ho già avuto modo di osservare come la pratica dell’ingiustizia nasca dal discriminare meriti e creatività; tanto è vera e praticata questa scelta che nessun partito del centro sinistra, Bonino e Boselli in testa, si è sognato di proporre a Scalfarotto una candidatura per queste elezioni (vedi “Io voto Scalfarotto” su
Oggi in
Italia). Che l’esperienza non sia un requisito indispensabile per fare, in questo caso, politica, lo ha aveva già dimostrato la discesa in campo di Berlusconi nel ‘94. Scalfarotto, quindi, non è certo il primo candidato che si è presentato, seppur in un contesto di elezioni particolari, senza
“avere alle spalle una storia politica”.
Entrambi, va segnalato, hanno alcuni tratti comuni: quello di presentarsi con “proposte concrete”, il non avere una matrice identitaria politico-partitica precisa, il provenire dal mondo dell’impresa. Quest’ultimo dato forse giustifica i primi due, in quanto al di là di trovarci in un epoca post-ideologica, rispetto alla formazione politica, chi si forma nell’impresa tende sicuramente ad un pragmatismo maggiore che diluisce identità marcate di tipo politico e culturale. Da questo scaturisce un altro segno distintivo in comune almeno con il primo Berlusconi, il carattere innovativo del linguaggio.
“Contro i perpetui” è scritto senza i paludamenti del politichese, con il vantaggio di poter essere letto da chiunque e con il limite di lasciare un senso di vuoto a chi è avvezzo ai nostrani testi di politica. Pur trattandosi di pamphlet di stampo anglosassone, all’insegna di proposte concrete per rendere l’Italia un paese più aperto, creativo, efficiente e giusto, “Contro i perpetui” pone anche il problema di sostituire l’identità e le appartenenze ai particolarismi, ai localismi, alle categorie e ai microcosmi corporativi e sociali chiusi, con una identità più ampia che garantisca l’apertura necessaria all’inclusione e all’affermarsi dei meriti. L’autore ha chiaro che un’identità più aperta necessita la creazione di valori civili condivisi e lo fa denunciando la mancanza nel centrosinistra di un visione “con la V maiuscola” e il relativo bisogno di ideali che indichino una via oltre i tatticismi e la gestione del potere fine a se stessa. Parla di “simboli forti”, di un quadro macro da cui far discendere quello micro, il programma.
Siccome il problema è solo enunciato, siamo andati a ricercare all’interno dei capitoli quali fossero gli autori o i testi utilizzati dall’autore per la propria visione macro. Abbiamo trovato “L’ascesa della nuova classe creativa”, un saggio di Richard Florida, docente di teoria dello sviluppo economico alla Carnegie Mellon University di Pittsburg, che ha individuato una forte relazione tra sviluppo economico e aree dove più alta si presenta la concentrazione dei creativi - intesi in senso lato: dagli artisti agli ingegneri - e che ipotizza l’ascesa di una futura “classe creativa” oggi ancora per lo più tenuta ai margini.
Questo è però l’unico indizio che l’autore ci fornisce. Del resto, a un pamphlet, non è richiesta una bibliografia e un profluvio di citazioni di padri ispiratori, ma segnaliamo che il problema di “vision” esiste e non è risolvibile solo aggiungendo le analisi di altri sociologi: pensiamo alle ampie analisi della società a rete di
Manuel Castell, agli studi sulla modernità di
Zygmunt Bauman e a Pekka Himanen con la “sua” etica hacker contrapposta a quella protestante, di weberiana memoria, per cui all’accumulazione di capitale, la classe creativa si sostituirebbe la circolazione di conoscenze.
Il problema della visione è da porre anche sul piano del linguaggio e della filosofia del linguaggio: della necessità nel centrosinistra di trovare "una retorica dell'appartenenza comune", per usare la dizione rortyana, che lo renda capace di “Non pensare all’elefante!” per citare l’appena edito saggio di
George Lakoff, nel quale l’allievo di Chomsky cerca di spiegare come i progressisti abbiano da guadagnare di più a spiegare se stessi che non a denunciare le malefatte dell’avversario.
Tornando al linguaggio dell’autore, Scalfarotto ha sicuramente applicato per un certo verso il metodo di Lakoff, perché non ha pensato all’elefante-Berlusconi e si è concentrato a fornire un quadro, se pur sintetico, di come immagina un futuro progressista in Italia, degno dell’Europa.
C’è però un problema che Scalfarotto non affronta e dovrà chiarire a meno di non volersi porre su di un piano autoreferenziale: quello della storia.
Da un parte, dovrebbe considerare il fatto che non è il primo ad affrontare i “suoi temi”. Al di là di quelli di laicità che hanno una letteratura sterminata, mi limito a segnalare che, nel profluvio di pubblicistica generazionale dell’ultimo decennio, quasi sempre incentrata su biografie del precario, il tema del conflitto generazionale declinato in una chiara analisi politico-economica era stato ben affrontato da Giuliano da Empoli in “Un grande futuro dietro di noi” e, successivamente, in “La guerra del talento. Meritocrazia e mobilità nella nuova economia”.
Dall’altra, quando richiede di fondare una nuova identità - diciamo quella del futuro partito democratico - non può prescindere dal fatto che in qualche modo vanno risolti i conti con le vecchie identità e le loro storie. Una visione macro non può nascere dal nulla. Anche noi quarantenni abbiamo precedenti identità e storie, più o meno sfumate dei sempre più numerosi over 50. E’ necessario, allora, ricondurre ad un filo comune le storie politico-culturali delle identità ancora separate e disperse in partiti e associazioni varie. Proprio perché le idee e le sensibilità per l'oggi e il domani proprie degli “under 50” dei liberal Ds, dei laici della Margherita e degli spezzoni socialisti, radicali, verdi e movimenti vari, sono sempre più affini ed omogenee, occorre fare i conti con la storia affinché le vecchie identità non possano più dividere.
Concludo con tre appunti. L’aver appartenuto ad un circolo “Libertà e Giustizia”, associazione ispirata dall’ing. Debendetti, gli ha forse giovato nel trovare spazio su “la Repubblica” nel momento della suo primo exploit come candidato alle primarie, ma non possiamo non rimproverargli, da sostenitore del partito democratico, di cui non vede in vista dei fuori classe per dirigerlo, il fatto di non aver speso un riga sull’intervento di Debenedetti all’assise dell’Ulivo, dove incoronava ad eredi di Prodi, due cinquantenni: Veltroni e Rutelli.
Il secondo appunto è relativo alla questione dei diritti. Derivante probabilmente dal suo iter movimentista, Scalfarotto tende nel suo discorso politico a privilegiare l’emergenza diritti, ma sarebbe forse utile affrontare gli stessi temi anche dal punto di vista dei doveri. Molti dei risultati e delle proposte resterebbero valide ed immutate, ma si aprirebbe una finestra anche su un’altra prospettiva e l’analisi stringente della realtà delle cose verrebbe ad acquisire maggiore completezza.
Infine, più che un appunto, un invito a cautelarsi dal rischio di isolamento, mantenendo i contatti con l’Italia e la politica solo attraverso internet e l’associazione “Io partecipo”. Il sottoscritto ha tratto dalla modesta esperienza politica di candidato alle elezioni del 2001, con un breve
programma analogo a quello di Scalfarotto, l’insegnamento che ovunque ci si trovi, gettata la pietra, non si può procedere coltivando il proprio orticello, né si può restare in attesa degli avvenimenti (il futuro partito democratico). Dobbiamo da oggi, a pochi giorni dalle elezioni e a prescindere dal loro esito, lavorare tutti per le fondamenta del futuro: utilizzare la comunanza generazionale per aprire un dialogo stabile e permanente tra le molte e varie realtà affini che si aggirano su Internet e superare
- da subito - le barriere invisibili che le rendono altrettante realtà separate dei partiti e dei movimenti a cui fanno riferimento.
Luca Guglielminetti
|