Politica

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Giornale socialista fondato da Filippo Turati



Articolo di apertura
  da "Critica Sociale"
 di agosto 2001.

Mensile diretto da
 Claudio Martelli e
Stefano Carluccio



 

La Critica e il Lib/Lab

di Stefano Carluccio


Avanzo immediatamente una proposta per l'autunno: una conferenza programmatica di legislatura e di movimento da preparare con incontri tematici, promossa dalle riviste di area laica, dal Nuovo Psi e dallo Sdi, con l'impegno a dar vita in forma federativa ad un unico gruppo parlamentare liberalsocialista alla Camera e al Senato. Un punto di forza per una piattaforma di iniziative comuni, un patto di unità d'azione parlamentare circoscritto a temi qualificanti per una presenza politica socialista, un riferimento per una più vasta area laica che intenda rafforzare la propria autonomia.

1. Premetto di escludere, come il peggiore degli errori, qualunque frettolosità per un ennesimo tentativo di giungere ad un "partito unico" della diaspora. Il problema della presenza socialista non è burocratico, ma di contenuto. Ed organizzativo solo limitatamente al conseguimento di un buon esito per gli obiettivi concordati. Sarebbe già un miracolo. Anche perché un ritrovato "diritto di tribuna" socialista, gestito con autonomia, metterebbe in movimento una libera associazione di realtà socialiste e laiche, circoli, sezioni, fondazioni, partiti, giornali, attorno a battaglie comuni dando forza alla rete di interloquire con i sinceri liberali della Casa delle Libertà, da un lato, e con i sinceri riformisti del centro-sinistra, dall'altro. Per evitare i soliti malintesi e le obiezioni scontate, aggiungo che una tale proposta, a mio giudizio, ha senso se contesta il falso realismo impotente di chi misura i compiti del socialismo con il righello corto del proprio naso, nel breve se non nell'immediato periodo. Atteggiamento deprimente che costringe a schierarsi in ogni circostanza e per il più piccolo dettaglio o di qua o di là, producendo due guasti di cui abbiamo già fatto esperienza: il primo e più rilevante, quello di una supina accettazione pratica di quanto contestiamo dell'attuale sistema politico, la riduzione del pluralismo, la divisione sempre crescente tra Stato e società e, nelle istituzioni, la divisione della libertà nella vita politica. Il secondo guasto, una perdita di autonomia che con il tempo è destinata a divenire una perdita di identità, ovvero una perdita delle ragioni di fondo della nostra tradizione politica, oggetto di continue riflessioni e di aggiornamento, ma essenziale per costruire un rapporto fecondo con gli elettori verso i quali sia il Nuovo Psi che lo Sdi si propongono, invece, come "nicchie residuali" del tempo che fu, custodi di una tradizione che da qualche parte, nell'attuale quadro politico, si dovrà pur collocare. E' appunto questa frustrata abitudine alla "gestione fallimentare", questo sguardo corto la causa della grave miopia che ha colpito sia l'occhio destro che quello sinistro (e devo aggiungere a malincuore, forse più quello destro che sinistro, almeno fino al chiarimento congressuale).

2. Temo che le più frequenti obiezioni alla proposta di federazione parlamentare verranno proprio da questo falso realismo. Già sembra di sentire dire: "Quando bisognerà schierarsi in aula, chi è stato eletto dalla Casa delle Libertà dovrà votare per il Governo, chi è eletto con l'Ulivo dovrà votare contro il Governo. Se l'idea è suggestiva, tuttavia nasce morta e il suo funerale sarà, ad esempio, la Finanziaria". Proviamo invece a cambiare il punto di vista: "Esiste qualcosa nella nostra storia comune che ancora ci unisce nonostante le diverse collocazioni imposte, peraltro, da una legge elettorale fatta apposta per dividerci e disperderci? Scrutando al fondo della nostra cultura politica riteniamo di ritrovare i motivi di un'azione civile, prima che politica, che giudichiamo giusti per l'avvenire del Paese? Se esistono, li riteniamo motivi ancora attuali?". Se la risposta a queste semplici domande è affermativa, allora la domanda successiva non può che essere: "A chi giova dividere e disperdere quei motivi giusti e attuali? A qualche parte di noi e della nostra tradizione?". Evidentemente no. Essi hanno altri ostacoli e nemici, mentre in noi dovrebbero avere sostegno e amicizia. E trattandosi, in definitiva, di ragioni di giustizia e di eguaglianza delle libertà, ecco che un punto di vista morale può aprire la via per riaffermare con forza politica il valore di quelle ragioni, forza che nasce dalla condivisione di idee e di programmi da parte, innanzitutto, dei cittadini. Chi, viceversa, cerca il consenso preventivo del più forte, resterà debole per sempre perdendo al contempo identità e dignità. Ecco la fine di quel tipo di "realismo" che ai vecchi tempi si chiamava "opportunismo".

Ritengo, quindi, prudente essere audaci e, andando al sodo, scavalcare lo steccato bipolare ogni volta che serve per giungere al cuore delle questioni sociali e di diritto, la cui obbedienza è la nostra vera coerenza, dando luogo ad una concentrazione di forze parlamentari che sebbene piccola si ispira ad una grande tradizione, combattiva su una piattaforma di obiettivi che sia la bussola per giudicare in Parlamento le altrui posizioni e bussola per noi stessi sulla strada di un ritrovato vigore autonomista.

3. Esaminiamone le prospettive. Il ciclo politico che ha portato alla liquidazione del partito socialista ci costringe, per natura stessa della nostra posizione, ad una azione parlamentare e nella società che si può definire "anticiclica". Il nuovo corso socialista degli anni '80 in questo è attuale, per aver divaricato la morsa dello "schiaccianoci" (come Craxi chiamava il compromesso storico nel '78) che stringeva non solo il PSI ma la vitalità modernizzatrice della società italiana.
Quello "schiaccianoci" è tornato a premere dal '92: ha sbriciolato il PSI e prosegue a schiacciare la società civile e le sue potenzialità. Il primo colpo lo hanno assestato la sinistra post-comunista e settori della magistratura, ma anche poteri forti nell'economia e nell'informazione oggi alleati al centro-destra, il quale (nonostante le lusinghe pre elettorali) prosegue a schiacciare, anzi a travolgere. Sempre ricordando Craxi, l'attuale è un "regime a due gambe". E' un ciclo a due tempi: il primo l'ha giocato il centro-sinistra, il secondo lo gioca il centro-destra. Ma la regola della partita, resta la stessa per entrambi gli schieramenti: il contenimento della democrazia economica attraverso un freno alla democrazia politica. Rispetto ad una prospettiva di crescita economica e civile l'Italia sta deragliando. Anziché aprirsi, la società civile si restringe alle elites e ai cerchi concentrici dei suoi nuovi filtri selettivi costituiti da una classe di privilegiati e parassiti che fa le veci del sistema dei partiti, che sì selezionava, ma soprattutto promuoveva. Oggi tutto si scompone e ricompone per cordate senza neppure una legge generale sul "lobbing" che resta negato e praticato.

Ad onta del mercato, ad esempio, le più importanti transazioni societarie sono avvenute al di fuori della Borsa. Si tratta di operazioni definite come capaci di "cambiare il volto" del capitalismo italiano (Turani) e che nient'altro sono state se non l'assorbimento di realtà economiche costruite negli anni dal pubblico risparmio da parte di "capitani" d'impresa che, lo ha sottolineato il prof. De Rita (pubblichiamo il suo articolo sul Corriere della Sera), abbandonano il proprio settore di produzione industriale per dedicarsi alle più comode "utility" i cui profitti sono dati dalle tariffe, soggette, in più, a posizioni ormai dominanti. In questa subordinazione alle ragioni forti non si nota una grande differenza tra destra e sinistra. E dunque la linea di demarcazione è spostata, da un lato l'Elite, come base materiale dell'attuale sistema politico, quasi un principio normativo, dall'altro il futuro della società civile, della democrazia economica e politica. Sembra paradossale, ma a dieci anni dalla fine del comunismo è da destra che sorge un nuovo spirito classista nella vita politica italiana. I danni sociali sono già in corso. Prendiamo ad esempio la questione dell'immigrazione, clandestina o meno. In un resoconto statistico sull'immigrazione extracomunitaria di Antonio Venier (nelle pagine interne) si dimostra che l'incremento degli ingressi nel nostro Paese è stato direttamente proporzionale dal '92 in poi alla liquidazione delle aree strategiche e più avanzate dell'economia nazionale. E' dal degrado della struttura industriale italiana e dalla sua mancata tenuta rispetto agli standard di innovazione che sorge e cresce la domanda di lavoro dequalificato e, preferibilmente, fuori legge.

Non volendo o non potendo provvedere, si imbocca la scorciatoia della repressione, restrizione e di polizia. Scorciatoia nel buio. Nella stessa tendenza, per un altro verso, si iscrive la lezione di Genova. Nel movimento antiglobalizzazione c'è una lettura profondamente democratica della globalizzazione. Non ci sono solo tute nere o bianche che la sicurezza repubblicana avrebbe dovuto, con adeguate misure preventive, allontanare o contenere. Vi sono analisi e progetti interessanti ed urgenti sul debito mondiale, sul micro credito ostacolato dal FMI, sulla "bolla speculativa" capace di destabilizzare un Paese in quarantotto ore, sulle emergenze sanitarie e demografiche, sul controllo e la riduzione del traffico d'armi, sull'"umanità" delle armi stesse, sulla difesa dell'equilibrio dell'ecosistema.

Si pone cosi il caso di un dato fisiologico nelle società aperte, il radicalismo (che non è comunismo, come ce la si cava in fretta a dire in Italia), che manifesta in forma estrema un principio di civiltà occidentale: la democrazia economica è un capitolo del diritto umano oltre che condizione di una superiore democrazia politica. Non c'è socialismo in questo?

4. Un'azione "anticiclica" in Italia significa scegliere una direzione contraria alla corrente dominante, e promuovere (non solo rivendicare) una graduale ma costante ricongiunzione tra i soggetti della democrazia economica e le forme della democrazia politica. E soprattutto significa promuovere la maggiore estensione di questa nuova unità nella società civile, affinché essa stessa formi gradualmente le nuove istituzioni pubbliche di cui ha bisogno, nel movimento concreto dello sviluppo civile, che si affianchino e riducano, secondo equilibrio, gli apparati dello Stato superflui. Questo è un criterio di riforma del Welfare, ad esempio. Dal Welfare State al Welfare Society il passaggio segue il moto della libertà che attraverso lo sviluppo del suo contenuto di eguaglianza crea indipendenza dal bisogno e dal potere in modo progressivo. Un programma di giustizia sociale che mobilità non solo le limitate risorse istituzionali, ma il pluralismo di tutte le forme associative possibili della "community" per risolvere questioni di rilievo pubblico. La responsabilità politica di chi condivide questo metodo e le sue prospettive è di promuovere e sostenere l'incremento delle opportunità di accesso alla vita economica nazionale e alle responsabilità pubbliche verso la società stessa. Certamente si creeranno attriti e sovrapposizioni tra le nuove istituzioni civili, economiche e cooperative, con altre istituzioni dello Stato. Ma esso è costituzionalmente riformabile. Questo modo di pensare non è nuovo, ma antico. Ed in particolare sorge dallo spirito repubblicano di cui la "virtù" (il dovere di tutelare i diritti) era fonte morale dei socialisti.
Essa non è ancora necessaria e, soprattutto, moderna?

5. Un programma guidato dalla stella polare di una nuova unità tra "democrazia economica" e "democrazia politica" quale aspetto di un più generale tema dei diritti civili e rivolto ad estendere gli spazi nella società civile a ciò che è vivo e fuori cordata, non è motivo sufficiente per organizzare un "punto di forza" parlamentare che sia insieme sponsor e speaker di chi rischia di non nascere o di essere senza voce? Sottolineo l'attinenza della questione con il tema dei diritti civili, poiché è del tutto evidente che se democrazia economica e democrazia politica sono separate, il tasso di autoritarismo è maggiore.

La Presidenza Craxi promosse la stagione delle privatizzazioni ma non con l'intenzione di farne brodo per ingrassare i poteri forti, economici e di partito, viceversa, secondo l'ispirazione liberalsocialista, per diffondere opportunità e risorse a vantaggio dello Stato ma soprattutto di un nuovo clima di ripresa economica attraverso la nascita di nuove realtà produttive: le privatizzazioni come volano di un capitalismo pluralista.
Quando da quella iniziale unità raggiunta sul crinale riformista del Governo Craxi, democrazia politica e democrazia economica tornano a separarsi scivolando lungo due piani inclinati opposti, si gettano le premesse nazionali di Mani pulite.

Sotto questo profilo la proposta di una federazione parlamentare liberalsocialista ha un senso che si misura nei termini della prospettiva e non dei minuti di un breve periodo. Ritengo che gli interlocutori naturali possano essere i liberali e i riformisti di entrambi gli schieramenti politici.
I sinceri liberali del centro-destra non possono evitare di temere la deriva Fini Bossi che sembra dare il segno politico alla coalizione: non tanto per ragioni astratte, quanto per il blocco sociale di egoismo che sembra addensarsi attorno al Governo, nuvolaglie che annunciano una stagione di neo corporativismo, aggressivo sul piano sociale e orientato culturalmente in senso "controriformista". Dall'altro canto la sconfitta prevedibile e salutare di una sinistra post-comunista spocchiosa nel suo nichilismo, non lascia intravedere una possibilità di rivincita nella logica del continuismo con qualche ritocco. Ed è alla sinistra post-comunista che è opportuno suggerire un tema di riflessione che non sia inteso con volontà di sterile polemica: tornando indietro con la memoria essi giudicano un irrilevante scherzo della storia aver diviso il PSI per seguire Mosca e trovare Mussolini, mentre negli stessi anni i laburisti inglesi - nell'Inghilterra cara a Marx, ma senza Marx - portano il movimento operaio al Governo?

Senza intenzione di approfondire vecchi solchi, è giusto mettere in dovuto rilievo che anche tra i socialisti Marx era una bibbia e che persino i revisionisti guardavano con sospetto al laburismo inglese. La conquista dello Stato per il socialismo continentale è sempre stata ritenuta l'unica via per instaurare la società giusta. Cambiavano i mezzi, il che non è stata differenza di poco conto. Per il laburismo il problema non era il potere, ma il governo.
Il solo che distolse lo sguardo dal Continente per guardare a Londra fu Carlo Rosselli che lavorò intensamente per una "rivoluzione liberale" del socialismo sul modello inglese e che fu tra i primi a sostenere la necessità di estendere a tutto l'arco dell'antifascismo il campo d'alleanza dei socialisti. Nella sua visione del socialismo il nesso tra democrazia economica e democrazia politica è in primo piano, al punto che lo stesso partito che auspicava in Italia avrebbe dovuto essere una federazione di realtà economiche e di realtà politiche in modo da adeguare l'azione a quelli che erano "i concreti bisogni di una particolare collettività in un determinato momento storico". Nella Critica Sociale di allora prese avvio questo importante dibattito e nella Critica Sociale si incontrarono il liberalsocialismo, il riformismo socialista, il mazzinianesimo e la battaglia sindacale.
Riproponiamo questo incontro su questo numero con un testo di Salvo Mastellone (tratto da "Rosselli e la rivoluzione liberale del socialismo") impegnandoci a raccogliere in una edizione quegli interventi, così attuali dopo che la via dirigista (non solo in Unione sovietica) è giunta al fondo del vicolo cieco. Forse scopriremmo che anche la "socialdemocrazia" è alla corda di fronte ai tempi futuri.


 

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