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Re-immaginare la sinistra
tra utopia e riforma, 
tra uomo e natura, 
tra scienze umane e scienze esatte


Bozza di documento per il rilancio dell'Associazione

1.CRISI DELLA SINISTRA E NUOVI MOVIMENTI

2. SINISTRA E DISCORSO PUBBLICO

3.PER UN'UTOPIA SOCIALE CONCRETA 

4. RIFORMARE L'AGORA' NELLA MODERNITA'

5. CONOSCERE PER RIFORMARE: METODO E STRUMENTI


di Luca Guglielminetti in collaborazione con l'Istituto Salvemini di Torino


 


1.CRISI DELLA SINISTRA E NUOVI MOVIMENTI

E' sicuramente molto cambiato lo scenario da quando nel 1999 iniziò al operare la Società Fabiana. 
Allora, nel documento preliminare alla costituzione della società - intitolato "Governo e buon governo" -, si denunciava la svalutazione della politica, intesa ormai più come "arte del consenso" il cui obiettivo è "la conquista, sic et simpliciter, del potere". Denunciavamo la mancanza anche a sinistra di obiettivi di alto profilo e i pericoli di una concezione dell'Ulivo come versione italica del partito democratico americano.
Oggi la sinistra italiana si trova in una situazione ancor più grave di crisi. Non è più al governo e alle ultime elezioni politiche ha raccolto, nel suo complesso, il minimo storico dei voti dal dopoguerra. E' ancora profondamente divisa, mentre sulla scena si è presentata una novità: il cosiddetto "Movimento di Seattle". Un movimento che, lottando contro il tipo di globalizzazione attuata fino all'11 settembre, ha dato corpo ad una opposizione all'omologazione verso il primato dell'economia in versione neoliberista che ha coinvolto in tutto il mondo anche i partiti di sinistra. Un movimento che, sebbene già in crisi in Italia per l'antiamericanismo travestito da pacifismo che lo ha denotato negli ultimi mesi, chiedeva il ritorno del primato della politica e alla sinistra di riconquistare il suo senso di responsabilità verso le povertà e i conflitti sociali, politici e culturali in qualunque parte del mondo si annidino. 

E' proprio una sinistra irriconoscibile, quella attuale, che ha perso la capacità di interpretare quanto viene sollevato dai nuovi movimenti sociali, che ha rinnegato la ricerca di maggior giustizia sociale per inseguire il voto della classe media agiata e che ha dimenticato l'esigenza di intervenire per ridurre le profonde disuguaglianze fra una minoranza di paesi ricchi e sviluppati e la stragrande maggioranza dell'umanità in condizioni di miseria e sottosviluppo, situazione che, tra l'altro, agevola il reclutamento di disperati o fanatici nel folle esercito del terrorismo.
Quando Susan George, ideologa del movimento e vicepresidente della francese Attac, l'associazione per la tassazione delle transazioni finanziare, si chiedeva -nel 1999- come ha fatto il neo-liberismo ad emergere dal relativo ghetto ultra-minoritario, fino a un decennio fa, per trasformarsi oggi nella dottrina dominante nel mondo, rispondeva che: "Hanno capito, mentre i progressisti no, che le idee hanno conseguenze". Sosteneva che a partire da un embrione molto piccolo all'università di Chicago con il filosofo-economista Friedrich von Hayek ed i suoi allievi, tra i quali Milton Friedman con relativo seguito, i neo-liberisti ed i loro finanziatori hanno creato una enorme rete internazionale costituita da fondazioni, istituti, centri di ricerca, pubblicazioni, eruditi, centri di opinione e di pubbliche relazioni per sviluppare, formare e spingere le loro idee e dottrine. In poche parole hanno sviluppato il concetto gramsciano di "egemonia culturale".
Tra i vari paradossi della sinistra italiana c'è anche questo: dopo l'89 ha smesso di credere a se stessa e alla forza delle idee. Ma mentre c'è chi oggi sceglie di sciogliersi nel movimento, rinunciando a Gramsci; noi, esattamente al contrario, e come in agenda alla Fabian Society d'oltremanica, cerchiamo di sviluppare la risposta socialdemocratica alla globalizzazione e agli ordini del giorno neo-liberisti, e di porci come un nodo del contesto più vasto, italiano ed europeo, della rete di produzione di idee e cultura per una sinistra che voglia ripristinare il primato della politica e tornare maggioritaria nella sua vocazione.

2. SINISTRA E DISCORSO PUBBLICO

Non possiamo che ribadire, dopo tre anni, la denuncia del fatto che i due schieramenti bipolari oggi sullo scenario continuano a seguire un modello di gestione del potere che sa di "autoritario", di governo permanente che non si preoccupa più di tanto del tradizionale governo rappresentativo, dello scontro dei partiti e del dibattito parlamentare, ma preferisce rivolgersi direttamente "al popolo", creando una individualizzazione della politica che indebolisce i controlli democratici e a poco a poco erode lo stesso principio democratico.
Una politica di sinistra non può restare priva di idee senza alimentare questo contrazione di democrazia, che poi sarà di libertà, di trasparenza, di giustizia e di pari opportunità.
Come disse il matematico Godfrey Hardy, "una persona seria non sta a perdere tempo nel formulare l'opinione della maggioranza". Così una sinistra "seria" non può limitarsi a rincorre la destra sul piano demoscopico dei sondaggi. Nel 1999 dicevamo che "accettare il reale come un dato immodificabile di natura è proprio quello che distingue il pensiero conservatore da quello progressista"; oggi dobbiamo ribadire quel concetto con maggior durezza: la sinistra ha bisogno di affilare le sua armi di analisi per re-immaginare un progetto di modifica del reale che la ponga fuori dalle sacche del conformismo dove sta affondando. Le occorre il coraggio di avviare un progetto di ampio respiro e di alto profilo che abbia la forza di farsi spazio nel fiume di idee oggi egemoni e acquistare una vocazione maggioritaria nel paese.

Quella che già allora individuavamo come la principale carenza della sinistra, cioè l'incapacità di analizzare il presente, "che è la sola vera condizione per poter progettare il futuro", ha continuato fino a questi giorni.
Aggiungiamo che le ultime elezioni hanno dimostrato come i partiti della sinistra, o quel che resta di loro, siano rimasti incapaci di organizzare il discorso pubblico degli italiani. Sono privi di "una retorica dell'appartenenza comune", per usare la dizione rortyana, quella capace di fornire un contenuto di speranza dalla critica stingente nei confronti della cultura dominante e di svolgere la sua funzione di mobilitare e di spingere all'attività riformistica concreta.

La responsabilità maggiore di questa situazione, va detto chiaramente, grava sugli intellettuali e gli accademici con i loro atteggiamenti da spettatori sfiduciati di quanto accade nell'agorà politica. Soprattutto di quella sinistra culturale heideggeriana e foucaultiana, che, impegnata con distaccata ironia a smascherare i presupposti ideologici delle varie proposte in campo, non ottiene altro risultato che privare di ogni credibilità qualsiasi discorso pubblico, di condurre tutto l'Occidente nelle secche nichiliste di un relativismo che presuppone la "fine" della filosofia e della storia. Un atteggiamento sterile nei confronti della politica che alimenta, di fatto, nella società o conformismo o disimpegno.

3.PER UN'UTOPIA SOCIALE CONCRETA 

Scriveva Camus che "il grande evento" del '900 è stato l'abbandono dei valori di libertà da parte del socialismo: "Da quel momento ogni speranza è sparita dal mondo, ed è iniziata la solitudine per ogni uomo libero". 
Nella sua storia, la sinistra in Occidente ha avuto successo nel migliorare le condizioni generali di vita, ma non ha avuto successo nel proporre il suo progetto di società. Oggi si tratta di ridisegnare quel progetto mantenendo chiaro il profilo antiautoritario, proprio del pragmatismo della tradizione fabiana ed anglossassone, evitando però di ripetere quell'atteggiamento di rifiuto verso quanto c'era e c'è di positivo nelle altre culture, soprattutto in relazione alle domande di libertà ed emancipazione sociale, psicologica e culturale.
E' mancata e va presto costruita, un'idea di utopia "sociale e concreta" che fornisca una spinta etica alla partecipazione verso un progetto alternativo di sviluppo capace di coniugare le libertà individuali con i diritti sociali, lo sviluppo scientifico e tecnologico con l'ambiente, il disagio psicologico con quello sociale. Una utopia pragmatica, dunque non prodromo di una società chiusa, ma popperianamente "aperta", capace di proporre un diversa dimensione e qualità della vita, dotata di una carica di liberazione contemporaneamente personale e sociale che fornisca di senso la vita quotidiana, anche attraverso la socializzazione dei saperi.
Una utopia con la forma del progetto sociale che, in relazione allo sviluppo della cosiddetta civiltà di massa e tecnologica, illustri delle risposte laiche ai bisogni di cittadini, lavoratori ed esclusi, ma anche a quello che Dahrendorf chiama il "bisogno di significato" della vita. Un progetto che, rispondendo alla crisi della cultura laica, sia in grado di ritrovare la capacità di giudizio di fronte a sfide assolutamente nuove in settori come la salute, la ricerca scientifica e la salvaguardia dell'ambiente, come l'eutanasia e le biotecnologie.
Un'utopia permeata da quel "principio di responsabilità", che Hans Jonas riprende da Max Weber, e che permette di puntare sulla qualità dello "sviluppo", invece che sulla "crescita" quantitativa delle scienze, delle tecnologie e dell'economia.
Una utopia, quindi, dotata di una etica globalizzatata dalla quale si possano sprigionare le riforme del diritto internazionale e gli strumenti di governance dei processi e dei conflitti mondiali. 

4. RIFORMARE L'AGORA' NELLA MODERNITA'

Se i partiti della sinistra, e più in generale l'agorà, come scrive Zygmunt Bauman: "non è più quello spazio in cui i problemi privati si connettono in modo significativo: vale a dire, non per trarre piaceri narcisistici o per sfruttare a fini terapeutici la scena pubblica, ma per cercare strumenti gestiti collettivamente abbastanza efficaci da sollevare gli individui dalla miseria subita privatamente; lo spazio in cui possono nascere e prendere forma idee quali "bene pubblico", "società giusta", o "valori condivisi"". Allora è necessario che nuovi spazi di organizzazione della cultura e dell'opinione, come quello costituito dalla Società Fabiana, sappiano mantenere con continuità la loro capacità di iniziativa e di espressione propositiva e progettuale.

Probabilmente non è più rilevate, come dicevamo nel 1999, il nome e il modello sotto il quale aggregare la disfatta sinistra italiana: il problema del riformismo oggi è lo stesso che si chiami liberal, nel partito democratico negli Stati Uniti, o che si chiami socialista, nei partiti socialisti europei. Il punto per tutte le sinistre è re-introdurre sulla 'piazza della politica' una dinamica circolare tra utopia e riforma, tra narrazione ideale e proposta politica. 
Il punto di partenza dal quale far ripartire questa dinamica può ben essere lo stato dell'arte a cui è giunta la critica della modernità. Un sociologo come Alain Touraine, quando parla di "piena modernità", conclude che: "E' al contempo libertà e lavoro, comunità e individualità, ordine e movimento. Riunisce ciò che era separato e lotta contro le minacce di rottura che, più pericolosamente che mai, tendono a separare il mondo delle tecniche da quello delle identità". "Ragione e soggetto" non devono più marciare separati, ma, esclusa ogni forma di filosofia dell'ordine sociale o di determinismo storico, unirsi e "l' agente di tale unione è il movimento sociale". Conclusione non diversa dal revisore della psicologia James Hillman, per cui è fasulla la cesura tra sfera individuale (psiche) e quella pubblica (polis), tra uomo e natura, e va ripristinato il ponte tra l'io (interno) e il mondo (esterno), tra res cogita e res extensa.
Sostengono entrambi insomma che un imperativo etico sostituisca il cartesiano "cogito ergo sum" con: "Partecipo, faccio parte di un partito, dunque sono", o "Immagino me, il mondo e la mia città in forme diverse, dunque sono".
Su questo nuovo presupposto, va ripensato il rapporto tra scienze umane e scienze esatte, perché insieme, mettendo da parte i loro linguaggi specialistici, tornino alleate a presentare un discorso pubblico che risponda alla solitudine del cittadino globalizzato. 

Se il compito della Società Fabiana era quello di cercare di colmare le carenza dei partiti della sinistra, "esaminando alcuni problemi della nostra società, approfondirli con un'attività di studio, di ricerca documentale, di confronto per poter possibilmente pervenire a ipotesi di soluzione da offrire agli operatori politici", oggi dobbiamo allargare il nostro orizzonte ed entrare molto di più nel merito e nel dettaglio della sua rinnovata attività. 
Occorre definire precisamente i metodi di studio e ricerca, allargare l'ambito territoriale e disciplinare al quale si è riferita fino ad oggi, aumentare la sua capacità di dialogo con le organizzazioni pubbliche e private della società civile, potenziare la sua comunicazione esterna in un'opera di formazione e socializzazione delle conoscenze scientifiche, tecniche e culturali, oggi troppo chiuse, come i capitali finanziari, in ambiti oligarchici, poco trasparenti e democratici. 
Dobbiamo riproporci come interlocutori verso l'opinione pubblica e come spazio, autonomo dai partiti, ma rigenerativo di quella piazza dove vogliamo vedere tornare ad aggirarsi, discutendo animatamente, coloro, filosofi o scienziati che siano, i quali provano a re-immaginare se stessi e il mondo. 

5. CONOSCERE PER RIFORMARE: METODO E STRUMENTI

Lo scopo sociale dell'attività della Società Fabiana non può che partire dal concetto di conoscere per riformare. Studiare, prendere coscienza delle problemi che sono alla base delle istanze culturali e delle dinamiche sociali presenti sul territorio e quindi, dall'indagine e l'analisi dei bisogni svolta, sviluppare proposte di formazione, informazione e progettazione sociale.

Se si conviene che le discipline scientifiche devono entrare, anche come metodo d'indagine - oltreché come campo specifico di saperi - nell'asse privilegiato dell'attività della Società Fabiana, ne deve conseguire una forma congrua di ricerca, elaborazione e pubblicizzazione dei risultati delle medesime. La pluralità di impianti epistemologici e la laicità come matrice identitaria, che si sostanzia nella sobrietà degli stili, nel politeismo valoriale ed in una valutatività informata al giudizio di fatto e orientata, solo in un successivo momento, alla costituzione del giudizio di valore, devono essere poste alla base dall'agire fabiano. La lezione imprescindibile è, ancora una volta, quella propostaci da Max Weber e da Edgar Morin. L'incontro tra scienze sociali e storiche - in tutte le loro molteplici accezioni - e scienze naturali avviene sul terreno, oggi più che mai conteso, poiché in sé tutto fuorché neutro, della qualificazione degli strumenti operativi e della formazione delle procedure per la definizione della natura dei problemi e l'articolazione delle risposte. Il perno dei conflitti - intesi come occasione di sviluppo e non come vincolo strutturale - risiede nella costituzione di un campo di consenso sulle modalità da adottare per definire, linguisticamente e cognitivamente, una dimensione tematica, alla quale far seguire delle politiche di relazione, strutturate a rete, in cui i soggetti in rapporto possano trovare sintesi senza venire meno alla loro denominazione identitaria.

Di particolare importanza è allora l'individuazione e l'attivazione di due criteri di lavoro, al contempo metodo e finalità del suo operato.

Il primo di essi è l'Osservatorio, strumento operativo attraverso il quale ci si adopera per identificare e qualificare quel che avviene nel e sul territorio. Avvalendosi delle opportunità offerte dalla ricerca empirica e dall'inchiesta, nel solco di una tradizione di riflessione riformista che già nella Fabian Society prima e nelle esperienze nostrane di Comunità e dei Quaderni Rossi poi avevano trovato espressione, l'osservatorio è inteso come mezzo durevole per la raccolta e la selezione delle informazioni, oltreché delle indicazioni che da esse scaturiscono. La finalità di tale strumento, orientato all'adesione empirica all'oggetto e ai contesti d'azione, permetterà di definire gli obiettivi in modo organico e non occasionale, sostanziandoli di una continuità conoscitiva e spendibilità propositiva che consentirà di offrirli anche professionalmente a enti pubblici e privati così come agli operatori sociali e culturali più direttamente interessati. Esso risponde inoltre alle esigenze progettuali tipiche delle istituzioni comunitarie europee, sia per quanto concerne l'accesso ai finanziamenti, sia per le connessioni con realtà associative affini in ambito internazionale. Sommariamente si identificano i seguenti ambiti operativi nel contesto dei quali articolare l'attività per la costruzione di politiche dell'indagine:
· la definizione delle aree tematiche: cosa fare oggetto del proprio lavoro analitico ed interpretativo.
· La mappatura delle risorse: qual è l'articolazione spaziale - fisica e simbolica -, la dislocazione materiale, la disposizione geografica degli elementi costitutivi il territorio sul quale si opera.
· L'identificazione degli agenti: quali e quante sono le figure operanti nell'ambito all'interno del quale si intende intervenire.
· La delimitazione dei contesti: cosa si può fare rispetto a chi nell'ambiente nel quale si opera.
· L'attivazione degli attori: chi può fare cosa.

Il secondo è il Laboratorio, forma organizzativa dell'attività d'indagine osservatoriale, volta a sostanziare nell'offerta per il territorio la propria vocazione operativa. Esso permette di coinvolgere stabilmente ricercatori, studiosi, cultori ed agenti nelle diverse aree tematiche e discipline coinvolte con le metodologie proprie innanzitutto dell'inchiesta. Gli obiettivi prefissi sono molteplici ma si estrinsecano in una politica dell'offerta che, rifacendosi alla concretezza del contesto nel quale ci si trova ad operare, permetterà alla Società Fabiana d'improntare il proprio operato ad un azione politico-culturale non meno che culturale e di renderla intelligibile e tangibile rispetto alle figure operanti nello stesso teatro. I filoni di intervento sono essenzialmente quattro:
· la ricerca: elaborazione e sintesi dei riscontri ottenuti attraverso l'attività dell'osservatorio;
· la formazione: veicolazione didattica dei saperi e selezione degli interlocutori permanenti;
· l'informazione: comunicazione diffusa;
· i progetti sociali: definizione e determinazione di servizi.

Torino, giugno 2002


 

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