Brani dell'intervista a Jean Guitton del 1993
Materiale gentilmente fornito e tratto da
"CAPIRE - Quaderni di Inchiesta",
mensile diretto da Gian Paolo Pucciarelli cotbwp@tin.it

|
L'individuo-massa nella società del
benessere tecnologico: "Una prigione che può volare ovunque"
"Sono soltanto un filosofo. La filosofia mi ha
condotto ad un passo dalla conoscenza, una meta che resterà tuttavia
sempre irraggiungibile. Mi ha fatto però comprendere forse in parte il
senso della nostra vita, le infinite capacità del pensiero, e quello
che ho sempre considerato il più gran regalo che il Creatore ci ha
dato: la libertà. La libertà di scelta, di credere o non credere. Un
valore dal quale deriva ogni altra forma di libertà, e la convinzione
che essa sia anche amore e rispetto di se stessi e degli altri. Non sono
mai stato un politico, ma ho sempre attribuito alla mente umana
l'immensa facoltà di comprendere la libertà e di amarla, di scegliere
giustizia, democrazia, uguaglianza come principi fondamentali della
pacifica convivenza fra gli uomini.
E credo che da questo amore di natura divina si siano originati
solidarietà, rispetto della dignità dell'uomo e del pensiero di
chiunque. Fonti di ispirazione continue che mi hanno accompagnato per
tutta la mia lunga vita. Alle quali non ho mai voluto rinunciare,
soprattutto quando mi si chiedeva di manifestare una mia fede politica.
In quei casi ho sempre risposto che amavo definire la politica
"tout court" come un modo di pensare, di agire che non
dovrebbe mai prescindere da questi valori fondamentali. Le posso citare,
se ha la bontà di seguirmi nel mio discorrere forse troppo astratto,
una affermazione di chi è stato il mio maestro di vita e non solo un
riferimento preciso della mia filosofia, Henry Bergson.
A proposito della libertà egli sosteneva che:
Noi siamo liberi quando i nostri atti promanano dalla nostra intera
personalità, quando la esprimono, quando hanno con essa quella
somiglianza indefinibile che si trova talvolta tra l'opera e l'artista.
Questo assunto, forse oggi utopico, serve a definire quello
che Bergson chiamava io profondo e l'ansia continua di esprimere la
propria personalità liberamente, che in nessun caso deve coincidere con
la volontà di ledere la libertà altrui, e a distinguerlo da l' io
superficiale o "parassitario", un io "costretto",
limitato e frustrante che tende a ridurre l'autostima e la capacità di
eleggere un ideale nel quale identificarsi.
Questo in parte per rispondere alla sua domanda iniziale che mi chiedeva
forse in modo implicito di definire un rapporto tra società, contesto
tangibile nel quale la nostra vita quotidiana e la nostra aspirazione
alla libertà dovrebbero esprimersi, e politica, ovvero lo sforzo
continuo, fatto di proposizioni, suggerimenti, richiesta di consensi,
che dovrebbe tendere a realizzare quell'aspirazione individuale
nell'interesse di tutti. Tutto questo teoricamente, poiché nella
pratica le cose vanno in modo ben diverso.
Se vuole, posso dirle che sono un filosofo, ma anche un libero
osservatore."
E' seduto su una poltrona di pelle color verde
muschio, sul viso solo l'accenno di un sorriso che sembra nascondere la
consapevolezza del declino fisico di un ultranovantenne, ma è segno di
una sorprendente vitalità….. . Un'espressione composta, riflessa sul
piccolo spazio di una lucida scrivania che pile di libri e manoscritti
non occupano completamente, come se intendesse aprire solo uno stretto
varco fra se stesso e il suo interlocutore che oggi incontra per la
prima volta.
"Sono nato all'inizio di questo secolo che ho
vissuto pressoché completamente. E posso dirle, forse con una punta di
presunzione, di aver potuto assistere lungo la mia esistenza
all'evolversi della società umana che nel corso del Novecento ha
toccato vertici inimmaginabili. Ma direi che proprio alla conclusione di
questo secolo e millennio si è registrato un profondo mutamento, del
resto a tutti evidente, nella società globale.
Ne sono segni, oltre all'estendersi vertiginoso dell'economia di
mercato, un fenomeno particolarmente significativo e determinante che ad
essa si accompagna o che da essa direttamente o indirettamente trae
origine: il progressivo decadere dell'ideologia politica.
L'ideologia intesa in senso storico, e ispiratrice di movimenti e
partiti politici. E questo perché le nuove generazioni si identificano
sempre meno nell'idea, nel pensiero che in passato avevano una precisa
valenza e tendono sempre più a prescindere dalla bandiera e a porsi
dalla parte di coloro che propongono concretezza di programmi e agiscono
per la loro realizzazione in un contesto di reciproca convenienza:
affrontare il problema della disoccupazione, ad esempio, delle riforme
nei vari settori in cui queste sembrano indispensabili, della tutela
dell'ambiente.
Per spiegare questa crescente "indifferenza" che l'uomo comune
sembra riservare all'ideologia che evidentemente non riesce a ripagarlo
nelle sue aspettative, sarebbe necessario esaminare non soltanto le
nuove esigenze della società moderna, ma gli orientamenti che essa è
costretta a prendere in vista del conseguimento di un fine e un
risultato ad essa conveniente. E parlo di società di individui
naturalmente. Individui che tendono sempre più a legittimare l'azione
di coloro che possano garantire il benessere. La conclusione di questo
secolo è profondamente caratterizzata da questo fenomeno che vede
l'individuo condizionato da un altro elemento determinate: il progresso,
o meglio lo sviluppo vertiginoso della civiltà tecnologica.
L'affermazione dell'alta tecnologia ci ha reso più facile la vita, ma
da tempo la sta condizionando. La comunicazione multimediale, ad
esempio, apre le porte sul mondo e indubbiamente è un portentoso mezzo
per conoscere tutto e comunicare con chi si vuole, ma ha il grave
handicap di invitare l'individuo alla passività. In altre parole, si
sono via, via create le condizioni nella nostra società che favoriscono
il prevalere dell' io parassitario. La genialità, l'estro e
l'intuizione trovano sempre meno spazio e ragione di essere. Un tempo
questa era una malattia borghese. Ma allora esistevano antidoti. Oggi
non ne vedo. Se si può ancora parlare di borghesia, ma forse è più
opportuno parlare di massa, tanto l'una, quanto l'altra sono le
destinatarie dello strumento tecnologico in vertiginosa evoluzione, sono
l'enorme "bocca" del grande consumatore, sul cui piatto si
offrono, con l'aggiornato computer, la realtà virtuale, le chat lines,
le play stations, lo spettacolo elettronico. Con l'ovvio risultato di
trovarci di fronte a nuove generazioni dalla personalità labile o
distorta, a individui introversi, a masse sempre più disposte a
collocare in secondo piano quei principi che un tempo avevano un peso,
un valore determinante nelle scelte, nel comportamento, nell'azione.
Milioni di individui disperdono le loro menti in infiniti rivoli
elettronici. Gli stessi mass media esercitano una pressione costante e
condizionante. Il problema è proprio questo, la comunicazione tra
individui, da cui dovrebbe scaturire la comunicabilità. La
comunicazione è assai facilitata, ma sul piano qualitativo, ovvero sul
piano del difficile rapporto tra individuo e individuo, e quindi tra
individuo e società, essa sembra offrire uno spazio illimitato nel
quale l'individuo è presente in modo impersonale e, come dicevo,
passivo. Non gli si offrono soluzioni che favoriscano l'affermazione
della sua personalità, ma una serie infinita di "canali
precostituiti" attraverso i quali l'élan vital si disperde,
salvo rare eccezioni, nell'anonimato, lo stimolo dell'intimo individuale
che tende continuamente alla piena espressione dell'io vero nei fertili
territori di creatività, comunicabilità, relazione sociale e confronto
sui quali si possano definire affinità e costruire ideali (non
necessariamente politici) in cui identificarsi pienamente, resta per
così dire "ingabbiato", anche se, questa è la contraddizione
del mondo d'oggi, è una gabbia, una prigione che può volare ovunque.
Perdoni il ricorso forse troppo frequente a termini astratti, ma non
saprei in quale altro modo spiegarle la realtà sociale che stiamo
vivendo. C'è un pessimismo diffuso tra i giovani d'oggi. L'ansia di
trovare una collocazione nella società, grazie a quello che si insegna
nelle aule universitarie, nonostante gli strumenti tecnologici
all'avanguardia, si scontra con la realtà quotidiana che offre esigui
spazi ad un numero quasi illimitato di specialisti. E anche questo è un
paradosso sociale, anch'esso dovuto al vertiginoso evolversi della
tecnologia. Si creano milioni di laureati per poche centinaia di posti
di lavoro. Con questo non voglio dire che i mezzi di formazione
professionale dei quali dispongono i giovani d'oggi siano causa di
preoccupante sperequazione tra scuola e mondo del lavoro, tutt'altro.
Vorrei solo spiegare perché il divario è così profondo fra risorse
umane e inserimento di queste nella società produttiva. E per spiegarlo
devo ritornare al discorso di prima, ai condizionamenti che l'alta
tecnologia e la comunicazione globale sta provocando. Se vogliamo,
quest'ultima è un grande business che risponde a una precisa legge di
mercato, produrre tanto guadagnando il massimo con il minimo. Ovvero
all'enorme business che la tecnologia offre nel campo della
comunicazione e della formazione professionale, non corrisponde
un'analoga predisposizione di posti di lavoro, direi anzi che
l'orientamento del primo mai come in questi ultimi tempi è stato
inversamente proporzionale alla seconda. Questo fenomeno genera
pessimismo nelle nuove generazioni. Determina ulteriore frustrazione
dell'"io profondo".
Questo vuol dire che ci si sta orientando verso una
strana "cultura" nella quale l'uomo non è più soggetto, ma
"oggetto".
La personalità in altre parole risente dell'effetto sproporzionato che
la massa esercita sull'individuo in modo sempre più totale ed
aberrante. E questo perché all'individuo sembrano offrirsi solo due
alternative: vivere la propria vita nella difficile realtà quotidiana,
o accettare l'invito di viverne un'altra, per così dire, parallela,
dove la personalità sembra esprimersi più facilmente. Un'esistenza
artificiale o, per usare un termine corrente, virtuale, nel corso della
quale l'affermazione personale è pura parvenza.
Per fare un esempio, sfido chiunque ad indicare un scuola, una tendenza
artistica che abbia oggi un certo peso o sia tale comunque, da
caratterizzare un periodo, un epoca degna di essere ricordata.
Direi che oggi alla fine del secolo e del millennio, è più consistente
e marcato il divario tra libertà, e quindi convincimento di poter
esprimere la personalità individuale, e condizionamento al quale essa
è sottoposta dai rigorosi canoni di una società contemporanea agli
ordini di un potere sempre più predominante: il potere economico.
E questo sembra essere un tipico fenomeno occidentale.
Nei Paesi dell'Est , dopo il disfacimento dell'URSS, la gente deve
affrontare il problema quotidiano della sopravvivenza che lascia poco
margine all'astrazione.
E anche se è un paragone improponibile, resta pur legittimo dire che
l'individuo occidentale di media estrazione e, se vogliamo, l'individuo
borghese appartenente alle nuove generazioni, si trova di fronte ad un
contesto concreto (lavoro, occupazione, famiglia, impegno sociale e
politico) nel quale la propria personalità trova rare possibilità di
espressione, e uno astratto dove la sua stessa personalità sembra
invece affermarsi.
Questo stimola una tendenza quasi inconscia, a rinchiudere le facoltà
intellettive individuali in una sfera astratta assolutamente isolata,
arida e improduttiva, che non esercita alcuna influenza sulla realtà
concreta. C'è sempre meno tensione tra astratto e mondo reale, tra
astrazione, nella quale l'individuo imposta un proprio disegno
comportamentale, e realtà esistenziale che deve essere quotidianamente
affrontata e vissuta, ispirandosi a quel disegno.
Anche valori come etica, giustizia, uguaglianza, libertà e, diciamolo
pure, democrazia sono sempre più confinati nell'ambito delle pure
astrazioni. Sul piano soggettivo, individualmente sentito, rappresentano
solo un riflesso di quanto l'uomo pretenderebbe nel corso della propria
esistenza.
Voglio dire che, comunque, non sono più gli stessi riferimenti di
cinquant'anni fa.
Oggi, paradossalmente perché li si considera principi
"acquisiti", non sembrano meritare le stesse attenzioni di un
tempo e sono collocati fra le "cose" scontate,
"astratte", appunto; se ne avverte la presenza ovviamente nel
mondo concreto della realtà. La certezza del diritto ne è
fortunatamente, anche se non sempre, ancora una prova, ma una presenza
non così determinante e decisiva come un tempo si avvertiva. Tanto è
vero che il richiamo ad essi non è mai assoluto, ma ad essi ci si
appella quando si chiede l'aiuto del codice nel caso di un diritto leso,
oppure in dipendenza di obiettivi particolari: ne sono testimonianza, ad
esempio, le varie "deontologie" associazionistiche e
corporative. Aggiungerei anzi - non me ne voglia se sono un pessimista -
che sono astrazioni, alle quali si tende a conferire concretezza spesso
per puro opportunismo, tornaconto di alcuni a svantaggio di altri.
Tra società basata su fondamentali principi di democrazia e società
del benessere (ammesso che siano alternative l'una dell'altra, visto che
la coesistenza di entrambe è sempre stata difficile) si tende sempre
più a privilegiare quest'ultima."
Grazie a quella che è stata la mia diretta esperienza nel mio Paese
vorrei aggiungere a quanto le ho detto sulla società globale, il parere
di un illustre politologo, Maurice Duverger, a proposito del ruolo
fondamentale che i partiti hanno svolto nella vita politica dal
dopoguerra in poi.
Egli sostiene tesi che condivido pienamente. I
partiti politici hanno quasi sempre svolto un ruolo atipico che ha
fortemente condizionato la società. Mi spiego meglio: il ruolo
istituzionale dei partiti dovrebbe tendere alla costituzione di un
tramite tra Elettorato e Parlamento, una sorta di ponte ideale e insieme
di porta-voce tra il cittadino elettore e i propri rappresentanti alla
Camera e al Senato.
Un ruolo svolto, a quanto pare, solo formalmente. La funzione dei
partiti è stata, finora almeno, quella di porre in atto una continua
competizione tendente a raggiungere ed occupare quelle sfere di potere,
dalle quali il partito potesse trarre autorità e prestigio.
L'affermazione elettorale in termini di consensi è l'ovvio obiettivo di
ogni formazione partitica, ma l'aspetto allarmante è che tale obiettivo
è stato sempre e soltanto quello primario di molti partiti, che
sembravano, per così dire, aver perso di vista il loro ruolo
istituzionale, al quale accennavo.
Questo ruolo atipico dei partiti politici si è
sviluppato particolarmente in Italia.
Per fare politica in Italia non si poteva fare a meno di adeguarsi al
sistema che Duverger ha definito del parlamentare-dirigente.
Lo stesso Duverger sosteneva infatti che: "I parlamentari sono
stati sempre più soggetti all'autorità dei dirigenti interni dei
partiti. Il che significa che la massa degli elettori è dominata dal
gruppo meno numeroso degli iscritti e dei militanti, a sua volta
subordinato agli organismi direttivi. Se i partiti sono dunque diretti
dai parlamentari, risulta evidente, agli occhi degli elettori, che il
loro carattere democratico rimane illusorio."
E aggiungeva che "…..I partiti erano costretti a creare
l'opinione nella misura in cui la rappresentavano, la plasmavano con la
propaganda sempre assai costosa……"
E' certo che i partiti italiani si sono sempre ispirati a questo
criterio, adeguati a questa consuetudine.
I partiti stessi, paradossalmente quelli minori ed emergenti, sono stati
e continuano ad essere (nel 1993 n.d.r.) vere e proprie
"aziende".
Se a quanto le ho detto prima aggiungiamo quest'ultima constatazione, ci
spieghiamo in parte l'origine tanto dell'indifferenza delle nuove
generazioni, assai meno stimolate a ricercare riferimenti
nell'ideologia, quanto di quella che definisco allarmante volontà di
porre in discussione i capisaldi etici di un tempo, a vantaggio
dell'incontrastato potere del denaro. L'Italia attualmente (1993,
n.d.r.) sta attraversando un periodo di pericolosa transizione, nel
senso che non sembra per ora presentarsi una classe politica di
"ricambio" che il cittadino sarebbe più disposto a
legittimare. Il perché è semplice: la politica non è più la carta
vincente. O meglio, il potere politico avrebbe ancora un senso, quando
scendesse a patti, come in passato, con il potere che ne ha condizionato
l'azione e attualmente lo sovrasta, il potere economico. Quest'ultimo
paradossalmente sembra affermarsi in maniera autonoma, mentre la classe
politica ne sembra in stretta dipendenza."
Maitre credo sia giunto il momento di parlare di
temi a lei più cari. Ad esempio di quello che certamente è un punto
fermo della sua filosofia: Dio. E il rapporto che Egli ha con le sue
creature. Nel suo libro "Dio e la Scienza" lei delinea una
nuova via attraverso la quale si potrebbe forse giungere a comprendere
meglio il significato della nostra vita, con l'aiuto e il rigoroso mezzo
che la scienza mette a nostra disposizione. Lei parla di metarealismo
nel suo libro dialogo, vuole dirci che cosa l'ha convinta che il mondo
nel quale noi viviamo è una sorta di libro aperto per chi lo sa
leggere? Cioè la ragione e la scienza ci possono in qualche modo
aiutare a comprendere il motivo della nostra esistenza? Possiamo
considerarli mezzi capaci, se non di svelare misteri, almeno di ridurre
i nostri dubbi perenni?
Sono due modi di pensare apparentemente diversi, ma
riconducibili ad un unico preciso assunto. Dio è partecipe e estraneo
allo stesso tempo alle nostre vicende umane, anche se ha voluto unirsi
al nostro dolore con un Sacrificio.
Ma non vorrei continuare su questo tema. Vorrei solo concludere
accennando a quello che Mitterrand chiamava "mutismo di Dio".
La mia risposta a questa domanda che egli mi pose spesso è sempre stata
questa: Dio nella sua infinita grandezza può permettersi di avere
rispetto della libertà dell'uomo.
Sarebbe troppo semplice se Dio dicesse ad ognuno di noi, credi, fai
questo, comportati in questo modo anziché in un altro. Ci ha dato
libertà di scelta. E la possibilità forse di provare,
attraverso la scienza qualche verità relativa che è lontana anni luce
dalla verità assoluta.
E infine un dono che tutti sentono ma molti trascurano che si chiama
intuizione.
Il pessimismo al quale ha accennato nel corso di questo dialogo in
merito all'evoluzione della nostra società, pare incontri un contrasto
nell'ottimismo con cui lei parla dell'uomo, della sua libertà e del suo
rapporto con Dio.
Sono un filosofo, ripeto. Un libero osservatore. E quanto le ho detto a
proposito della società umana e del rapporto obbligato di quest'ultima
con la politica, è una mia semplice constatazione. Il mio libro dialogo
"Dio e La Scienza" è in ultima analisi un invito
all'ottimismo.
fine
(A cura di Gian Paolo Pucciarelli)
|