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Ismail Kadaré
Materiale tratto da:
"CAPIRE - Quaderni di Inchiesta",
mensile diretto da Gian Paolo Pucciarelli cotbwp@tin.it

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Gli rivolgo la prima domanda, forse provocatoria, preceduta da un
"Monsieur". Argomento scottante e attuale: l'immigrazione
clandestina in Italia.
"Un fenomeno le cui cause sembrerebbero facilmente individuabili:
fame e disperazione possono spingere l'uomo alla ricerca della
sopravvivenza a qualsiasi costo; per questo molti cittadini dell'Est
europeo non hanno scelta: la via dell'emigrazione clandestina, della
prostituzione, della criminalità è l'unica che possono percorrere. Ma il
fenomeno ha origini più complesse perché l'Occidente altro non ha fatto
che constatare la grave crisi che ha investito quei Paesi dopo il crollo
dell'Unione Sovietica. La stessa Unione Europea si è dimostrata incapace
di adottare misure che favorissero una pur minima ripresa della loro
economia che potrebbe dar segni di pur lenta ripresa grazie a risorse
tutt'altro che trascurabili. Ma sono Paesi tuttora allo sbando, dove
prosperano criminalità, traffico della prostituzione e della droga. E le
inderogabili iniziative nell'ambito di quella che François Mitterrand
chiamava "economia globale" a sostegno del Terzo Mondo non sono
ancora state prese in considerazione. E nel Terzo Mondo bisogna
comprendere anche le Repubbliche dell'Est europeo, divenute autonome, dopo
il crollo dell'Unione Sovietica. Lo stesso Presidente socialista francese
riteneva che l'Europa non avrebbe potuto ignorare per molto tempo la grave
crisi che ha investito i Paesi dell'Est, nell'era del
post-comunismo."
I suoi occhi guardano alla finestra che si affaccia
sul boulevard Haussmann, rimangono qualche attimo a fissare le nubi che si
ingrossano nel cielo di Parigi e minacciano pioggia. Gli ho chiesto allora
perché ha preferito vivere il suo esilio in Francia, piuttosto che in
Italia, ad esempio.
"L'Italia e la storia italiana fanno parte della
mia vita. Sono nato ad Argirocastro nel nord dell'Albania, e le immagini
che serbo della mia infanzia, per quanto sbiadite, restano indelebili
nella mia memoria. Eravamo nel 1941/42. Ricordo che allora qualcuno mi
parlava dei soldati italiani che erano venuti nella mia città e in tutto
il Paese per colonizzarlo.
Timore e rispetto erano i sentimenti che provavo verso di loro e,
confesso, anche un'ovvia ostilità verso un esercito invasore. Ma
ascoltavo anche chi diceva che l'Italia era una grande potenza che avrebbe
reso migliore la nostra vita.
Ho cercato di trasmettere qualcosa di quell'esperienza per me tanto
incisiva nel mio romanzo "Il Generale Dell'Armata Morta".
Riconosco di aver sentito una certa solidarietà per quei militari,
trovatisi, non si sa bene come, a percorrere le strade della città dove
sono nato e cresciuto e poi spariti nel nulla, fuggiti in ritirata o
caduti in battaglia. A quei soldati devo indubbiamente qualcosa. Nel bene
e nel male hanno lasciato un profondo segno nella mia vita."
Ho scelto di vivere a Parigi per ragioni personali, ma anche perché ho
sempre ammirato la Francia del Presidente Mitterrand. Mi sentivo e mi
sento vicino alla sua idea di socialismo che egli ha una volta definito
così:

"Socialismo è la giustizia, è la città, cioè una volontà di
giustizia attuata nella solidarietà urbana." "E - aggiungeva-
la cultura socialista ha anche un senso dell'universale più spiccato dei
conservatori".
L'Italia rappresenta il centro della cultura universale, un riferimento
assoluto senza il quale è impossibile dare senso e significato all'idea
di civiltà, un patrimonio di tradizioni e storia che non trova uguali. E
nel mondo occidentale è forse una delle nazioni che, in particolare dal
dopoguerra in poi, hanno dato il maggiore impulso all'affermazione delle
istituzioni democratiche e repubblicane.
Ma ho scelto di vivere in Francia per ragioni personali, ripeto, anche se,
come vi ho detto, amo molto il vostro Paese e seguo sempre gli sviluppi
della politica e della società italiane."
Si aspetta la mia domanda. La prevede. Sembra
scontato. E quando gli giunge, diretta e spontanea, con l'intento di farmi
perdonare la domanda d'esordio che certamente è servita alla sua
presentazione, ma è stata forse formulata in maniera inopportuna e
brutale, sulle prime sorride. Poi ritorna serio.
"Perché, visto che conosce molto bene la nostra storia, non ci parla
dell'Italia, dell'ultima Italia?" gli chiedo.
"E' un compito molto difficile e complesso. Potrei
solo accennare a quelle che sono considerate da più parti le vicende
chiave, li eventi che hanno determinato svolte decisive nel percorso
politico-sociale del vostro Paese. E riferirmi a due fenomeni ben precisi
che si sono verificati tra la metà degli anni Ottanta e la metà dei
Novanta.
E'in questo periodo che la società italiana e conseguentemente la
politica italiana hanno vissuto un difficile periodo di transizione tra la
fine di un ciclo e uno nuovo, di incerte basi, che stenta ad avviarsi. Di
solito si definisce "transizione" un periodo di vuoto politico,
di incertezza, di smarrimento. Questo fenomeno, secondo il mio parere, ha
avuto origine in quella che definirei "crisi dell' ideologia in senso
storico". Da tempo molti italiani non erano più disposti ad
orientare il loro consenso verso quei partiti, particolarmente i due
maggiori, che, pur su posizioni opposte, a quel tipo di ideologie si
ispiravano. E mi riferisco ad una crisi senza distinzioni fra ideologie di
destra o di sinistra. Questo anche in parte dovuto al mutamento
sostanziale della società, al progresso e alla tecnologia in continua
evoluzione.
Quasi tutti i partiti italiani hanno cercato, in modo
forse affrettato e spesso con poca fortuna nuove denominazioni e
connotazioni politiche, rivedute e corrette nelle intenzioni, ma solo
marginalmente rispondenti alle esigenze della società e dell'elettorato
italiani che ormai trovavano scarse ragioni per legittimare la vecchia
classe dirigente.
E c'e da aggiungere che questo fenomeno coincide con la crescente
affermazione di un potere che è sempre esistito, ma mai come in quel
periodo, e tuttora del resto, rappresentò e rappresenta, in particolare
per il vostro Paese, la forza condizionante della politica: il potere
economico.
Crisi dell'ideologia e profondo senso di sfiducia
nell'elettore (e qui mi riferisco all'elettorato di massa, all'elettore
che ha sempre immaginato la politica come il risultato di litigiosi
confronti fra numi tutelari e non, chiamati a decidere del suo destino, in
una sorta di Olimpo simile a quello della mitologia greca). Era ormai
inutile proclamarsi modernisti e riformisti. L'intera classe politica
della Prima Repubblica era sul banco degli imputati. E questo non tanto
per la nota "Tangentopoli", quanto perché un po' tutte le
formazioni politiche italiane avvertivano da tempo il graduale ma
inesorabile venir meno di quel consenso che prima ne aveva legittimato,
ancorché con qualche riserva, l'esistenza.
Ma mi sembra importante fare una osservazione a questo punto.
Le vicende molto note che riguardano quella che voi chiamate
"Tangentopoli" non sono state la causa ma l'effetto di quella
oscura transizione alla quale prima accennavo."
Prego si spieghi meglio.
"Ci sarebbe da chiedersi perché l'effetto
tangentopoli è stato tanto dirompente. La prima risposta ovvia mi sembra
la seguente: perché è stato un fenomeno tutto italiano.
In altre parole è difficile pensare a una tangentopoli francese, tedesca
o spagnola della stessa portata di quella che è esplosa in Italia.
Un fenomeno che potrebbe trovare una prima, apparente, spiegazione nel
sistema politico italiano, fondato sul pluripartitismo, peraltro
espressione di democrazia, ma solo sul piano "tecnico". Tanto è
vero che le coalizioni di governo sono sempre state fondate sulla base di
accordi per formare esecutivi, ma anche per attribuire ai partiti più o
meno grosse fette di potere.
Il ruolo dell'opposizione si è spesso anche ispirato a questo criterio:
apparire più o meno "costruttiva", a seconda del peso di quella
fetta di potere che le era offerta. Il nocciolo della questione è la
competizione, tanto più esasperata e incandescente, quanto più numerosi
sono i partiti. Competizione che non ha mai escluso il ricorso ad
iniziative "machiavelliche, al criterio secondo cui al successo di
uno può, anzi deve, corrispondere il fallimento di un altro; o peggio
ancora, se fallimento generale deve essere, cadano anche quelli che forse
non lo meriterebbero e che sopravvivendo potrebbero trarre vantaggi,
conseguire successo e dare luogo a invidie.
Questa competizione si è sviluppata con alterne vicende fino ai giorni
nostri e certamente si riproporrà anche nelle prossime legislature, salvo
il caso in cui si affermi una coalizione di governo i cui programmi siano
univoci e convincenti; e sia dunque capace di ottenere e mantenere un
ampio consenso elettorale. Se questa forza politica sarà in grado di
mantenere quanto ha promesso, dovrà affrontare e cercare di risolvere gli
innumerevoli problemi di ordine sociale ed economico che affliggono
l'Italia.
Dopo questo sorprendente fiume di parole che mai mi
sarei aspettato, provo a fargli una domanda "chiave", con il
rischio probabile di avere una risposta evasiva.
"Monsieur" forse a questo punto è opportuno aggiungere
qualcosa."
"In breve, quella che lei definisce transizione
non può essere spiegata soltanto con il mutamento della società
italiana. Evidentemente ci sono state altre cause che hanno determinato la
fine della Prima Repubblica. Qual è il suo parere in proposito?"
"Quanto lei dice è sostanzialmente vero. Altre cause andrebbero
ricercate nel contesto internazionale, e lungo un arco di tempo piuttosto
ampio. Il che imporrebbe una risposta troppo complessa. Bisognerebbe cioè
ripercorrere almeno trent'anni di storia italiana. E ora non mi sembra il
caso. Comunque direi che nell'ambito delle forze politiche, i grandi
partiti hanno risentito degli eventi internazionali particolarmente
significativi. Fra questi, il crollo del Muro di Berlino, paradossalmente
ha creato ripercussioni in tutto l'Occidente. In Italia il primo a
risentirne è stato il Partito Comunista Italiano.
Anche se fin dai tempi dell' Eurocomunismo che Enrico Berlinguer
proponeva, e non era ben visto dal Comitato Centrale del PCUS, c'erano
state le prime avvisaglie di quella che sarebbe poi diventata la rotta del
cambiamento, fino ad arrivare al congresso della Bolognina, nel quale
Occhetto dichiarò finita l'era del glorioso PCI e proclamò la nascita
del Partito Democratico di Sinistra. Fu una decisione sofferta che non
trovava altre scelte.
Il problema esisteva da tempo, e si ripropose drammaticamente in
coincidenza del cosiddetto "strappo" al quale seguì un taglio
cospicuo dei sostegni finanziari che il PCUS aveva abbondantemente fornito
al PCI fino al 1980, se vogliamo per il momento escludere quelli che vanno
dal 1980 al 1991.
Dopo il crollo del muro, seguendo l'esempio del Partito
Comunista Ungherese, che decise da allora di chiamarsi Partito Socialista,
il PCI scompare, o meglio gli viene data una nuova connotazione: PDS. Per
restare in tema, l'altro grande partito italiano, la Democrazia Cristiana
con la sua strategia attendista, risultata poi inutile e dannosa, vede
frantumarsi il solido piedistallo sul quale si era retta durante quaranta
e più anni di potere, e grazie al quale aveva a stento tenuto sotto
controllo le varie correnti ad essa interne.
Sono proprio le correnti democristiane di un tempo che ne determineranno
la frantumazione, dando vita a nuove formazioni autonome.
E' interessante notare come nei primi anni Novanta
questa "ansia"di rinnovamento, accompagnata sul piano formale
dalla ricerca di una nuova connotazione, è stata la caratteristica di
ogni partito o quasi, escluso uno: il PSI.
Sul piano programmatico era superfluo parlare di rinnovamento per il PSI,
perché esso aveva sempre condotto una politica ispirata al riformismo e
al modernismo, e tanto meno aveva bisogno di darsi nuove connotazioni,
seguendo la generale tendenza. Il PSI restava il PSI, riformista ai tempi
di Turati e Treves, come ai tempi di Nenni e riformista sotto la guida di
Bettino Craxi. Il PSI si presentava cioè con le carte in regola al vaglio
dell'elettorato e della società italiana, senza bisogno di rifarsi il
"look".
E paradossalmente è stata questa la sua più grande "colpa".
Nella generale corsa al rinnovamento e nell'ansiosa ricerca di una
"identità" che fosse, più che legittima, accettabile, la
parola d'ordine era: compromesso. In altre parole, non aveva più tanto
senso schierarsi a destra o a sinistra o rimanere su posizioni centriste
che ormai male e poco pagavano. Occorreva schierarsi dalla parte……
dell'elettore, della gente, con programmi precisi e adeguati.
Lo interrompo. Gli faccio notare che la rivoluzione
nei partiti della Prima Repubblica è una conseguenza del
"ciclone" Tangentopoli. Non è stata una scelta la strada del
rinnovamento, ma un percorso obbligato.
"Vorrei insistere su questo fatto - continua -
abbastanza essenziale. Tangentopoli non è stata la causa della fine della
Prima Repubblica, ma semplicemente l'effetto della delegittimazione
popolare. Se vogliamo i processi di Mani Pulite sono semplicemente
coincidenti con la profonda crisi che aveva da tempo investito quasi tutte
le formazioni partitiche.
Credo si sia reso conto della gravità di questa affermazione. Si
ammutolisce, diventa pensieroso. Forse non vuole proseguire su questo
argomento, preferirebbe parlare di altre cose, come la perenne crisi nei
Balcani, la guerra nel Kosovo, commentando fermenti e violenze tuttora in
atto tra albanesi e macedoni.
E' materia dei suoi romanzi. Nel suo esordio ha tenuto a sottolineare che
lui è solo uno scrittore, uno che si affida al linguaggio universale
della letteratura per parlare dell'uomo e delle sue sofferenze lungo il
cammino della vita, intendendo con questo lanciare un messaggio di pace,
là dove essa è insidiata dall'odio e dai biechi interessi di chi vuole
che in qualche parte del mondo guerra sia sempre.
Bussano alla porta. E' un'anziana cameriera che
entra nello studio e si avvicina al tavolo reggendo un vassoio.
"Ho pensato che le facesse piacere un thé a quest'ora." Accetto
volentieri e ringrazio. Mentre sorseggiamo il thé, lo colgo a fissare
fuori della finestra, lo sguardo pensieroso e malinconico associato alla
pioggia che ora cade insistente, colorando d'argento i tetti in
lontananza. Poi riprende a parlare.
"La mia naturale inclinazione a raccontare in
forma romanzata non deve averla sorpresa - mi dice, e aggiunge - ma spero
non le sfugga che ogni buon commentatore parte da un presupposto e tende a
un fine coincidenti: la verità."
"Le ho parlato più di effetti che di cause. E' vero. E c'è una
ragione. Gli ultimi trent'anni di storia italiana offrono un panorama
talvolta sconcertante di eventi ai quali si sono attribuite diverse
origini, senza la possibilità di individuarne quelle effettive, provate,
certe. A molti interrogativi si sono date risposte plausibili ma in rari
casi convincenti. Il ruolo svolto dai media e dagli "opinion
leaders" nel cercare la risposta a questi interrogativi è stato
spesso contraddittorio. Dubbi, perplessità, mistero, angoli oscuri
formano una costante dell'ultima Italia."
Credo che il suo commento sia scivolato nelle sabbie
mobili, e probabilmente il maitre prova un certo senso di disagio. Dopo
quello che ha detto, sarebbe necessaria una descrizione particolareggiata
che dia credito a quanto afferma.
Ma la domanda che segue non sembra essere un lampo a ciel sereno.
"I misteri d'Italia sono tanti, e forse sono
destinati a rimanere tali per sempre. Qual'è secondo lei la ragione per
cui si tende ad archiviarli, a dimenticarli, in nome di quella parola
d'ordine che così sembra formulata: guardare avanti, e puntare al sodo,
ovvero al consenso popolare per ottenere il quale sembra indispensabile
proporre più fatti e meno idee?
Le rispondo dicendo che i misteri dell'ultima Italia non sono in ultima
analisi tanto… misteri.
Ma vorrei introdurre questo discorso parlando non di un mistero d'Italia,
ma di uno strano
insieme di coincidenze che si riallaccia a quanto prima dicevo del Partito
Socialista Italiano.
Mi
sembra quindi ovvio riferirmi a Bettino Craxi , forse l'ultimo vero
statista dell'Italia repubblicana.
Di lui si sono dette troppe cose, anche se dopo la sua morte, alcuni hanno
voluto distinguere tra la sua figura politica e quella del maggiore
imputato nei processi di Mani Pulite. Recenti commenti su Bettino Craxi,
peraltro autorevoli, mi hanno lasciato perplesso, perché tendenti ad
esprimere giudizi sommari su un uomo politico che - questa la tesi del
commentatore - altro non avrebbe fatto che intraprendere la strada delle
riforme con scarsi risultati rispetto a quelli ottenuti invece da coloro
che nel PSI lo avevano preceduto.
Mi sembra lecito fare una riflessione sull'intera vicenda
"tangentopoli". Quella che autorevoli giornali francesi
all'epoca definirono "l'affaire italienne" e solo
successivamente "l'affaire Craxi", perché nel corso dei
processi di "mani pulite" ci si accorse che tutti i riflettori
erano puntati sul leader socialista. Se ben ricordo, quotidiani come Le
Monde e Libération nelle cronache del tempo non esclusero ipotesi di
macchinose strumentalizzazioni, abilmente mascherate, con due precisi
scopi: coprire un generale coinvolgimento della classe politica e
responsabilità di tutti nel ricorso al finanziamento illecito e gettare
discredito sui "concorrenti" che si intendeva eliminare. E
dicendo questo non pongo assolutamente in discussione l'operato dei
magistrati. Ci sarebbe soltanto da chiedersi come mai certe prove ed
evidenze siano emerse ed altre invece no.
L' autorevole commento postumo, al quale prima accennavo, sulla figura di
Craxi suona come un invito all'uomo politico, allora vivente, più o meno
del seguente tenore: "Siccome sei alla guida del Governo, devi
denunciare non solo il sistema di una generale corruzione che, per quanto
hai potuto personalmente constatare, risale all'immediato dopoguerra, ma
anche tutti i segretari dei partiti che da allora vengono finanziati
contravvenendo alla legge sul finanziamento pubblico, e renderti reo
confesso di avere approfittato dello stesso sistema per fare affluire
fondi illeciti nelle casse del Partito Socialista. Ovvero in altre parole:
"Caro PSI la tua bandiera è d'ora in poi quella del moralizzatore,
scendi nelle strade e manifesta con rigore etico contro tutti, correndo il
rischio certo di rimanere isolato o nella migliore delle ipotesi di
ridurre te stesso ad uno sparuto esercito di suffragette."
Vede, secondo gli autori di questo commento, Craxi avrebbe dovuto cambiare….
mestiere. Era in realtà ciò che volevano. Avrebbe dovuto fare ciò che
un politico non può fare, in alcun modo. E questo equivale a dire, o
meglio a confessare, un segreto proposito più o meno racchiuso in un
monito del tipo: "Fai il moralizzatore e togliti dai piedi, te e il
tuo PSI!" Spogliato dei panni politici, Craxi avrebbe dovuto fare
quello che faccio io ad esempio, lo scrittore "politico"
non-politico che dall'esilio medita e scrive sulle strane vicende che ha
vissuto e vive il suo popolo. Questo è poi realmente, più o meno,
avvenuto. L'autore del commento su Bettino Craxi, si è involontariamente
tradito.
Sa bene che la politica non è astrazione, come sa bene che tra politica
ed utopia vi è un contrasto stridente, e si è forse accorto in ritardo
che il suo commento sulla figura di Craxi, che poco peso dà alla sua
opera di riformista (le virgolette qui non servono), e carica invece le
spalle del politico di insostenibili responsabilità, contiene l'implicita
ammissione del commentatore di essersi schierato allora dalla parte di
coloro che non digerivano l'idea di un forte PSI e tolleravano sempre meno
personalità e carisma di Craxi, perché evidentemente personaggio scomodo
e pericoloso concorrente.
Come si è
sviluppato in Italia il sistema tangentizio
Le tangenti non le ha inventate certo Craxi. Ma
Tangentopoli, ripeto, è un fenomeno tutto italiano. Il primo motivo ho
cercato di descriverlo. Il secondo è forse fondamentale e nasce dal fatto
che in Italia e in pochi altri Paesi vige una legge, sempre inadeguata,
sul finanziamento ai partiti politici. Negli Stati Uniti chiunque può
finanziare i partiti liberamente, e le somme percepite vengono iscritte
nei bilanci. Ed è puerile pensare che nella patria del Capitalismo siano
state fatte pure donazioni senza tornaconto. Fiumi di denaro scorrono
quotidianamente a sostegno delle campagne elettorali di questo o di
quest'altro governatore, così come nelle presidenziali. E' notorio che
multinazionali come ad esempio la Bell e la Lockheed, così come colossi
dell'editoria americana e i petrolieri hanno sostenuto a turno con
cospicue sovvenzioni le campagne elettorali di democratici e repubblicani,
ottenendo dai candidati prescelti, una volta eletti, garanzie su commesse,
impiego di armi e strumenti ad alta tecnologia. Non sono forse tangenti
queste? Secondo la legge italiana, sì.
Il ricorso alla tangente ha radici millenarie. Ma per restare nel contesto
italiano recente, l'uso della tangente, che all'inizio non si chiamava
così, ma semplicemente "sovvenzione" (le virgolette sono
d'obbligo per non lasciare dubbi sul termine che, in modo meno esplicito,
fa intendere la stessa cosa, cioè una operazione fondata sul criterio del
"do ut des"), anche se si può far risalire agli anni Trenta,
diventa pienamente attivo nell'immediato dopoguerra e ha due matrici ben
precise: da una parte, il Comitato Centrale del PCUS, e la gestione del
"Fondo di assistenza internazionale ai partiti e movimenti operai di
sinistra" già ideato da Lenin e poi realizzato da Stalin, e
dall'altra, i Servizi Segreti americani che operavano dietro le quinte
nell'ambito del Piano Marshall.
Al Cominform, l'organismo fondato da Stalin, era stato affidato il
controllo e la gestione del Fondo di assistenza internazionale, fino al
1956. Successivamente le sovvenzioni ai partiti comunisti dell'Occidente
sono avvenute attraverso personaggi di spicco del CC del PCUS e del KGB, e
sono continuate per oltre quarant'anni. Vale a dire durante un arco di
tempo nel quale a Stalin sono succeduti alla Segreteria del Soviet Supremo
Krusciev, Breznev, Andropov, Cernenko e, per breve tempo, Gorbaciev.
Ho parlato di matrici di quelle che sono poi diventate
nell'uso corrente tangenti, perché le sovvenzioni ai partiti comunisti o
di sinistra occidentali avvenivano in un primo tempo secondo i criteri del
sostegno finanziario diretto ai partiti delle aree a rischio (fra queste
l'Italia era la prima della lista). Il progetto del Fondo di assistenza
sovietico era stato affidato da Stalin a Vagan Grigorjan, presidente di
una commissione del Comitato Centrale che si occupava dei rapporti con i
partiti comunisti d'Occidente. Negli anni successivi chi decideva sulle
erogazioni era Boris Ponomarev, eminenza grigia del PCUS.
Di quest'ultimo le dirò più avanti, perché è
precisamente durante la gestione Ponomarev che dalla "matrice -
sovvenzione" scaturisce il sistema delle tangenti, come sono
correntemente intese oggi. Nei primi anni Sessanta, allora ero
giovanissimo, soggiornai a Mosca per un lungo periodo. Avevo vinto una
borsa di studio per completare il corso di laurea in lettere nella
capitale russa. In quel periodo, anche se il sistema delle erogazioni si
attivava nel massimo segreto, ho potuto spesso constatare quali erano i
personaggi chiave sovietici e i loro interlocutori italiani (i partiti:
fra questi sempre il PCI e talvolta lo stesso PSI) che hanno nel corso di
quarant'anni beneficiato del sostegno finanziario del Comitato Centrale.
Confermano quanto dico i risultati dell'inchiesta condotta nel '92 dai
procuratori di Mosca che indagarono, grazie a documenti segreti venuti
alla luce in quel tempo, sulle attività del Fondo e sul fiume di denaro
del contribuente sovietico, che attraverso il Fondo rimpinguò le casse
dei partiti comunisti di tutto il mondo, con la sola esclusione della
Jugoslavia di Tito e della Cina di Mao.
E' stato detto che l'esame di quei documenti ha messo in luce un fatto
sorprendente: più di un terzo dell'intero "tesoro" del Fondo
sarebbe stato destinato al Partito Comunista Italiano.
Ed è impensabile che sull'altro "versante" non vi sia stato un
analogo e altrettanto cospicuo flusso di denaro tra organismi dei Servizi
segreti americani e partiti italiani di centro o di destra, non escludendo
quelli della sinistra moderata, con l'ovvio obiettivo di contrastare il
potenziamento che i comunisti italiani traevano dal sostegno di Mosca.
E la
sovvenzione diventò …. tangente
Ma è verso la metà degli anni Cinquanta che il
sistema delle sovvenzioni internazionali
é soggetto ad una evoluzione. Allora si comprende come il sostegno
finanziario ai partiti politici deve essere attuato in modo diverso. Siamo
ad una svolta decisiva, solo timidamente prospettata ai tempi di Stalin.
Il sistema delle sovvenzioni per continuare a produrre effetti politici
positivi, deve operare una decisa sterzata verso la strada dello scambio
commerciale. Per quanto riguarda l'URSS e i suoi rapporti con il PCI, le
ragioni che avevano indotto a adottare questo nuovo criterio erano
principalmente due: facilitare la continuazione del sostegno finanziario
al Partito Comunista, da tempo oggetto delle attenzioni dello spionaggio
occidentale in pieno periodo di "guerra fredda", attraverso un
efficace mascheramento della sovvenzione sovietica che sarebbe apparsa una
semplice, anche se cospicua, mediazione su operazioni concluse fra Italia
e URSS e inerente la vendita di materie prime e l'acquisto di macchinari;
stimolare lo sviluppo economico dell'Unione Sovietica, attraverso
l'utilizzo delle risorse minerarie dell'immenso Paese, al quale
occorrevano macchinari di produzione italiana, per la lavorazione di
prodotti finiti, la costruzione di lavatrici, televisori, automobili,
trattori, beni dei quali i sovietici cominciavano a sentire il bisogno,
particolarmente in epoca kruscioviana.
Ecco dunque come nasce la tangente, quella perlomeno che s'intende
correntemente.
Ma alla sua origine c'è il sinonimo del potere dell'era contemporanea: il
petrolio."
Ha smesso di piovere. Le nubi si diradano, in lontananza si scorgono anzi
squarci di cielo azzurro che si colorano del rossastro serale. Sembra
attendere la domanda successiva che, confesso, stenta ad essere formulata.
"Il petrolio, risorsa energetica sulla quale si
base l'economia e l'esistenza globale….." riesco a dire solo
questo, perché è lui stesso che continua.
"Esattamente. E' tanto ovvio e noto che è banale
ricordarlo. Dal petrolio, dalle risorse energetiche, nasce la tangente
istituzionale. Nel senso che il sistema tangentizio italiano si concepisce
e si origina all'interno di un Ente….. di Stato, l'ENI di Enrico Mattei.
Commercio-Politica:
un prolifico connubio
Non è semplice stabilire una precisa linea di
demarcazione fra transazioni commerciali, scambi di prodotti tecnologici e
materie prime che danno impulso e vita ai rapporti fra Paesi diversi, e
intese o accordi ai quali deve necessariamente sottostare la realizzazione
di una transazione, il buon fine di uno scambio. Lo stesso istituto della
mediazione che la legge prevede e regola, è inevitabilmente soggetto, in
sede di ogni trattativa, a modifiche e ritocchi sempre determinanti nella
conclusione di un affare. E' una legge di mercato: spesso è preferibile,
un aumento della mediazione piuttosto che l'insuccesso di una proficua
esportazione.
Ed è evidente che il mercato internazionale, quello per intenderci delle
grosse forniture industriali e soprattutto delle risorse
energetiche, ha originato la tendenza a rendere abnorme il rapporto tra
operazione commerciale e mediazione stessa, particolarmente quando sono in
gioco consistenti flussi di capitali o acquisizione di risorse tanto
decisive da condizionare il bilancio di uno Stato. E se un grande uomo
come Enrico Mattei è riuscito a far marciare l'Italia verso il boom
economico, lo si deve alla sua abilità di imprenditore e al fatto che non
ha esitato quando era presidente dell'ENI a prendere iniziative
"spregiudicate", chiamiamole così per chi vuole intendere,
nell'interesse dell'Ente di Stato che presiedeva e del Paese.
Il sistema, apparentemente complesso, era in realtà abbastanza semplice e
trovò attuazione in piena era kruscioviana, attraverso un'invenzione di
Ponomarev, come ho detto, eminenza grigia del Comitato Centrale del PCUS.
La sua invenzione ha un nome: V/O Techmasimport di Mosca, "un organo
di stato sovietico che si occupava di impianti industriali", in
realtà una vera e propria società di intermediazione sovietica con
l'industria occidentale.
Mattei aveva firmato un contratto con la Techmasimport sul finire del
1959. Il contratto sottoscritto dall'ENI prevedeva il pagamento di
"mediazioni" alla Techmasimport sulla fornitura di macchinari e
impianti industriali all'Unione Sovietica da parte di società del gruppo
ENI. L'organo di stato sovietico avrebbe segnalato le richieste di
prodotti finiti e macchinari per la lavorazione alle società del gruppo e
intascata la relativa mediazione.
In realtà a quanto pare le segnalazioni in questo senso furono assai
rare. L'attività della Techmasimport era concentrata sull'acquisto da
parte dell'ENI di prodotti petroliferi, che avveniva ufficialmente
attraverso la Sojuzneftexport, una divisione del ministero del Commercio
Estero sovietico. In realtà la Techmasimport acquisiva le percentuali che
l'ENI pagava per l'enorme quantità di tonnellate di petrolio che le
società del gruppo comperavano dall'Unione Sovietica, nell'ambito
dell'operazione dell'arcinoto gasdotto siberiano. E fin qui tutto poteva
anche andar bene. Il fatto curioso, ampiamente documentato, è che il
pagamento delle percentuali avveniva in Italia, a Roma, precisamente in un
palazzotto fine ottocento di via Gaeta, 5, sede della rappresentanza
commerciale sovietica. E al pagamento seguiva, sempre nella stessa sede,
un esborso di pari importo che la stessa Techmasimport eseguiva, tramite
il rappresentante commerciale sovietico in Italia, a favore del più
grande partito di sinistra italiano. La Techmasimport funzionava in
pratica come strumento di transito delle tangenti.
(Continua)
(A cura di Gian Paolo Pucciarelli)
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