Caro Frobisher,
anche quest’anno è terminata a Torino – finalmente! – l’ennesima
sagra del libro (solennità strapaesana, nonostante tutto, come
garantito dalla sempre rimarchevole presenza di scrittori e
scribacchini locali presso le varie presentazioni/tavolerotonde/faccia-a-faccia-con-l’autore
allestite in occasione della Fiera lingottiana). La ventesima,
per l’esattezza. Un bel giro di boa, non c’è che dire, per un
evento che è sempre più supermercato e sempre meno fatto di
cultura (mettici pure la q maiuscola o minuscola, come
preferisci) o, semplicemente, di editoria; attività che risulta
– anche, ma non solo, in questa sede – totalmente appiattita,
immiserita, mortificata sul dato commerciale. Perché in
definitiva (oh il segreto di Pulcinella!) ciò che sta
primariamente a cuore all’editore – e intenderei designare con
questo pomposo appellativo tutti, ma proprio tutti i
partecipanti all’inveterata manifestazione subalpina:
dall’infimo ciclostilatore in proprio (o poco più) ai più
gargantueschi tycoon nostrani della carta stampata – è
esattamente ciò che interessa all’erbivendola, al norcinajo, al
droghiere: vendere, vendere purchessìa. Grandi classici o
ciofèche dell’ultim’ora, gazzetterìe da gossip-book o polverosa
zavorra d’Accademia, buona solo a fini concorsuali. “Compratelo,
leggetelo, ve lo consiglio caldamente”: lo slogan viene
ricantato in tutte le chiavi da critici ed entertainer che
all’occasione non mancano di trasformarsi puntualmente – et
voilà – in imbonitori più o meno grossolani, giusta il
temperamento e l’abilità di ciascuno, recitando a soggetto.
Tutto fa, tutto può far brodo; il che, in tempi di vacche magre
come quelli che corrono, non sarà una ricca grascia, ma ci si
deve pure accontentare.
Mi dai del qualunquista? E sia. Ma basta avventurarsi, come per
una sorta di moto inerziale siamo costretti anno dopo anno a
fare, mischiandoci a scolaretti e giornalisti, sgomitando tra
saltimbanchi e contradaioli di
Grub Street in mezzo alle
bancarelle – pardonnez-moi: volevo dire “agli stand” – per
rendersi conto di quanta roba, di quante porcherie si stampino,
nonostante crisi e recessione conclamate. Nihil obstat, d’altra
parte. Ed ecco le badiali rovine del patrimonio
archeologico-industriale subalpino subitamente trasformarsi in
uno scenario di singolare eclettismo, illuminarsi di mille
slucciolii fosforescenti, risuonare degli accenti concitati del
grilloparlante ateo frammisti alle monotone litanie dell’ultima
mummia ecclesiastica riesumata (o dell’ultimo predicatore New
Age, cadavere più fresco ma non meno maleolente). C’è spazio per
tutti, signori, venghino: qui, nel nome abusato del pluralismo,
trovan spazio gli ospiti di Sodoma e gli ulema vaticani, e
turchi e bbadanài. Tutti insieme, spassionatamente. Anche se non
sempre – anzi, quasi mai – il leone ruzza con l’agnello in
rinnovellata, edenica serenità. Non illudiamoci, dunque.
L’armonia non può regnare nell’agorà. Figuriamoci allora al di
fuori dei suoi confini: rimbecchi e stilettate tra gli operatori
(culturali o ambientali, non si è ancora capito)
di questa sempre più povera e deficitaria Torino capitale del
Libro – forse ancora per poco: http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/fieradellibro/200705articoli/2955girata.asp
– si sprecano. Ma a che pro ostentare tanto curiale sussiego in
nome di una spuria autorevolezza (peraltro conquistata a suon di
quattrini, a quel che si sente dire) o – viceversa – protestare
il proprio rispetto per il denaro pubblico (e il denaro privato?
quello è evidentemente meno rispettabile, come sanno bene i
“professionali” che, pur vivendo dei miserrimi proventi del
lavoro editoriale, entrano a Librolandia previo pagamento di
biglietto scontato: quando si dice i privilegi di casta... ) ?
Forse, dopo tutto, potrebbe aver ragione
il pupazzo che proclama a gran voce la
superiorità ‘culturale’ del similcioccolato spalmabile sul vieto
feticcio cartaceo: gli “scrittori”, dal canto loro, sembrano
essersene già accorti, gli spudorati:
http://www.gigipadovani.it/1/archives/cat_photo_gallery.html .
Cordialmente,
