PAROLA-PER-PAROLA
a cura di Beppe Picca

La parola: che cos'è? Un suono che si disperde al vento, un flatus voci. "le parole volano" dice il proverbio, meglio non fidarsi, se le parole passano gli scritti rimangono, la parola da sola non basta. Ma siamo sicuri che la parola sia qualcosa di tanto volatile? Un uomo di parola è pur sempre una garanzia solida, anzi "la garanzia" per eccellenza.Chi non si fida della parola di un amico (di quelli veri)? Succede spesso che le parole abbiano una concretezza inaspettata: a volte le parole sono pietre, e pesano come un macigno. Un altro proverbio, in contraddizione col primo, assicura che la parola è solida tanto da mandare all'altro mondo più gente della spada. La parola può quindi essere tagiente, e molto. Quindi le parole sono qualche volta leggere e qualche volta pesanti, qualche volta trasparenti e qualche volta opache.

Da dove viene questa ambiguità? La Genesi racconta che le cose furono create quando Dio parlò: "Dio disse:..." e ancora "Dalla parola di Dio furono fatti i cieli".La parola dunque è madre del creato e signora del genere umano. Quando gli uomini nella loro superbia dopo il Diluvio decisero di scalare il Cielo per "farsi un nome e non disperdersi per tutta la terra" possedevano l'arma formidabile di una parola unica per tutti: una lingua che tutti indendevano permetteva loro di organizzarsi e compiere l'impresa con efficacia. Il Signore li disarmò con la loro medesima arma: Dio disse: "Confondiamo la loro lingua perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro". Dio parlò e la parola da allora seppe farsi muta. Solo molti millenni dopo, uomini cheparlavano lingue diverse si radunarono in uno stesso luogo per sentire la parola degli Apostoli nel giorno di Pentecoste. Gli Apostoli si fecero capire da tutti quei numerosi alloglotti senza bisogno di interpreti. Il miracolo di rimettere ordine nella confusione di Babele era avvenuto, ma non per tutti. C'era chi scuoteva la testa e diceva: "Sono ubriachi di vino nuovo".

Ecco un esempio autorevoledi una grave malattia della parola, quando il significato si fa approssimato, sfocato, elefantiaco, o rachitico. La malattia è stata ed è tuttora diffusissima. Oggi si presenta in almeno due forme principali: il politichese e il giornalistese. Ne riparleremo, se otterremo ancora la parola, beninteso.

L'Antifrastico - febbraio 1998

 


Superstiziosi d’ogni colore, occhio al calendario! Il 1998 ha ben tre Venerdì 13 (febbraio, marzo e novembre). Non accadeva dal 1990 e non accadrà più prima del 2009. Chi sta nella angosciosa attesa di qualche calamità e non osa confessarlo, non ne abbia erubescenza: Napoleone il Venerdì non faceva battaglie, Bismarck non firmava trattati e anche Esiodo era triscaidecafobico, che sconsigliava le semine il 13 del mese. E poi, ci sono coloro che pensano al 1998 come a un anno fortunato, con il pieno di letizia nei tre venerdì fatidici. Induisti e mussulmani, insieme con i tedeschi del nord, considerano il venerdì il giorno dei matrimoni. Non so perché lo sia per i mussulmani e gli induisti, forse per i tedeschi il Freitag (Venerdì) è il giorno del freien (Corteggiamento). Il Medioevo cristiano celebrava con entusiasmo il numero tredici, in quanto somma del numero della trinità e dei Dieci Comandamenti. Più drammatici sono i fatti su cui si basa l’interpretazione sinistra: sciagurato è il 13 perché tredici erano le persone che presero parte all’ultima cena, e la tredicesima persona, il Cristo, fu crocifisso appunto di Venerdì. Nella tradizione nordica la dea Frija (la dea del Freitag) organizzò nel Walhalla un convivio con dodici dei: quando arrivò Loki, il tredicesimo, scoppiò una rissa e il dio Baldur fu ucciso.

La medesima superstizione può essere rosa o nera, dipende dal mito (inteso come germe di racconto) su cui si basa. Come la parola, ambigua nel significato. Ma mentre gli operatori della parola quasi sempre sono costretti a subite la tirannia del mezzo del loro lavoro, quanto più liberi sono i superstiziosi! Possono sempre scegliere di vedere l’aspetto rosa ed essere allegri almeno un giorno all’anno: tutti gli anni hanno almeno un Venerdì 13.

L'Antifrastico - marzo 1998

 


Secondo un quotidiano di qualche settimana fa, nel 1966 la polizia visitò l'appartamento del cantautore tedesco Hans Sollner in una operazione antidroga. Il 42enne cantautore si indignò a tal punto da comporre una canzone ad hoc, che eseguì la sera successiva. Tutto sarebbe filato liscio se lo show non avesse contemplato come conclusione l'esibizione del deretano nudo dell'artista ai poliziotti presenti. Questi ultimi si rifiutarono di considerare questa parte dello show una manifestazione artistica e denunciarono il bardo, ma il tribunale di prima istanza diede loro torto, perché il sedere del cantautore faceva parte della libertà di espressione, quindi non punibile. I giudici della corte d'appello furono di diverso avviso: il Sollner fu giudicato colpevole di vilipendio perché il suo popo' scoperto "non rappresenta opera d'arte."

Il linguaggio artistico, come la parola, si sa, è plurisemantico. Quando mi capita di leggere che i tribunali si occupano di definire con sentenzie ciò che è arte e ciò che non lo è; e fino a che punto una cosa e' arte; e quale interpretazione dare a un'opera d'arte; ebbene, a me viene la pelle d'oca. Anch'io sono convintissimo come moltissimi altri, che l'arte non è materia di codice penale. Ma in questo caso. . .tra il signor Sollner e la Venere Callipigia, beh! absit iniuria, è tutt'altro paio di natiche.

L'Antifrastico - aprile 1998


Il silenzio è una virtù che tutti lodano e quasi nessuno pratica.Eppure quanti uomini geniali hanno fatto del grado zero della parola l'origine di profondi significati. La cosa non sorprende, quando si pensi che un mistico ha definito la divinità "abisso e silenzio." Tra i pregi del silenzio ricordo che esso risparmiò la vita a Odisseo e ai suoi marinai, che passarono indenni attraverso il pericolo delle Sirene proprio perchè ovattati nel salvifico silenzio. E quanta nobiltà nel tacere "bello" dantesco, che conferì pertanto splendida eloquenza agli "spiriti magni", impedendo, si presume,  al lettore ordinario di affogare nel vortice profondo dei significato di tanta parola. Taccio le pagine bianche del Tristan Shandy, e la composizione muta di John Cage. Alla luce di tutto ciò è sempre più difficile reprimere l'impulso a ribellarsi di fronte all'offensione che le nostre orecchie subiscono dal chiacchiericcio insensato dei mass media,e non solo. Povera e disprezzata si presenta questa aurea virtù, non praticata neppure da che dovrebbe sapere che cosa non dire.
Un esempio? Il dottor Jude Davies scrive della principessa Diana: "Delineerò una storia del segno di Diana laddove la sua transizione da una sintesi magica di opposizioni binarie a una focalizzazione di discussione e aspirazione ha aperto possibilità di svolgere l'intrico di significati sulla monarchia, la patriarchia, la classe, l'imperialismo e l'etnicita"...sui tentativi di stabilizzare e appropriarsi dell'iconicita'di Diana secondo discorsi di immagini positive." Vi siete ripresi? Allora sentite Diane Rubinstein: Diana "funziona da feticcio radicale di realta' virtuale, un movimento oltre l'alienazione verso un principio di alterita' elevata a perfezione tecnica." L'automobile della sciagura e' una "psicotopografia di spazi interni", le ferite della principessa "altrettanti nuovo organi sessuali", e la sua morte "erompe in una messinscena del suo corpo e della sua erotogeneità'"
Come non apprezzare il signor Hans Bossmann di Amsterdam, il quale, constatato gli "annunci assolutamente privi di senso senza il minimo valore di notizia di giornali e massmedia" ha pensato di fondare il Dagblad Zonder Nieuws (quotidiano senza notizie) che esce regolarmente dalla tipografia con le pagine del tutto bianche. É vero che costa circa mille e settecento lire - di più il sabato per le pagine bianche dei supplementi - ma da quando in qua le cure disintossicanti sono rapide e gratuite?

L'Antifrastico - maggio '98.


 

Molti, troppi, e troppo spesso lamentano di vivere in una vita incolore. Questi infelici non sanno apprezzare quel meraviglioso dono divino che è il mondo vestito di colori appropriati per ogni clima e ogni stagione. Mediante l'arcobaleno, che è appunto la totalità dei colori visibili, Dio suggellò il patto con Noè e gli esseri viventi.
"L'arco sarà sulle nubi, e io lo guarderò per ricordare l'alleanza eterna tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne che è sulla Terra". (Gen. 9,10).
Tuttavia neppure i discendenti del Patriarca riuscirono ad evitare contraddizioni e ambiguità di fronte all'impresa di dare un nome ai colori che il creato sfoggiava davanti ai loro occhi. Nelle lingue di origine indoeuropea a noi note quasi tutti i colori principali derivano da una sola radice indoeuropea bhleg, che, con le varianti bhel, bhles, gher, significa "splendore". Quando bhleg splende fino a fondere tutti i colori nel bianco, diventa blanka in germanico, da cui l'italiano "bianco" (attraverso il francese blanc, a sua volta preso dal franco blank). Se lo splendore non arriva al bianco, allora bhleg diviene bhleuos che è padre del tedesco blau, e del nostro blu, (dal francese). Nel caso di una bella luce gialla, entra in gioco la variante ghel straordinariamente feconda: suoi figli sono il germanico gelwa, quindi il tedesco gelb e l'inglese yellow (ma anche grun e green, verde, rispettivamente i tedesco e in inglese); i greci glaucos, azzurro - verde, e cholors, giallo-verde, giallo-cloro; e i latini helvus, biondo-miele, e flavus; e il rosso zeliony, verde...Quando il lucore tende al rosso, la variante bher ci dà il tedesco braun e l'italiano bruno (è il solito prestito dal francese, a sua volta dal franco brun). Quando la luce si attenua la radice bhles dà origine al tedesco blass, pallido; mentre la sua variante gher genera il germanico grewa, da cui grau tedesco, grey inglese, ma anche il nostro grigio, solito prestito dalle lingue germaniche attraverso il francese gris. Ma se la fiamma si ravviva tanto da abbagliare, ecco il tedesco blaken, affumicare, annerire di fuliggine, e l'inglese black, nero ancora da bhleg: se la luce addirittura abbacina, i tedeschi e gli inglesi da bhleg divengono blind, ciechi. Vivaci o smorti, opposti o complementari, addirittura presenti o assenti, la fonte cromatica è sempre la stessa.
Veramente c'è da impararne di tutti i colori!


L'Antifrastico - giugno '98.


San Paolo asserendo che "c'è più gioia nel dare che nel ricevere" non fa che ribadire l'inconciliabilità assoluta tra i due concetti antitetici del dare e del prendere, che sempre antitetici devono rimanere, altrimenti l'universo mondo, che si regge sulla loro polarità, crollerebbe. Tutto chiaro quindi, se la semantica non ci mettesse lo zampino: l'inglese to give, il tedesco geben, che significano dare, derivano dalla radice indoeuropea ghap connessa con il latino habere, presente in tutte quante le lingue germaniche vive e morte, la quale significa...prendere. Secondo i glottologi, ghap sostituisce la radice, affatto assente nell'area germanica, do, dare, perchè ciò si "prende", quindi si "ha", si può "dare". D'altro canto, neppure la radice do è esente da ambiguità: secondo il Devoto, essa indica "il passaggio di possesso fissato comunemente nel dare, ma ad esempio nell'area ittita, nel prendere". Gli Ittiti scambiavano il "dare" per "prendere", i Germani il "prendere" per "dare". sarà forse per la grande solidarietà tra i membri delle tribù germaniche, dove tutti, anche i capi, certamente prendevano, ma anche davano? Più tardi, quando le società si strutturarono diversamente, si fece un pò di chiarezza, cosicchè "dare" significò sempre più dare e "prendere"sempre più prendere. Nel secolo XI, quando massimo fu il pullulare anarcoide dei signorotti feudali, la distinzione divenne perfetta con la nascita del vocabolo latino regàlia, che indica "le parti spettanti al re sulle varie rendite".Agli spagnoli, che di queste cose s'intendevano, il vocabolo piacque così tanto che passò nel loro idioma come regàlia, insieme con i derivati regalar, e regalo (omaggio al re), accolti, presumibilmente con entusiasmo, anche nell'italiano dei nostri sovrani. I più evoluti sistemi sociali moderni non hanno ancora soppresso il potere spesso criminale di signorotti locali, verso i quali l'omaggio si nomina anche "pizzo", "bustarella", "tangente", e via discorrendo. Un modo originale di interpretare l'antiteticità dei due concetti sembra l'abbia trovato la casa reale inglese, a quanto dicono i giornali: la Regina non ha rinunciato al regalo di circa 30 milioni nella forma di un viaggio a Derby in treno reale (costo del biglietto normale andata e ritorno circa 12.000 lire); ma il marito Filippo e la sorella Margherita viaggiano nei treni dei comuni mortali con la riduzione degli anziani.

L'Antifrastico - luglio '98.

 


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CAFFE' LETTERARIO.

 
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