Da dove viene questa ambiguità? La Genesi racconta
che le cose furono create quando Dio parlò: "Dio disse:..."
e ancora "Dalla parola di Dio furono fatti i cieli".La parola
dunque è madre del creato e signora del genere umano. Quando gli uomini
nella loro superbia dopo il Diluvio decisero di scalare il Cielo per
"farsi un nome e non disperdersi per tutta la terra" possedevano
l'arma formidabile di una parola unica per tutti: una lingua che tutti
indendevano permetteva loro di organizzarsi e compiere l'impresa con
efficacia. Il Signore li disarmò con la loro medesima arma: Dio disse:
"Confondiamo la loro lingua perché non comprendano più l'uno la
lingua dell'altro". Dio parlò e la parola da allora seppe farsi
muta. Solo molti millenni dopo, uomini cheparlavano lingue diverse si
radunarono in uno stesso luogo per sentire la parola degli Apostoli
nel giorno di Pentecoste. Gli Apostoli si fecero capire da tutti quei
numerosi alloglotti senza bisogno di interpreti. Il miracolo di rimettere
ordine nella confusione di Babele era avvenuto, ma non per tutti. C'era
chi scuoteva la testa e diceva: "Sono ubriachi di vino nuovo".
Ecco un esempio autorevoledi una grave malattia
della parola, quando il significato si fa approssimato, sfocato, elefantiaco,
o rachitico. La malattia è stata ed è tuttora diffusissima. Oggi si
presenta in almeno due forme principali: il politichese e il giornalistese.
Ne riparleremo, se otterremo ancora la parola, beninteso.
L'Antifrastico - febbraio 1998
Superstiziosi dogni colore, occhio al calendario! Il 1998 ha
ben tre Venerdì 13 (febbraio, marzo e novembre). Non accadeva dal 1990
e non accadrà più prima del 2009. Chi sta nella angosciosa attesa di
qualche calamità e non osa confessarlo, non ne abbia erubescenza: Napoleone
il Venerdì non faceva battaglie, Bismarck non firmava trattati e anche
Esiodo era triscaidecafobico, che sconsigliava le semine il 13 del mese.
E poi, ci sono coloro che pensano al 1998 come a un anno fortunato,
con il pieno di letizia nei tre venerdì fatidici. Induisti e mussulmani,
insieme con i tedeschi del nord, considerano il venerdì il giorno dei
matrimoni. Non so perché lo sia per i mussulmani e gli induisti, forse
per i tedeschi il Freitag (Venerdì) è il giorno del freien (Corteggiamento).
Il Medioevo cristiano celebrava con entusiasmo il numero tredici, in
quanto somma del numero della trinità e dei Dieci Comandamenti. Più
drammatici sono i fatti su cui si basa linterpretazione sinistra:
sciagurato è il 13 perché tredici erano le persone che presero parte
allultima cena, e la tredicesima persona, il Cristo, fu crocifisso
appunto di Venerdì. Nella tradizione nordica la dea Frija (la dea del
Freitag) organizzò nel Walhalla un convivio con dodici dei: quando arrivò
Loki, il tredicesimo, scoppiò una rissa e il dio Baldur fu ucciso.
La medesima superstizione può essere rosa o nera, dipende dal mito
(inteso come germe di racconto) su cui si basa. Come la parola, ambigua
nel significato. Ma mentre gli operatori della parola quasi sempre sono
costretti a subite la tirannia del mezzo del loro lavoro, quanto più
liberi sono i superstiziosi! Possono sempre scegliere di vedere laspetto
rosa ed essere allegri almeno un giorno allanno: tutti gli anni
hanno almeno un Venerdì 13.
L'Antifrastico - marzo 1998
Secondo un quotidiano di qualche settimana fa, nel 1966 la polizia
visitò l'appartamento del cantautore tedesco Hans Sollner in una operazione
antidroga. Il 42enne cantautore si indignò a tal punto da comporre una
canzone ad hoc, che eseguì la sera successiva. Tutto sarebbe filato
liscio se lo show non avesse contemplato come conclusione l'esibizione
del deretano nudo dell'artista ai poliziotti presenti. Questi ultimi
si rifiutarono di considerare questa parte dello show una manifestazione
artistica e denunciarono il bardo, ma il tribunale di prima istanza
diede loro torto, perché il sedere del cantautore faceva parte della
libertà di espressione, quindi non punibile. I giudici della corte d'appello
furono di diverso avviso: il Sollner fu giudicato colpevole di vilipendio
perché il suo popo' scoperto "non rappresenta opera d'arte."
Il linguaggio artistico, come la parola, si sa, è plurisemantico. Quando
mi capita di leggere che i tribunali si occupano di definire con sentenzie
ciò che è arte e ciò che non lo è; e fino a che punto una cosa e' arte;
e quale interpretazione dare a un'opera d'arte; ebbene, a me viene la
pelle d'oca. Anch'io sono convintissimo come moltissimi altri, che l'arte
non è materia di codice penale. Ma in questo caso. . .tra il signor
Sollner e la Venere Callipigia, beh! absit iniuria, è tutt'altro paio
di natiche.
L'Antifrastico - aprile 1998
Il silenzio è una virtù che tutti lodano e quasi nessuno pratica.Eppure
quanti uomini geniali hanno fatto del grado zero della parola l'origine
di profondi significati. La cosa non sorprende, quando si pensi che
un mistico ha definito la divinità "abisso e silenzio." Tra
i pregi del silenzio ricordo che esso risparmiò la vita a Odisseo e
ai suoi marinai, che passarono indenni attraverso il pericolo delle
Sirene proprio perchè ovattati nel salvifico silenzio. E quanta nobiltà
nel tacere "bello" dantesco, che conferì pertanto splendida
eloquenza agli "spiriti magni", impedendo, si presume,
al lettore ordinario di affogare nel vortice profondo dei significato
di tanta parola. Taccio le pagine bianche del Tristan Shandy, e la composizione
muta di John Cage. Alla luce di tutto ciò è sempre più difficile reprimere
l'impulso a ribellarsi di fronte all'offensione che le nostre orecchie
subiscono dal chiacchiericcio insensato dei mass media,e non solo. Povera
e disprezzata si presenta questa aurea virtù, non praticata neppure
da che dovrebbe sapere che cosa non dire.
Un esempio? Il dottor Jude Davies scrive della principessa Diana: "Delineerò
una storia del segno di Diana laddove la sua transizione da una sintesi
magica di opposizioni binarie a una focalizzazione di discussione e
aspirazione ha aperto possibilità di svolgere l'intrico di significati
sulla monarchia, la patriarchia, la classe, l'imperialismo e l'etnicita"...sui
tentativi di stabilizzare e appropriarsi dell'iconicita'di Diana secondo
discorsi di immagini positive." Vi siete ripresi? Allora sentite
Diane Rubinstein: Diana "funziona da feticcio radicale di realta'
virtuale, un movimento oltre l'alienazione verso un principio di alterita'
elevata a perfezione tecnica." L'automobile della sciagura e' una
"psicotopografia di spazi interni", le ferite della principessa
"altrettanti nuovo organi sessuali", e la sua morte "erompe
in una messinscena del suo corpo e della sua erotogeneità'"
Come non apprezzare il signor Hans Bossmann di Amsterdam, il quale,
constatato gli "annunci assolutamente privi di senso senza il minimo
valore di notizia di giornali e massmedia" ha pensato di fondare
il Dagblad Zonder Nieuws (quotidiano senza notizie) che esce regolarmente
dalla tipografia con le pagine del tutto bianche. É vero che costa circa
mille e settecento lire - di più il sabato per le pagine bianche dei
supplementi - ma da quando in qua le cure disintossicanti sono rapide
e gratuite?
L'Antifrastico - maggio '98.
Molti, troppi, e troppo spesso lamentano di vivere in una vita incolore.
Questi infelici non sanno apprezzare quel meraviglioso dono divino che
è il mondo vestito di colori appropriati per ogni clima e ogni stagione.
Mediante l'arcobaleno, che è appunto la totalità dei colori visibili,
Dio suggellò il patto con Noè e gli esseri viventi.
"L'arco sarà sulle nubi, e io lo guarderò per ricordare l'alleanza
eterna tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne che è sulla Terra".
(Gen. 9,10).
Tuttavia neppure i discendenti del Patriarca riuscirono ad evitare contraddizioni
e ambiguità di fronte all'impresa di dare un nome ai colori che il creato
sfoggiava davanti ai loro occhi. Nelle lingue di origine indoeuropea
a noi note quasi tutti i colori principali derivano da una sola radice
indoeuropea bhleg, che, con le varianti bhel, bhles,
gher, significa "splendore". Quando bhleg splende
fino a fondere tutti i colori nel bianco, diventa blanka in germanico,
da cui l'italiano "bianco" (attraverso il francese
blanc, a sua volta preso dal franco blank). Se lo splendore
non arriva al bianco, allora bhleg diviene bhleuos che
è padre del tedesco blau, e del nostro blu, (dal francese).
Nel caso di una bella luce gialla, entra in gioco la variante ghel
straordinariamente feconda: suoi figli sono il germanico gelwa,
quindi il tedesco gelb e l'inglese yellow (ma anche grun
e green, verde, rispettivamente i tedesco e in inglese); i greci
glaucos, azzurro - verde, e cholors, giallo-verde, giallo-cloro;
e i latini helvus, biondo-miele, e flavus; e il rosso
zeliony, verde...Quando il lucore tende al rosso, la variante
bher ci dà il tedesco braun e l'italiano bruno
(è il solito prestito dal francese, a sua volta dal franco brun).
Quando la luce si attenua la radice bhles dà origine al tedesco
blass, pallido; mentre la sua variante gher genera il
germanico grewa, da cui grau tedesco, grey inglese,
ma anche il nostro grigio, solito prestito dalle lingue germaniche
attraverso il francese gris. Ma se la fiamma si ravviva tanto
da abbagliare, ecco il tedesco blaken, affumicare, annerire di
fuliggine, e l'inglese black, nero ancora da bhleg: se
la luce addirittura abbacina, i tedeschi e gli inglesi da bhleg
divengono blind, ciechi. Vivaci o smorti, opposti o complementari,
addirittura presenti o assenti, la fonte cromatica è sempre la stessa.
Veramente c'è da impararne di tutti i colori!
L'Antifrastico - giugno '98.
San Paolo asserendo che "c'è più gioia nel dare che nel ricevere"
non fa che ribadire l'inconciliabilità assoluta tra i due concetti antitetici
del dare e del prendere, che sempre antitetici devono rimanere, altrimenti
l'universo mondo, che si regge sulla loro polarità, crollerebbe. Tutto
chiaro quindi, se la semantica non ci mettesse lo zampino: l'inglese
to give, il tedesco geben, che significano dare,
derivano dalla radice indoeuropea ghap connessa con il latino
habere, presente in tutte quante le lingue germaniche vive e morte,
la quale significa...prendere. Secondo i glottologi, ghap
sostituisce la radice, affatto assente nell'area germanica, do,
dare, perchè ciò si "prende", quindi si "ha", si
può "dare". D'altro canto, neppure la radice do è esente
da ambiguità: secondo il Devoto, essa indica "il passaggio di possesso
fissato comunemente nel dare, ma ad esempio nell'area ittita, nel prendere".
Gli Ittiti scambiavano il "dare" per "prendere",
i Germani il "prendere" per "dare". sarà forse per
la grande solidarietà tra i membri delle tribù germaniche, dove tutti,
anche i capi, certamente prendevano, ma anche davano? Più tardi, quando
le società si strutturarono diversamente, si fece un pò di chiarezza,
cosicchè "dare" significò sempre più dare e "prendere"sempre
più prendere. Nel secolo XI, quando massimo fu il pullulare anarcoide
dei signorotti feudali, la distinzione divenne perfetta con la nascita
del vocabolo latino regàlia, che indica "le parti spettanti
al re sulle varie rendite".Agli spagnoli, che di queste cose s'intendevano,
il vocabolo piacque così tanto che passò nel loro idioma come regàlia,
insieme con i derivati regalar, e regalo (omaggio al re),
accolti, presumibilmente con entusiasmo, anche nell'italiano dei nostri
sovrani. I più evoluti sistemi sociali moderni non hanno ancora soppresso
il potere spesso criminale di signorotti locali, verso i quali l'omaggio
si nomina anche "pizzo", "bustarella", "tangente",
e via discorrendo. Un modo originale di interpretare l'antiteticità
dei due concetti sembra l'abbia trovato la casa reale inglese, a quanto
dicono i giornali: la Regina non ha rinunciato al regalo di circa 30
milioni nella forma di un viaggio a Derby in treno reale (costo del
biglietto normale andata e ritorno circa 12.000 lire); ma il marito
Filippo e la sorella Margherita viaggiano nei treni dei comuni mortali
con la riduzione degli anziani.
L'Antifrastico - luglio '98.