Caffé LettarioGeorge Sterling

[Poesia]

Sterling Connection (un’evocazione)

 di Franco Pezzini

 (Torino, Circolo dei Lettori, 26.04.07)

 

È un vero onore essere qui stasera. In realtà la funzione del sottoscritto è anzitutto quella di psicopompo, conduco cioè tra voi un’ombra il cui nome merita di essere conosciuto, o meglio conosciuto – specie in Italia. Mentre sarà Massimo Scorsone, con la competente sensibilità che è nota e le sue belle traduzioni, a restituire allo spirito evocato la voce in qualche modo perduta.

E d’altra parte il profilo di George Sterling, il poeta condotto tra noi stasera e volto in italiano per la prima volta, può rendere necessario qualche cenno più ampio, di carattere molto generale, sull’insieme della sua produzione e in particolare sul suo ruolo di trait-d’union per la scena letteraria di un West americano culturalmente vivace. Le opere di Sterling forse più note sono i poemi The Testimony of the Suns e A Wine of Wizardry, ma la sua ricchissima produzione di liriche, testi teatrali, saggi e occasionalmente prose raggiungerà la bellezza di ventun volumi, senza contare le apparizioni su riviste, e con un vasto spettro di suggestioni. Vi troviamo l’eredità e la mitologia dei grandi romantici inglesi del primo Ottocento, come nella lirica Shelley at Spezia che più tardi leggeremo. Troviamo le icone consuete del decadentismo e del simbolismo – dalle ninfe aggraziate e appena un po’ prevedibili, come in The Lost Nymph, alla diavolessa Lilith “d’ebrezze fatta esperta” della lirica That Walk in Darkness, ma che è anche protagonista di un intero poema drammatico (del 1919); e fino a certi scorci di antichità da quadro di Moreau, come la diruta Cartagine di The Night of Gods o il sognante mondo classico evocato in The Sibyl of Dreams. Troviamo, ancora, echi del macabro alla Poe, e le sirene del misticismo e del fantastico propriamente detto (su questo tornerei più avanti) – senza però dimenticare che, nella produzione non lirica, Sterling ha saputo cogliere spunti spunti assai più realistici e talora provocatori dalla vita sociale, temi tabù come l’incesto e l’omosessualità. È inutile dire che la scelta di stasera rappresenta solo un primissimo assaggio della sola produzione poetica, rinviando gli interessati alla messe di testi già disponibili su internet.

Ai nostri giorni Sterling è noto quasi soltanto per i suoi fitti rapporti con tutto un mondo letterario americano: occorre però ricordare che ai suoi tempi fu considerato degno di un posto – sia pure non di primissimo piano – nel canone letterario del paese. Le sue liriche sono a tutt’oggi apprezzabili per la suggestione delle atmosfere e un’indubbia qualità formale. In effetti, pur non raggiungendo mai lo status cui aspirava, un qualche successo veniva all’Autore proprio dall’agevole apprezzabilità dei testi da parte di un pubblico molto tradizionale: in un’età di fermenti e sperimentazioni poetiche, la sua musa era rivolta indietro, a modelli ottocenteschi talora un po’ esausti riproposti alla luce di una vera e propria militanza bohemien. A questo movimento di libertà artistica – Bohemianism, che per semplicità citerò come bohème –, ai suoi miti e alle sue parole d’ordine si lega molto, vedremo, dell’esperienza artistica e umana di Sterling.

Sui successi e le critiche già coevi è emblematico un episodio del 1915: Sterling è reduce da una crisi profondissima – divorzio dalla moglie, tentativo fallito di ricominciare la vita altrove (nell’est del paese), ritorno a San Francisco con la coda tra le gambe: e qui trova alcuni propri versi accostati nientemeno che a quelli di Shakespeare, Dante e Goethe al Cancello delle Quattro Stagioni eretto per l’Esposizione universale di Panama e del Pacifico. Sterling ha addirittura la possibilità di leggere pubblicamente una propria ode per l’occasione, ma preso dall’entusiasmo si autoproclama "Poeta Laureato di San Francisco." La risposta non si fa attendere a lungo, e nel numero di Poetry del marzo seguente (1916) Harriet Monroe liquida il Nostro come "pomposo e retorico, l’affettazione di un gusto ormai vecchio." Ed è interessante che Sterling, certo non deliziato dalla critica, finisca però con l’ammettere in una lettera di poco tempo dopo: "La cosa buffa è che la vecchia ha probabilmente ragione! Peace to her undemanded maidenhead”...

Si è parlato di trait-d’union, e Sterling rivestì questo ruolo di cerniera sia tra età diverse della produzione statunitense più visionaria (vedremo tra poco chi siano stati, rispettivamente, il suo maestro e il suo discepolo), sia in rapporto ai contemporanei e in particolare al gruppo di poeti che attorno a lui si aggregò nella comunità di Carmel. E proprio su queste due dimensioni, verticale l’una e orizzontale l’altra, sembra opportuno soffermarsi.

George Sterling nasce nel 1869 e muore suicida nel 1926. Alle sue spalle ha dunque i sogni e gli incubi dell’America del XIX secolo, le sue visioni dense di Bibbia, speranza e peccato, le sue angosce spettrali: e non a caso proprio l’ultimo epigono del mondo fantastico ottocentesco avrà per Sterling un ruolo determinante di incoraggiatore e maestro – The Master, lui lo chiamerà. Stiamo parlando di Ambrose Bierce, questo Mark Twain virato al nero che sapeva alternare fulminanti apologhi polemici e ironie amarissime, memorie di guerra atrocemente realistiche fitte di giustiziati e cadaveri-clown e fantasie sovrannaturali tra le più spaventose mai composte. Bierce stesso scomparirà tra il sole e il fuoco della rivoluzione messicana, “rapito da un collezionista di Ambrogi” (ha detto qualcuno, adeguandosi al suo humor nero) o più plausibilmente passato per le armi come uno dei suoi personaggi. Accanto ad altre forme letterarie, the bitter Bierce coltivò anche la poesia: anche se la sua produzione, essenzialmente quella raccolta sotto il titolo Black Beetles in Amber (Scarafaggi neri nell’ambra), appare più difficilmente apprezzabile per il lettore odierno, fitta com’è di rimandi a dibattiti d’epoca nei quali Bierce manifestava tutta la sua vis polemica. Sterling l’aveva conosciuto nel 1892 a Lake Temescal, e ne era rimasto affascinato: e l’influsso di Bierce sul discepolo – specificamente nella poesia – si manifestò soprattutto in due direzioni. Anzitutto The Master, che era un artigiano del linguaggio, introdusse il novizio all’uso delle forme di sonetto che avrebbe poi praticato per tutta la vita, e lo incalzò sul terreno dell’arte per l’arte alla luce di personalissimi e un po’ arbitrari canoni estetici – dai quali Sterling finirà con gli anni a prendere le distanze. Da un secondo versante poi, più pratico, Bierce aiutò Sterling a pubblicare i suoi primissimi lavori sul San Francisco Examiner e anche in seguito continuò a incoraggiarlo e lodarlo con un entusiasmo che forse oggi ci pare eccessivo. Così, in seguito alla pubblicazione della raccolta The Testimony of the Suns dedicata appunto a Bierce, nel 1903, questi celebrò Sterling come “il poeta dei cieli, il profeta dei soli”, e solo per la sua insistenza A Wine of Wizardry apparve in seguito (1907) su Cosmopolitan, con modalità d’impaginazione che ne enfatizzavano gli aspetti estetizzanti tanto lodati da Bierce. Ma in generale i critici si mostrarono piuttosto freddi sul componimento, e del resto lo stesso apologo intessuto nei versi ben illustra la visione decadente di Sterling e una sorta di dubbio radicale ch’egli doveva nutrire sulla propria arte: il linguaggio, che è medium della poesia, è legato alla società mentre la Bellezza che lo stesso linguaggio cerca di celebrare resta del tutto inarrivabile – donde la frustrazione del poeta. Accomunandosi ai poeti falliti, Sterling arriverà a scrivere: "Io so come si sentono…. Essi sanno quanto rimangono al di sotto di quel che vogliono dire.”

Ma il rapporto con Bierce rileva anche da un punto di vista più generale, ai fini di una continuità peculiarmente californiana nella febbre del sogno e della visione: e su questa Californian connection val la pena riflettere. Come qualcuno ha osservato, la California, il Golden State, è in qualche modo il paradigma del Sogno americano – "American Dream, American Nightmare" sottotitolava significativamente la rivista Newsweek nel 1989 un articolo sulla California. La terra che doveva rappresentare, attraverso il duro lavoro degli immigrati e la forza della loro speranza, una sorta di premessa morale per ciò che l’America poteva e doveva essere, avrebbe conosciuto le disillusioni dell’affarismo monopolistico, della corruzione e del razzismo. Questa doccia scozzese di immense aspettative e cocenti delusioni, questa dialettica tra idealità e cruda realtà storica spiega qualcosa di un certo tipo di produzione fantastica e trova una significativa ricaduta nella vita di Sterling – come, in fondo, di altri autori californiani o comunque adottati dalla California (lo stesso Sterling era nato a Sag Harbor nel Long Island, New York), e citare Dick può non essere un azzardo. E infatti, se il maestro Bierce rappresenta l’ultima Musa del fantastico americano dell’Ottocento, a sua volta Sterling sarà mentore di un altro californiano, Clark Ashton Smith, una della nuove e più interessanti voci del fantastico popolare del secolo successivo. Proprio Clark Ashton Smith, in termini originalissimi ma certo in rapporto coi sogni di tutto un ambiente culturale, rimodellerà i palpiti simbolisti di idoli pagani e donne-serpenti, i Medioevi artistici fitti di mostri, le suggestioni di maghi e druidesse nei fasti del pulp popolare – e sarà uno dei cosiddetti “tre moschettieri” di Weird Tales, la leggendaria rivista fantastica, insieme coi più noti Howard e Lovecraft. Clark Ashton Smith coltiverà a sua volta, felicemente, la propria vena artistica non solo in testi di prosa e in sculture deliziosamente aliene, ma in un suggestivo corpo lirico celebrante sogni drogati e strane stelle, dei ed eroi di mondi perduti. Un titolo sterlingiano come il già citato That Walk in Darkness non può non evocare proprio questo tipo di echi quasi lovecraftiani; e (come ben suggeriva Massimo mentre preparavamo questo incontro) l’immagine apocalittica della lirica The Thirst of Satan (che leggeremo) col Satana cosmico che afferra la Terra nel suo volgere, la prosciuga e alla fine la scaglia nel Sole, si colloca in fondo molto vicino alle bizzarrie di certe copertine fantascientifiche di Weird Tales

Ma parallelamente a questa dimensione verticale, di filiazione di sogni nel tempo, c’è anche una dimensione orizzontale: e Sterling fu idealmente il re di una bohème californiana cui parteciparono autori come Robinson Jeffers, Jack London, e la delicata poetessa-folletto Nora May French. Le porte del Bohemian Club di San Francisco (fondato nel 1872, il primo negli USA) le aveva aperte a Sterling lo stesso Bierce: ma l’esperienza più emblematica per il poeta sarà quella della colonia di Carmel. Si trattava di un’aggregazione di rustici isolata dalla confusione di San Francisco, eretta nel 1904 a sud di Monterey da una locale Compagnia di sviluppo e ben presto divenuta un villaggio di artisti, che trovò proprio in Sterling un punto centrale di riferimento. Parliamo degli anni tra il 1905 e il 1914: una parte degli artisti era stanziale, altri andavano e venivano in un’effervescenza oggi ricordata come leggendaria dagli eredi del Bohemian Club. L’esperienza di Carmel, dove Sterling si occupava del cibo della comunità andando a caccia come un uomo della frontiera, gli permise di vivere libero dalle pastoie sociali con cui non era mai riuscito a venire a patti. Resta famoso l’episodio di quando, anni prima, Sterling stava lavorando (piuttosto blandamente) per l’agenzia immobiliare dello zio Frank C. Havens, e alla domanda se la poesia costituisse un ostacolo al lavoro aveva risposto: "No, accidenti! È il lavoro a intralciare la mia poesia." Come qualcuno ha osservato, Sterling fu l’ultimo, straordinario caso, nella storia letteraria americana, di "poeta a tempo pieno, uomo per cui la poesia è insieme vocazione e passatempo (vocation and avocation)."

Su una certa ingenuità di Sterling la critica si è più volte soffermata: si pensi alla sua ammirazione per Joaquin Miller, il pittoresco "Poeta delle Sierras", figura emblematica di un certo immaginario dell’avventura – in realtà un personaggio che sapeva vendere molto bene i suoi vasetti. Miller scriveva con una rustica penna d’oca, vestiva come un avventuriero della frontiera (persino durante un viaggio in Inghilterra attorno al ’70), ma poi spiegava spregiudicatamente la propria maschera col fatto che simili caratteristiche aiutassero a vendere. Da questi aspetti molto esteriori il candido Sterling fu affascinato per parecchio tempo – e solo a un certo punto se ne allontanò, commentando che l’illeggibilità delle poesie di Miller scarabocchiate con quel mozzicone di penna d’oca era solo, in fondo, “un’altra delle sue pose.”

Un altro esempio di queste ingenuità è legata al rapporto col denaro. Sterling mostrava di disprezzare la ricchezza, e in un pezzo teatrale del 1907 per un incontro del Bohemian Club, The Triumph of Bohemia, inscenò la sconfitta di Mammona da parte dello Spirito della bohème – perché Mammona, esclama, non può comprare "Un cuore felice!". Peccato che proprio il Bohemian Club fosse in realtà costituito per gran parte da ricchi uomini d’affari. Queste contraddizioni o ingenuità dicono parecchio del personaggio Sterling.

Per quanto concerne, comunque, le relazioni tra Sterling e i confratelli della bohème di Carmel, quella forse più interessante e problematica riguarda Jack London. Non è questa la sede per affrontare l’ampia corrispondenza tra i due, o le affinità esistenziali e filosofiche che li avvicinavano: scorrendo i testi di London, ritroviamo il volto di Sterling nel personaggio di Russ Brissenden nel Martin Eden (1908) e in quello di Mark Hall in The Valley of the Moon (1913). Bierce era preoccupato che l’influsso di London e le sue idee socialiste distogliessero Sterling dalla vocazione propriamente poetica. Ma l’entusiasmo di Sterling per l’amico, che chiamava “Wolf” dopo l’esperienza sullo Yukon, e che lo ricambiava chiamandolo “Greek” (per il profilo greco classico che le foto di Sterling evidenziano), col tempo vedrà un raffreddamento da parte di London che si allontanerà sempre più.

Al termine di una vita intensa in tutti i sensi, comprese le appassionate frequentazioni di alcool e donne, Sterling si ritirò nella stanza che aveva conservato al di sopra del Bohemian Club. Dopo i suicidi diretti o indiretti di Nora May French nel 1907 (proprio a Carmel), di bitter Bierce scomparso in Messico nel 1914, di London nel ’16 e dell’ex-moglie Carrie nel ‘18, Sterling aprì una busta con sopra scritto “Peace”, che si era portato dietro per anni, e ne ingerì il contenuto – cianuro di potassio. Per colui che Bierce aveva celebrato come il vate dei cieli e dei soli, qualcuno parlò di una "nebular hypothesis" che l’avrebbe sopraffatto facendogli perdere ogni speranza sul destino del genere umano in un universo condannato. Forse la realtà è più semplice, e riguarda i mancati obiettivi di una vita. Preferiremmo ricordare stasera Sterling come qualche altro critico ha fatto – e cioè mentre racconta orgoglioso, sorridendo sotto il suo naso greco, il successo di un proprio componimento sul Lupo (ovviamente dedicato a Jack London). Un componimento i cui versi, aggiungerebbe a quel punto, vengono ritmati dai confratelli di Carmel in occasione di qualche sbronza.



12 poesie di George Sterling
tradotte da Massimo Scorsone

Sito web in inglese: http://www.george-sterling.org/


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