|
|
Provocazioni
Rassegna stampa culturale a cura di Luca Guglielminetti |
|
CONTRADDIZIONI DEL
«LIBERALISMO»
CURIOSO questo liberalismo trionfante di fine secolo.
«Libertà» è stata una delle due o tre parole dominanti. Non c'è
esponente del ceto politico che non si mostri preoccupato di «restituire
ai cittadini la centralità». E tutti cedono volentieri alla tentazione
di chiedere più attenzione ai «problemi della gente», intesa come somma
di individui innanzi tutto bisognosi, sembrerebbe, di uno Stato «minimo».
Eppure, pochi han mosso rilievi in merito a certe discutibili, ma molto
massmediatiche «operazioni di polizia» per combattere la prostituzione,
o la tossicodipendenza, o «le morti del sabato sera»; poche sono state
le voci fra i liberali che abbiano dichiarato risibili, inaccettabili,
persecutorie certe trovate (peraltro subito regolarmente lasciate cadere
dalle stesse autorità che le promuovevano), quali la chiusura delle
discoteche alle 2 (o prima), le multe ai clienti delle prostitute, o i
sequestri delle loro auto. Per tacere dell'approvazione da parte di molti,
sempre liberali, delle note liste di proscrizione su un giornale che della
«libertà» ha fatto la sua clamorosa insegna in testata. Molti ora
ritrovano la parola per deplorare, all'insegna della massima pietas per
tutti, il suicidio di un «bravo giovane», per l'insopportabile vergogna
di esser stato «sorpreso» a trascorrere una fetta del suo tempo «libero»
in quella che una volta si sarebbe detta «dolce compagnia», benché
mercenaria. Il fatto è che siamo in presenza di una contraddizione tra la
ribadita esigenza di libertà da impedimenti, divieti e imposizioni (la
libertà dei moderni) e, d'altro canto, la supina accettazione di quel che
la pubblica autorità, locale e centrale, ci fa cadere addosso. Non
emettiamo fiato davanti ai cervellotici interventi «nel tessuto urbano»
disposti da assessori esibizionisti, pronti a scempiare antiche piazze per
«riqualificarle»; non protestiamo perché, mentre ci persuadono, a forza
di migliaia di spot lussurreggianti, che l'automobile «è libertà», gli
spazi per circolare o quelli per posteggiare sono diventati, a forza di
interventi «regolativi», una chimera e per giunta costosissima, senza
che credibili alternative di trasporto ci vengano fornite. E così via, in
uno sterminato catalogo di quotidiane vessazioni. In merito, tra
centrodestra (liberali) e centrosinistra (liberali), emerge una forte
omogeneità. E chiunque reggerà lo scettro per il futuro, temiamo che la
tendenza inarrestabile sarà a vietare tutto quel che non è obbligatorio.
In nome della libertà, naturalmente. La sola libertà che scommetteremmo
di veder sopravvivere intatta è quella della miseria crescente degli uni,
«bilanciata» dalla ricchezza irrefrenabile degli altri.
|
|
| I |
I paesi
ricchi decidono infine di rimettere i debiti non recuperabili
Nel giro di pochi giorni una situazione che sembrava senza uscita si improvvisamente sbloccata e il muro che rendeva vano ogni tentativo di alleggerire gli oneri dell'indebitamento dei paesi sottosviluppati ha ceduto sotto i colpi di paesi come gli Stati uniti, l'Inghilterra e la Francia. Perfino l'Italia, ancora una volta allineata agli altri paesi del G7, ha approvato in zona Cesarini, con un decreto di un governo dimissionario (il primo governo di Massimo D'Alema), un provvedimento che per molti anni era stato considerato un atto semplicemente impensabile. In realtà da quasi un anno i continui aumenti del debito estero non pagato dai paesi sottosviluppati e insieme l'aggravarsi delle situazioni economiche e sociali in gran parte di essi avevano spinto le stesse organizzazioni finanziarie internazionali, Fondo Monetario e Banca mondiale in prima fila, a chiedersi se non fosse giunta l'ora di modificare sia pure parzialmente le politiche finora seguite. Anche la scarsissima efficacia dimostrata dalla loro iniziativa diretta ai paesi più poveri e più fortemente indebitati (Hipc), in quanto solo tre paesi, Uganda, Bolivia e Mozambico, sono finora stati ammessi ad usufruire di una cancellazione molto parziale, e soprattutto sottoposta a dure condizioni, li ha spinti alla fine di settembre scorso ad approvare qualche modifica seppur di facciata, alle loro procedure. Il Congresso è avaroDevono però essere state le proposte di introdurre modifiche più sostanziose formulate da paesi come la Germania e l'Inghilterra, il Canada e la Svezia nei mesi precedenti il vertice G7 di Colonia a spingere il Presidente Clinton a una svolta che potrebbe essere veramente definita epocale, sempre che si continui sulla strada intrapresa. Gli eventi di Seattle e una certa condiscendenza del Congresso, dominato dai repubblicani ma anch'essi in clima preelettorale, hanno fatto il resto. Il fatto che la cancellazione del debito non sia più giudicata così fuori da ogni possibile realtà da parte del sistema economico dominante non deve però far cullare in soverchie illusioni. A una analisi appena un po' più approfondita, i provvedimenti annunciati sono ancora troppo limitati per liberare veramente le economie sottosviluppate da decenni di dipendenza e la parte più incisiva del meccanismo dominante, cioè le politiche di aggiustamento strutturale imposte dal Fondo Monetario, non è stata minimamente intaccata. La proposta Clinton si prestava ad alimentare illusioni, in quanto parlava di cancellazione al 100%, ma non precisava che era limitata a 36 paesi più poveri; il Congresso poi ha approvato uno stanziamento di soli 123 milioni di dollari per un anno, cifra assolutamente irrisoria rispetto alle somme dovute agli Stati uniti. Anche l'Inghilterra ha espresso l'intenzione di intervenire subito in favore di quattro paesi, poi di altri dieci e poi ancora di altri undici entro il 2000: in totale soltanto 25, poco più della metà del gruppo dei più poveri e più fortemente indebitati. Anzi è stato precisato che le cancellazioni dei crediti inglesi saranno sincronizzate come le ammissioni alle misure di favore dell'iniziativa Hipc, e si spera solo che questi paesi non dovranno aspettare i sei anni previsti per la effettiva cancellazione! Anche la Francia, che pure ha dichiarato di voler cancellare circa quattordicimila miliardi di lire, effettuerà interventi che riguarderanno 28 paesi, in due anni e sempre d'accordo con il Fondo e la Banca mondiale. L'Italia detta leggeVeniamo ora all'Italia, che presenta un quadro di interventi molto più limitato, almeno per quanto è dato capire sulla base di uno scarno comunicato della Presidenza del Consiglio e quindi senza avere il testo ufficiale del disegno di legge. Il provvedimento viene presentato come qualcosa che supera gli impegni presi a Colonia dal G7 e che riguarda una spesa massima di tremila miliardi di lire nel 2000, (salvo poi a salire a 5000 miliardi, non è chiaro se nell'anno successivo o in totale). La cifra può riguardare quindi un massimo di dieci - dodici paesi, soltanto africani e centroamericani, e con un reddito inferiore ai 300 dollari all'anno di reddito medio per persona. Più chiare sono invece le condizioni alle quali devono sottostare questi paesi se vogliono che il loro debito sia cancellato. Secondo il comunicato, essi devono impegnarsi "a riconoscere e garantire i diritti umani e le libertà fondamentali, a rinunciare alla guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e a perseguire il benessere e il pieno sviluppo della persona umana, favorendo in particolare la riduzione della povertà". Sani princìpi, parole difficili da contestare, ma che suonano come una atroce presa in giro per tanti paesi che i paesi creditori hanno spinto alla guerra fornendo loro i crediti perché acquistassero le armi da loro prodotte, oppure che sono stati impoveriti attraverso il prelievo di materie prime e di risorse finanziarie. E comunque non sembra un regalo e neppure un atto di giustizia ma solo un comportamento imposto e sottoposto a condizioni spesso irreali. Ancora più disumane le due ultime frasi, sembra quasi che finora non abbiano perseguito il loro stesso benessere per libera scelta. Inoltre, il dover operare per ridurre la povertà sembra alludere alla sciocca idea che con una cancellazione anche parziale questi paesi potranno disporre delle risorse "liberate dal non dover pagare capitali e interessi" per realizzare finalmente interventi contro la povertà, mentre è ovvio che la liberazione dagli oneri debitori impedisce soltanto ulteriori peggioramenti della situazione sociale. Ma non basta, il mancato rispetto di questi principi può perfino dar luogo "alla sospensione degli aiuti economici internazionali". Per essere stato fatto sotto Natale, le parole usate sembrano un po' dure e si può solo sperare che in qualche parte del provvedimento (magari aggiunta durante l'iter parlamentare di approvazione) si parli finalmente dei fondi necessari per attuare un piano organico di interventi innovativi contro la povertà nei paesi totalmente liberati dal peso dei debiti. Infine, non sembra siano previste modifiche sostanziali alle procedure e ai controlli dell'Hipc, cui si può far risalire una parte non indifferente dell'accumulazione dei debiti. In complesso, sembra che si dovrà fare ancora molto lavoro per incidere in misura sostanziale sul meccanismo del debito e sui controlli di tipo finanziario sui paesi sottosviluppati. Solo una rapida evoluzione dei coordinamenti tra paesi danneggiati dal debito come dai commerci potrà modificare i rapporti di forza internazionali. Il disegno di legge è un buon punto di partenza, dobbiamo moltiplicare gli sforzi per far crollare il muro. La presenza organizzata di Seattle deve diventare un metodo di lavoro continuativo, le persone immerse nella povertà estrema e perseguitate dai creditori non possono attendere per molto tempo.
|
|
|
Panettoni
avvelenati:"Ma i veleni sono ovunque"
MILANO "Demagogia. Ripeto: mi rifiuto di partecipare a tutto questo allarme, a tutto questo casino, per due soli panettoni avvelenati. Quanto ai pericoli occupiamoci di quelli veri...".
Per esempio?
Ma, donna Giulia Maria, questi signori per protestare hanno usato il
Racumin, un topicida. Guardi che persino il premio Nobel, Dario Fo, nonostante sia impegnato
nella vostra crociata contro le biotecnologie ha condannato, in un'intervista
a "La Stampa", l'uso di metodi violenti. Un
momento. Che cosa dilaga?
Mi faccia capire. La realtà, per chi la pensa come lei, è che l'umanità
sarebbe in pericolo per i veleni e perché multinazionali dell'alimentare
come la Nestlè vendono prodotti transgenici?
Ma questo significa opporsi al progresso, alle conquiste e alle sfide
della scienza.
"Abbiamo fatto il lavoro del diavolo", disse una volta Oppenheimer.
E, però, la fame di tanta parte del mondo non è una invenzione.
E quali sarebbero?
|
|
|
IL CONFORMISMO DELL'INTELLETTUALE
POSTCOMUNISTA
DOMANDA: "In Italia l'avvicinamento al cattolicesimo sembra riguardare gli ex marxisti, gli stessi che avevano considerato la religione "oppio dei popoli". Come mai?" RISPOSTA: " Vede, nel dopoguerra gli intellettuali in quanto tali considerarono l'impegno una necessità. E il marxismo e il comunismo erano l'orizzonte invalicabile del secolo. A volte si accreditava pienamente l'Unione Sovietica, a volte si poteva prendere qualche distanza, ma così era allora, malgrado tutto. Ora, è finita. Evidentemente gli intelletuali non hanno più una poltrona dove collocare il didietro. Perché si avvicinano ai cattolici? Perché, nella misura in cui non credono più al marxismo, che cosa resta? Un bisogno di giustizia, un sentimento di fraternità. E in Occidente troviamo - qualche volta in antitesi, qualche volta in continuità con la civiltà greca - una concezione per cui, almeno in teoria, tutti gli uomini sono fratelli e a contare sono l'amore, la carità, l'apertura verso gli altri. Visto che gli intelletuali non hanno più in prospettiva un oggetto di lotta preciso, allora per forza di cose si lasciano cullare dolcemente, per cadere nelle braccia della più elementare tradizione cristiana. Di qui il ritorno al conformismo." |
|
ALLE ORIGINI
DELL'ANOMALIA ITALIANA, DALLA CONTRORIFORMA AL CATTOCOMUNISMO
Ignazio e i suoi compagni Ai processi di Norimberga la filosofia
sostenuta dagli accusatori, soprattutto da quelli di parte sovietica,
fu quella del primato della responsabilità soggettiva su quella oggettiva:
la legge morale dentro il cuore di ogni uomo fissata dall'imperativo kantiano,
contro la cieca obbedienza al dovere militare o alle supreme teleologie
degli idealismi rivoluzionari. Coperti dalla vittoria al fianco degli
alleati e dalla politica statunitense ancora d'impronta rooseveltiana,
i procuratori russi, più ancora di quelli americani, inchiodarono gerarchi,
gerarchetti, intellettuali o professionisti nazisti all'obbligo della
responsabilità personale. A quell'etica siamo cresciuti tutti nell'ultimo
mezzo secolo. |
|
|
|
|
| « |
Testi, appunti e critiche da inviare alla redazione: redazione@kore.it oppure via form |
|