Provocazioni
   Il sale nel caffè

                 Rassegna stampa culturale  a cura di Luca Guglielminetti


CONTRADDIZIONI DEL «LIBERALISMO»
VIETATO TUTTO
di Angelo d’Orsi

  • LA STAMPA 11 Settembre 2000

CURIOSO questo liberalismo trionfante di fine secolo. «Libertà» è stata una delle due o tre parole dominanti. Non c'è esponente del ceto politico che non si mostri preoccupato di «restituire ai cittadini la centralità». E tutti cedono volentieri alla tentazione di chiedere più attenzione ai «problemi della gente», intesa come somma di individui innanzi tutto bisognosi, sembrerebbe, di uno Stato «minimo». Eppure, pochi han mosso rilievi in merito a certe discutibili, ma molto massmediatiche «operazioni di polizia» per combattere la prostituzione, o la tossicodipendenza, o «le morti del sabato sera»; poche sono state le voci fra i liberali che abbiano dichiarato risibili, inaccettabili, persecutorie certe trovate (peraltro subito regolarmente lasciate cadere dalle stesse autorità che le promuovevano), quali la chiusura delle discoteche alle 2 (o prima), le multe ai clienti delle prostitute, o i sequestri delle loro auto. Per tacere dell'approvazione da parte di molti, sempre liberali, delle note liste di proscrizione su un giornale che della «libertà» ha fatto la sua clamorosa insegna in testata. Molti ora ritrovano la parola per deplorare, all'insegna della massima pietas per tutti, il suicidio di un «bravo giovane», per l'insopportabile vergogna di esser stato «sorpreso» a trascorrere una fetta del suo tempo «libero» in quella che una volta si sarebbe detta «dolce compagnia», benché mercenaria. Il fatto è che siamo in presenza di una contraddizione tra la ribadita esigenza di libertà da impedimenti, divieti e imposizioni (la libertà dei moderni) e, d'altro canto, la supina accettazione di quel che la pubblica autorità, locale e centrale, ci fa cadere addosso. Non emettiamo fiato davanti ai cervellotici interventi «nel tessuto urbano» disposti da assessori esibizionisti, pronti a scempiare antiche piazze per «riqualificarle»; non protestiamo perché, mentre ci persuadono, a forza di migliaia di spot lussurreggianti, che l'automobile «è libertà», gli spazi per circolare o quelli per posteggiare sono diventati, a forza di interventi «regolativi», una chimera e per giunta costosissima, senza che credibili alternative di trasporto ci vengano fornite. E così via, in uno sterminato catalogo di quotidiane vessazioni. In merito, tra centrodestra (liberali) e centrosinistra (liberali), emerge una forte omogeneità. E chiunque reggerà lo scettro per il futuro, temiamo che la tendenza inarrestabile sarà a vietare tutto quel che non è obbligatorio. In nome della libertà, naturalmente. La sola libertà che scommetteremmo di veder sopravvivere intatta è quella della miseria crescente degli uni, «bilanciata» dalla ricchezza irrefrenabile degli altri.


 

I

I paesi ricchi decidono infine di rimettere i debiti non recuperabili
Il buon usuraio della notte di Natale
di ALBERTO CASTAGNOLA -

  • IL MANIFESTO del 28 Dicembre 1999

Nel giro di pochi giorni una situazione che sembrava senza uscita si improvvisamente sbloccata e il muro che rendeva vano ogni tentativo di alleggerire gli oneri dell'indebitamento dei paesi sottosviluppati ha ceduto sotto i colpi di paesi come gli Stati uniti, l'Inghilterra e la Francia. Perfino l'Italia, ancora una volta allineata agli altri paesi del G7, ha approvato in zona Cesarini, con un decreto di un governo dimissionario (il primo governo di Massimo D'Alema), un provvedimento che per molti anni era stato considerato un atto semplicemente impensabile.

In realtà da quasi un anno i continui aumenti del debito estero non pagato dai paesi sottosviluppati e insieme l'aggravarsi delle situazioni economiche e sociali in gran parte di essi avevano spinto le stesse organizzazioni finanziarie internazionali, Fondo Monetario e Banca mondiale in prima fila, a chiedersi se non fosse giunta l'ora di modificare sia pure parzialmente le politiche finora seguite. Anche la scarsissima efficacia dimostrata dalla loro iniziativa diretta ai paesi più poveri e più fortemente indebitati (Hipc), in quanto solo tre paesi, Uganda, Bolivia e Mozambico, sono finora stati ammessi ad usufruire di una cancellazione molto parziale, e soprattutto sottoposta a dure condizioni, li ha spinti alla fine di settembre scorso ad approvare qualche modifica seppur di facciata, alle loro procedure.

Il Congresso è avaro

Devono però essere state le proposte di introdurre modifiche più sostanziose formulate da paesi come la Germania e l'Inghilterra, il Canada e la Svezia nei mesi precedenti il vertice G7 di Colonia a spingere il Presidente Clinton a una svolta che potrebbe essere veramente definita epocale, sempre che si continui sulla strada intrapresa. Gli eventi di Seattle e una certa condiscendenza del Congresso, dominato dai repubblicani ma anch'essi in clima preelettorale, hanno fatto il resto.

Il fatto che la cancellazione del debito non sia più giudicata così fuori da ogni possibile realtà da parte del sistema economico dominante non deve però far cullare in soverchie illusioni. A una analisi appena un po' più approfondita, i provvedimenti annunciati sono ancora troppo limitati per liberare veramente le economie sottosviluppate da decenni di dipendenza e la parte più incisiva del meccanismo dominante, cioè le politiche di aggiustamento strutturale imposte dal Fondo Monetario, non è stata minimamente intaccata.

La proposta Clinton si prestava ad alimentare illusioni, in quanto parlava di cancellazione al 100%, ma non precisava che era limitata a 36 paesi più poveri; il Congresso poi ha approvato uno stanziamento di soli 123 milioni di dollari per un anno, cifra assolutamente irrisoria rispetto alle somme dovute agli Stati uniti. Anche l'Inghilterra ha espresso l'intenzione di intervenire subito in favore di quattro paesi, poi di altri dieci e poi ancora di altri undici entro il 2000: in totale soltanto 25, poco più della metà del gruppo dei più poveri e più fortemente indebitati. Anzi è stato precisato che le cancellazioni dei crediti inglesi saranno sincronizzate come le ammissioni alle misure di favore dell'iniziativa Hipc, e si spera solo che questi paesi non dovranno aspettare i sei anni previsti per la effettiva cancellazione! Anche la Francia, che pure ha dichiarato di voler cancellare circa quattordicimila miliardi di lire, effettuerà interventi che riguarderanno 28 paesi, in due anni e sempre d'accordo con il Fondo e la Banca mondiale.

L'Italia detta legge

Veniamo ora all'Italia, che presenta un quadro di interventi molto più limitato, almeno per quanto è dato capire sulla base di uno scarno comunicato della Presidenza del Consiglio e quindi senza avere il testo ufficiale del disegno di legge. Il provvedimento viene presentato come qualcosa che supera gli impegni presi a Colonia dal G7 e che riguarda una spesa massima di tremila miliardi di lire nel 2000, (salvo poi a salire a 5000 miliardi, non è chiaro se nell'anno successivo o in totale).

La cifra può riguardare quindi un massimo di dieci - dodici paesi, soltanto africani e centroamericani, e con un reddito inferiore ai 300 dollari all'anno di reddito medio per persona. Più chiare sono invece le condizioni alle quali devono sottostare questi paesi se vogliono che il loro debito sia cancellato. Secondo il comunicato, essi devono impegnarsi "a riconoscere e garantire i diritti umani e le libertà fondamentali, a rinunciare alla guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e a perseguire il benessere e il pieno sviluppo della persona umana, favorendo in particolare la riduzione della povertà".

Sani princìpi, parole difficili da contestare, ma che suonano come una atroce presa in giro per tanti paesi che i paesi creditori hanno spinto alla guerra fornendo loro i crediti perché acquistassero le armi da loro prodotte, oppure che sono stati impoveriti attraverso il prelievo di materie prime e di risorse finanziarie. E comunque non sembra un regalo e neppure un atto di giustizia ma solo un comportamento imposto e sottoposto a condizioni spesso irreali.

Ancora più disumane le due ultime frasi, sembra quasi che finora non abbiano perseguito il loro stesso benessere per libera scelta. Inoltre, il dover operare per ridurre la povertà sembra alludere alla sciocca idea che con una cancellazione anche parziale questi paesi potranno disporre delle risorse "liberate dal non dover pagare capitali e interessi" per realizzare finalmente interventi contro la povertà, mentre è ovvio che la liberazione dagli oneri debitori impedisce soltanto ulteriori peggioramenti della situazione sociale. Ma non basta, il mancato rispetto di questi principi può perfino dar luogo "alla sospensione degli aiuti economici internazionali".

Per essere stato fatto sotto Natale, le parole usate sembrano un po' dure e si può solo sperare che in qualche parte del provvedimento (magari aggiunta durante l'iter parlamentare di approvazione) si parli finalmente dei fondi necessari per attuare un piano organico di interventi innovativi contro la povertà nei paesi totalmente liberati dal peso dei debiti.

Infine, non sembra siano previste modifiche sostanziali alle procedure e ai controlli dell'Hipc, cui si può far risalire una parte non indifferente dell'accumulazione dei debiti. In complesso, sembra che si dovrà fare ancora molto lavoro per incidere in misura sostanziale sul meccanismo del debito e sui controlli di tipo finanziario sui paesi sottosviluppati.

Solo una rapida evoluzione dei coordinamenti tra paesi danneggiati dal debito come dai commerci potrà modificare i rapporti di forza internazionali. Il disegno di legge è un buon punto di partenza, dobbiamo moltiplicare gli sforzi per far crollare il muro. La presenza organizzata di Seattle deve diventare un metodo di lavoro continuativo, le persone immerse nella povertà estrema e perseguitate dai creditori non possono attendere per molto tempo.


 

 

Panettoni avvelenati:"Ma i veleni sono ovunque"
LA PIONIERA DELL'ECOLOGIA Giulia Maria Crespi intervistata da Chiara Beria di Argentine

  • LA STAMPA Domenica 13 Dicembre 1998

MILANO
LA prima reazione di Giulia Maria Crespi è di puro fastidio. "Non so niente di questa storia dell'ecoterrorismo...", commenta con aria annoiata. "Che chiasso, che esagerazione. Tutto questo allarme per due panettoni con il veleno per topi", aggiunge sempre più infastidita.
E' sabato mattina in corso Venezia, nel palazzo dell'intransigente pioniera di tutte le battaglie ecologiste. Dopo la serata al Piccolo Teatro per il Don Giovanni di Mozart ("no, non mi ha entusiasmato"), l'ex proprietaria del "Corriere della Sera", fondatrice e presidente del Fai, il Fondo per l'ambiente italiano, sta partendo con il marito, Guglielmo Cicogna Mozzoni, per il weekend nella sua tenuta La Zelata. Un paradiso verde sul Ticino, dove da anni ha creato un'azienda agricola biodinamica diventata modello per altre iniziative analoghe (è lì che si coltiva il riso integrale che viene servito nei suntuosi pranzi di casa Crespi) e dove si tengono anche corsi sulle culture alternative.
Secondo lei è tutta un'esagerazione. Suppongo che alla Nestlé non la pensano esattamente così. Non valuta i danni che questi ecoterroristi rischiano di fare alla vigilia di Natale? I posti di lavoro in pericolo per gli operai della Nestlè Italia?

"Demagogia. Ripeto: mi rifiuto di partecipare a tutto questo allarme, a tutto questo casino, per due soli panettoni avvelenati. Quanto ai pericoli occupiamoci di quelli veri...".

Per esempio?
"Tutti i veleni con i quali viene inondata ogni giorno la nostra terra. I veleni con cui vengono contaminate le nostre acque, il nostro cibo, la nostra frutta. Di questo dovremmo parlare e davvero preoccuparci...".

Ma, donna Giulia Maria, questi signori per protestare hanno usato il Racumin, un topicida.
"Quando uno è invaso da topi cosa dovrebbe fare contro i topi?".

Guardi che persino il premio Nobel, Dario Fo, nonostante sia impegnato nella vostra crociata contro le biotecnologie ha condannato, in un'intervista a "La Stampa", l'uso di metodi violenti.
"Ah sì? Ha detto questo? Allora Dario Fo vada a vedere cosa buttano nelle nostre risaie; vada a informarsi sulla situazione drammatica delle nostre falde d'acqua; vada a vedere cosa spruzzano sulla frutta che viene messa in vendita senza nessun controllo. Altro che due panettoni, cara Beria. Questa è l'epoca del non vero. Vedo ovunque dilagare il non vero".

Un momento. Che cosa dilaga?
Il non vero. E' evidente che non c'è nessuna voglia di affrontare la realtà delle cose. Ci si entusiama o ci si allarma solo per ciò che non è vero. E questo è lo slogan con cui l'umanità va verso il 2000".

Mi faccia capire. La realtà, per chi la pensa come lei, è che l'umanità sarebbe in pericolo per i veleni e perché multinazionali dell'alimentare come la Nestlè vendono prodotti transgenici?
"Certo. Sono convinta che sia sempre pericoloso uscire dalla strada tracciata dalla natura. Oggi, invece, nascondendosi dietro l'alibi dell'aiuto all'uomo, dell'aiuto ai Paesi in via di sviluppo, si stanno facendo con assoluta incoscienza cose di cui vedremo gli effetti solo tra 10, 20 anni. Nessuno sa dirci se queste manipolazioni sui geni saranno o no nocive. Ma, in nome del profitto, non si aspetta, non si fa abbastanza ricerca, prima di immettere questi prodotti sul mercato. Il fatto è che non si pensa più alla sacralità dell'uomo, all'essenza dell'uomo. Questi signori vogliono sostituirsi agli dei".

Ma questo significa opporsi al progresso, alle conquiste e alle sfide della scienza.
"Progresso? Quale progresso, quali conquiste? E' insensato vendere queste cose senza aver prima fatto per anni ricerche molto serie e approfondite. E, poi, tutti questi signori hanno forse dimenticato i dubbi, i tormenti del padre della bomba atomica, Oppenheimer?".

"Abbiamo fatto il lavoro del diavolo", disse una volta Oppenheimer. E, però, la fame di tanta parte del mondo non è una invenzione.
"Ma ci sono delle strade alternative a tutto ciò".

E quali sarebbero?
"La biodinamica, per esempio. Mi creda le alternative esistono e però nessuno investe mai dei soldi per fare delle ricerche in questi campi. Non solo. Chi coltiva in questa maniera non riceve mai il minimo aiuto. Risultato: si preferisce buttarsi per strade ancora ignote, pericolosissime, senza sapere nemmeno dove ci porteranno".


 

IL CONFORMISMO DELL'INTELLETTUALE POSTCOMUNISTA
Vernant intervistato da Silvia Ronchey

  • LA STAMPA, 27 marzo 1998


(...)

DOMANDA: "In Italia l'avvicinamento al cattolicesimo sembra riguardare gli ex marxisti, gli stessi che avevano considerato la religione "oppio dei popoli". Come mai?"

RISPOSTA: " Vede, nel dopoguerra gli intellettuali in quanto tali considerarono l'impegno una necessità. E il marxismo e il comunismo erano l'orizzonte invalicabile del secolo. A volte si accreditava pienamente l'Unione Sovietica, a volte si poteva prendere qualche distanza, ma così era allora, malgrado tutto. Ora, è finita. Evidentemente gli intelletuali non hanno più una poltrona dove collocare il didietro. Perché si avvicinano ai cattolici? Perché, nella misura in cui non credono più al marxismo, che cosa resta? Un bisogno di giustizia, un sentimento di fraternità. E in Occidente troviamo - qualche volta in antitesi, qualche volta in continuità con la civiltà greca - una concezione per cui, almeno in teoria, tutti gli uomini sono fratelli e a contare sono l'amore, la carità, l'apertura verso gli altri. Visto che gli intelletuali non hanno più in prospettiva un oggetto di lotta preciso, allora per forza di cose si lasciano cullare dolcemente, per cadere nelle braccia della più elementare tradizione cristiana. Di qui il ritorno al conformismo."


ALLE ORIGINI DELL'ANOMALIA ITALIANA, DALLA CONTRORIFORMA AL CATTOCOMUNISMO

  • L'AVANTI, 19 aprile 1998

Ignazio e i suoi compagni

Ai processi di Norimberga la filosofia sostenuta dagli accusatori, soprattutto da quelli di parte sovietica, fu quella del primato della responsabilità soggettiva su quella oggettiva: la legge morale dentro il cuore di ogni uomo fissata dall'imperativo kantiano, contro la cieca obbedienza al dovere militare o alle supreme teleologie degli idealismi rivoluzionari. Coperti dalla vittoria al fianco degli alleati e dalla politica statunitense ancora d'impronta rooseveltiana, i procuratori russi, più ancora di quelli americani, inchiodarono gerarchi, gerarchetti, intellettuali o professionisti nazisti all'obbligo della responsabilità personale. A quell'etica siamo cresciuti tutti nell'ultimo mezzo secolo.
Responsabilità personale significa un impegno ben preciso, e spesso oneroso, del singolo individuo di fronte alla storia: vuol dire che nessuno, aderendo a un'ideologia, potrà poi prenderne le distanze col semplice dire che non ne conosceva esattamente i fini o prevederne gli sviluppi, poiché questa capacità di giudizio o di pregiudizio è proprio quello che distingue e separa l'uomo adulto dal minus habens o dal criminale latente. Significa che la stessa persona non può essere prima seguace convinto (e fruitore spesso ben ricompensato) di un'ideologia e poi dichiararsi candidamente strumento inconsapevole di una politica criminogena. Così funzionarono i processi che si svolsero a Norimberga fra il '45 e il '49 finché la guerra fredda non indusse a lasciarli cadere a tutto vantaggio, più che dell'anticomunismo, dei protetti dell'organizzazione Odessa. Comunque sia, ripeto: siamo cresciuti alla cultura della responsabilità personale, dogma dell'antifascismo militante come del liberalismo democratico più genuino
Ora invece Fini diffida tutti dal prendere coscienza della storia vera e completa prodotta dall'ideologia comunista e D'Alema, con candore leniniano, afferma di ignorare il marxismo leninismo anzi: nega che sia mai esistito. Negazionismo è il termine usato per i nazisti che negano gli stermini e la Shoah. Qual è la parola per i postcomunisti pidiessini che sbrigano cento milioni di morti come dettagli di una storia in gran parte già nota e rispetto alla quale nessuno di loro porta responsabilità alcuna?
Alla convention parademocristiana di Forza Italia sono state lanciate e rilanciate le parole "menzogna" e "bugiardo", ma in senso puramente contabile e denigratorio. Un insulto come un altro utile a incassare le ovazioni dei plauditores d'ordinanza, ma sicuramente non utile a spiegare agli italiani perché la convention invocava i numi di Einaudi, De Gasperi e Saragat, tre galantuomini che pochissimi hanno il diritto di rivendicare alla propria tradizione: esponenti di idee e di storie che l'Italia perennemente affamata di qualcosa di gratuito, ha rapidamente espulso dalla propria tradizione. Come dimostra eloquentemente la classe politica attualmente in sella vuoi come maggioranza vuoi come opposizione.
E allora vediamo da dove viene questa attitudine alla bugia come strumento ideologico e politico, come doppiezza inalienabile, come instrumentum regni insostituibile.
Qualche anno fa in un breve saggio sulle origini antiche dell'antropologia cattocomunista, coglievo come essenziale il dato della doppiezza e dell'autoaffermazione nelle due religioni che alla fine hanno fatto spirito comune nel cosiddetto Ulivo, versione stabilizzata e ufficiale del compromesso storico ante crollo del muro. Una aristocratica certezza di superiorità assoluta le cementa nello scopo comune: il feticcio del potere come ossessione. Si badi che questo non appartiene al mondo delle ideologie o della politica, luoghi dove tutto è transitorio e spesso transitivo. Qui siamo nel regno della psicopatologia mistico politica che fatto la sua comparsa sulla scena del pianeta dalla fondazione della Chiesa cristiana in poi.
Il pontefice romano che si scusa col mondo per l'antisemitismo canonico e per i crimini efferati dell'Inquisizione e poi, a Cuba, chiede la verità, la confessione pubblica, all'ultimo gran sacerdote dalla chiesa comunista, resta la sintesi più pregnante di questa terribile saga del potere salvifico sulla terra. Anche se va detto che i pontefici come Wojtyla e, prima di lui Roncalli, sono stati nei confronti della loro curia molto più coraggiosi e credibili di quanto non lo sia stato D'Alema.
Dalla identica infallibilità aristocratica, che li fa superumani nell'affettazione, verbale, dell'humilitas, proviene la durezza inappellabile verso le colpe più "umane", più terrene come la corruzione e il furto e, per contro, un'indefinibile sottile disposizione a perdonare delitti ben più gravi, ma sempre "nobilitabili", quali l'omicidio politico, la morte data per ideologia, per fede: i retaggi inquisitoriali si saldano, cioè, ai perdonismi verso il terrorismo. Il rigoroso diacono che veglia sulla Repubblica ne ha data un'eco chiarissima scagliandosi, indebitamente, contro ogni ipotesi di amnistia per i reati di tangentopoli, sollecitando però clemenza verso i terroristi e i loro fiancheggiatori. Dall'attribuzione dei trenta denari a Giuda, al sangue raccolto da Longino, volgarità e nobiltà hanno fermato per sempre i limiti innaturali della doppiezza intellettuale e morale.
Già agli inizi degli anni '70 scriveva Laszek Kolakowski: "I rivoluzionari non credono al purgatorio: credono alla via crucis, all'inferno e al paradiso, al regno della liberazione totale e al regno del male totale. Pensano secondo il principio: o tutto o niente. L'idea della liberazione totale che, in quanto tale, cancella tutti i valori della vita presente, appartiene senza dubbio al fulcro del cristianesimo, più precisamente all'insegnamento di Cristo. L'insegnamento di Cristo è costruito tutto sull'approssimarsi dell'Apocalisse; di fronte all'incombente fine del mondo (o duemila anni dopo alla scientifica fine del mondo capitalistico, N.d.R.) ogni via di mezzo è preclusa: rimane solo la scelta fra il regno dei cieli e il regno del male, fra il mondo dei figli di Dio e il mondo dei reietti e degli esclusi". Non occorre suggerire altre attualità metaforiche.
Naturalmente la Chiesa si rese subito conto che su questa strada intransigente avrebbe presto perduto ogni presa sull'umanità peccatrice così si fece transigente in nome della conservazione del potere. Fino alla violenta denuncia di Lutero, un altro clamoroso esempio di eterogenesi dei fini. Per colpire il Papa, affermò l'"eresia" della intermediazione sacerdotale fra uomo e Dio, con ciò seminando pur senza volerlo i germi dell'individualismo liberale i quali hanno poi prodotto quella cultura liberale e riformista da cui sono nate le democrazie anglosassoni. Quelle che Prodi, non si sa se con ingenuità voluta o spontaneamente provinciale, chiama ossessivamente Europa. Una Thule lontana e mitica verso la quale si deve tendere con ogni mezzo come verso la dantesca luce di Dio.
La Controriforma tridentina reagì con gli orrori che tutti conosciamo, con quell'Inquisizione il cui spirito permane nel DNA della cultura italiana, soprattutto di quella giuridica, ma anche di quella costituzionale e politica. Un'abile correzione, oggi diremmo una salutare modernizzazione, venne dal gesuitismo il quale propose di coniugare la possibilità di raggiungere Dio volontaristicamente (e non per sola grazia) adottando una prassi pastorale di vicinanza e di comprensione delle debolezze umane. Non soltanto i gesuiti introdussero la valutazione del peccato sulla base del rapporto fra intenzione e colpa, ma anche accolsero il principio che in qualche caso il fine buono possa giustificare l'uso di mezzi meno buoni: "Che sarebbe poi mai una grossa bugia, se venisse detta per amore del bene e della Chiesa cristiana? "Non è proprio il machiavellismo, però l'ispirazione è vicina. Per sicurezza venne inventata la dottrina della riserva mentale segreta.
Lo studio approfondito degli Esercizi inventati da Ignazio e delle regole su cui venne costruita e lasciata libera di svilupparsi la Compagnia di Gesù sono più che affascinanti. Vi si ritrovano i fondamenti di gran parte delle discipline moderne in materia di psicologia, sociologia e politica come arte del possibile, nonché dell'organizzazione del sapere e della sua trasmissione. "Siccome l'uomo - scriveva Ignazio - non può fare a meno di superiori e confessori, così è da raccomandarsi che di ogni esercizio spirituale si parli prima a un uomo saggio e gli si chieda consiglio". Scuole di partito e vita delle sezioni secondo il modello leniniano funzionavano esattamente allo stesso modo.
Così uno strumento messo a punto per il perfezionamento spirituale delle anime, venne utilizzato quasi integralmente da Lenin per trasformare l'umanità e adattarla al collettivismo perfetto. Ma in caso di peccato, in luogo dello spettro dell'inferno, ci fu la deportazione in Siberia o lo sterminio immediato. L'influenza storica esercitata dall'opera di Ignazio da Loyola, come spiega Rodolfo Kassner in un trattato sulla grandezza umana, deriva dal fatto che insegnava a trasformare intimamente l'uomo con un sistema alla portata di tutti, schematizzava l'esperienza religiosa e l'adattava alle capacità della massa: la conseguenza fu che in luogo di una piccola schiera di eletti si ebbe la Compagnia di Gesù, militarmente disciplinata, obbediente perinde ac cadaver, flessibile a tutte le circostanze, libera anche di mentire purché questo servisse alla bontà dell'intenzione. Si spiega quindi perché, circa duecento anni fa, il filosofo tedesco Novalis abbia detto di loro: "Non si era ancora incontrata nella storia del mondo una siffatta organizzazione. Neppure l'antico Senato di Roma aveva concepito con maggior sicurezza di successo i piani per la conquista dell'Orbe...Questa Compagnia costituirà sempre il modello di tutte le organizzazioni che siano animate da un'ardente e sistematica brama di smisurata espansione ed eterna durata; ma sarà anche sempre una prova che la mancanza di disciplina frustra le più sagge imprese e che il naturale sviluppo di tutta l'umanità sopprime irresistibilmente l'artificioso sviluppo di una parte di essa". Novalis aveva visto, come in una sfera di cristallo la tragedia del Novecento. E noi, ancora oggi, vi possiamo trovare la spiegazione della perdurante anormalità italiana. Anormalità di cui D'Alema dovrebbe essere l'ultimo a lamentarsi.
Elie Fréron


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