
di Fabio Ranucci
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Il testo di Armando De Simone e Vincenzo
Nardiello, "Appunti per un libro nero del comunismo italiano",
ripercorre le vicende più oscure del Pci
Il comunismo? Per Saragat era la tragedia del proletariato. E tante
altre sono state le definizioni in questi ultimi decenni. La politica di
chi ha cercato di sfamare i popoli ed invece ha affamato il mondo sta
subendo un processo storico che qualcuno vorrebbe nascondere o spazzare
via.
Vi è stato un tempo in cui la politica, in Italia, ha avuto i caratteri
dell'incubo. Quest'epoca di ferro non è durata poi molto, se si va a
vedere. Dieci anni: fra il 1946 e il 1956; fra elezioni per la
Costituente e i fatti d'Ungheria. Ma poco prima, dalle nostre parti, si
erano consumate storie rosso sangue, stragi disumane, Portula, Schio. E,
oltrecortina, il terrore dei gulag ha cambiato per sempre il volto dei
paesi dell'Est. Qualcuno ha tentato, dopo il crollo del comunismo
mondiale, con la democratizzazione e la decisione di liberarsi degli
stereotipi del marxismo, di far luce su tutti quegli episodi che hanno
sconvolto il mondo. Su crimini e misfatti stava calando definitivamente
il sipario. Ma quando si comincia a fare i conti con la propria storia
è molto difficile fermarsi a metà. E così, mentre nel mondo si
continua a discutere chi fu in realtà Giuseppe Djiugasvili, detto
Stalin, se quel magnifico georgiano di cui parlò Lenin o il tiranno
sterminatore di contadini bollato come il grande criminale, un lucido
stratega o un piccolo uomo precipitato nella vertigine della Storia, lo
statista che seppe strappare la Russia alla sua condizione o la causa
prima di tutti i mali che affliggono ancora oggi l'Est europeo, ho letto
scrupolosamente, appassionatamente il testo dei giornalisti Armando De
Simone e Vincenzo Nardiello che si intitola Appunti per un libro nero
del comunismo italiano (Controcorrente, pagg. 317, lire 30.000). Uno
squarcio che si riapre su un'epoca buia.
Per non dimenticare quelli che vengono considerati
gli errori di Togliatti e di quanti altri come lui sono stati giovani
comunisti stalinisti.
Già, nell'Unione Sovietica era stato costruito il migliore dei mondi
possibili. Sull'Unità era impossibile leggere una critica piccola,
piccolissima al Paese del socialismo. A Mosca tutto era perfetto.
Eppure, si sapeva tutto, dei gulag e di quanto altro ha combinato
Stalin. E quando ci si trovava di fronte alla linguistica di Stalin, i
comunisti italiani parlavano con vaghezza di infallibilità. Nonostante
il Ritorno dall'Urss di André Gide era stato scritto. Così come Buio a
mezzogiorno di Koestler era stato anche tradotto, letto e discusso
abbondantemente. Ma probabilmente non furono compresi. Poi, la svolta di
quanti hanno riformulato il loro rapporto con il comunismo e con lo
stalinismo e sono andati avanti per la loro strada, dentro o fuori il
Pci, ed oggi non si danno pace. Tormentati da ombre e fantasmi.
Ripercorrere una parte della storia del Pci
attraverso ricerche storiografiche e documenti e valutarne gli esiti è
stata senz'altro una esperienza irripetibile per gli autori di questo
saggio ricco di spunti critici. Pagine da leggere voracemente,
dall'intervista allo storico Stéphane Courtois, già noto per aver dato
alle stampe il Libro nero del comunismo, agli eccidi dopo il 25 aprile,
la strage di Portula e le vicende di "Gemisto", ovvero
Francesco Moranino, raccontate da Giorgio Bocca nella sua Storia
dell'Italia partigiana che, "dopo aver trascorso, dal 1941 al 1943,
tre anni in carcere a Civitavecchia insieme a comunisti 'storici' come
Pesenti e Scoccimarro per una condanna a dodici anni, fu liberato,
tornò in Piemonte, divenne partigiano e scelse il nomignolo di
'Gemisto'". E che divenne deputato, a ventisei anni, nel 1946,
nell'assemblea costituente. "Un caso esemplare della storia
comunista in questo Paese. Il Pci, per salvare un proprio deputato,
nominato sottosegretario alla Guerra, che si era macchiato di svariati
omicidi durante la guerra partigiana ai danni d'altri partigiani
'bianchi', e per il quale la Camera aveva autorizzato l'arresto, prima
lo fece scappare in Cecoslovacchia, dove esercitò l'incarico di
commissario politico del Pci, poi, al momento dell'elezione di Saragat a
presidente della Repubblica, contrattò i propri voti con la concessione
della grazia presidenziale al fuggiasco". Il caso Moranino è
raccontato con dovizia di particolari proprio come la strage del '45
nella prigione di Schio, ove un gruppo di ex partigiani uccise 53
detenuti accusati di collaborazione con i fascisti. Un altro eccidio
dimenticato.
O le gesta della Volante Rossa, quel gruppo che,
"nell'immediato dopoguerra a Milano, eseguì decine di 'condanne a
morte'". Oppure, in perfetto stile staliniano, il gulag
all'italiana, la "Cartiera" di Mignagola di Carbonera, in
provincia di Treviso, "una piccola 'Auschwitz'… un campo di
sterminio per fascisti o presunti tali, contro i quali un gruppetto di
partigiani comunisti si accanì con una ferocia e una crudeltà
raccapricciante: processi farsa, torture da enciclopedia delle
perversioni, violenze d'ogni tipo, assassini ispirati dal più degradato
sadismo, forni crematori, corpi straziati, buttati nel fiume, sciolti
nell'acido o arsi nei forni della cartiera". Nel libro è riportato
il racconto del senatore Antonio Serena, autore de "I giorni di
Caino", che parla di Villa Dal Vesco, la "Villa degli
orrori", dove "tutti i documenti dei prigionieri erano
preventivamente distrutti dal 'tribunale del Popolo'". "Ad un
prigioniero poliomielitico, prima di essere abbattuto a fucilate, fu
imposto di arrampicarsi su di un mucchio di carbone". Poi, il
delitto di Malga Bala, la strage del Monte Manfrei, in Liguria,
"Quando i comunisti ammazzavano i sacerdoti", la questione di
Trieste negli anni '43-'45, I morti di via Medina, a Napoli, e la
preparazione del colpo di Stato, che prevedeva "la costruzione di
campi di concentramento regionali per gli oppositori".
Su quelle vittime, ancora oggi vi è un silenzio tombale, un oblio
mortificante.
Nella seconda parte, c'è una accurata analisi di
quella che fu definita la "Gladio Rossa", l'esercito
clandestino del Pci, un apparato paramilitare. Poi, la persecuzione
subita dai comunisti italiani in Unione Sovietica e "i benefici
finanziari ottenuti dall'Urss grazie all'azione del Pci ai danni
dell'Italia".
Nella quarta parte, il dossier Mitrokhin, storia di "spioni"
del Bel Paese al soldo sovietico. I giornali, soprattutto quelli di
opposizione al centrosinistra a guida Ds, ne hanno parlato a lungo.
"Divulgato in Italia nel mese di settembre '99 come l''apertura
degli archivi segreti del Kgb', il rapporto consta di una serie di
schede trascritte dall'archivista Vassilij Mitrokhin, definito dagli
agenti inglesi come 'ex agente del Kgb attendibile ma parzialmente
informato'". Seicentoquarantacinque pagine ricavate dagli appunti
dell'ex funzionario della Lubianka con tutte le spie italiane nella rete
rossa del Kgb, nomi e date della storia del nostro Paese dal dopoguerra
al 1984. Sino alla sesta parte del libro, tra interviste ed interventi
sull'argomento che il tempo, incredibilmente, sembra aver cancellato. E'
terribile infatti pensare che queste storie lontane oggi non interessano
nessuno. E il motivo è da ricercare anche nel comportamento dei
funzionari del Pci alla fine degli anni Ottanta.
Nell'89, a 68 anni dalla scissione di Livorno, il partito fondato nel
1921 da Gramsci e Bordiga, la forza politica che di lì a poco si
chiamerà Pds, voleva chiudere al più presto possibile le polemiche sul
comunismo, reale o nuovo, e sancire, con l'adesione all'Internazionale
socialista, la sua collocazione nella sinistra democratica e riformista.
Tuttavia, grazie anche a testi come "Appunti per un libro nero del
comunismo italiano", il sangue della storia non è asciugato in
fretta e, citando Goethe, è facile dire che l'altezza della quercia si
misura quando è caduta. Da una parte quindi c'è stato il continuismo
minoritario di quanti non se la sentono di riconoscere il fallimento
storico del comunismo ed hanno coltivato l'illusione di salvare il
salvabile temendo al tempo stesso che il Pci, rinunciando alla
specificità che storicamente ha contraddistinto i comunisti dalle altre
forze di sinistra, era destinato a perdere la propria ragion d'essere.
Dall'altra invece c'è stato un continuismo di segno opposto, che ha
trovato largo credito nel nuovo gruppo dirigente, secondo cui il partito
di Gramsci e di Togliatti sarebbe stato fin dall'inizio sostanzialmente
diverso dai suoi confratelli e pertanto, attestandosi successivamente su
posizioni socialiste e riformiste non avrebbe fatto altro che sviluppare
la sua vocazione originaria. L'ondata di piena che ha travolto argini
che sembravano indistruttibili non poteva essere ignorata dal Pci.
Achille Occhetto, di fronte alla catastrofe, al crollo del comunismo
sovietico e del suo simbolo, il Muro di Berlino, annunciò nuove
proposte e nuovi progetti. Il Pci cambiò nome, lasciando però
invariata la sostanza del suo modo di essere. Il vecchio nome
rappresentava la memoria di sé, una memoria che non poteva essere
cancellata. Come i crimini dopo il 25 aprile. Ma l'essere comunisti
allora, in quegli angosciosi e lunghissimi anni, era cosa
incomparabilmente diversa dall'essere comunisti oggi, o dall'esserlo
stati ieri, ai tempi di Cuba e del Vietnam. L'essere comunisti allora
significava credere in modo assoluto nella innegabile grandezza di
Stalin e nella intelligenza infallibile di Togliatti, che adesso
qualcuno vorrebbe dimenticare, magari rifacendosi al tavolo da gioco.
Ora i compagni che sino a ieri l'altro alloggiavano in via delle
Botteghe oscure passano le giornate ad odiare il loro passato, pensando
a cose simmetricamente opposte a quelle che hanno pensato allora. Con la
stessa fermezza di un tempo. E sono tutti in prima fila, tutti in
cattedra di anticomunismo. Niente da stupirsi, di fronte a questo
exploit del trasformismo italico. Ci hanno ripensato, ed ora citano
Torquato Tasso: "Ché nel mondo mutabile e leggero, costanza è
spesso il variar pensiero". Li ritroviamo tutti nei posti di
comando, nei giornali e nelle televisioni, storici, filosofi,
giornalisti, musicisti di lunga e salda fede comunista, obbedienti alla
ragion di partito comunista mentre ci spiegano con un bell'impeto da
facce di piperno che Stalin era cattivo, che l'Urss era l'ultimo impero
coloniale da abbattere. Hanno trasformato, con gelida raffinatezza, in
una ragione di vita la specialità a non vedere mai il mondo come è, ma
a stravederlo sempre in funzione di una chiesa. Sosteneva un vecchio
proverbio cinese: "Quando bevi acqua, ricordati della fonte".
I comunisti italiani lo hanno forse dimenticato.
La vita è strana, il destino è incredibile, e segue
delle traiettorie impensabili, dicono quando si parla della loro storia,
piena di zone oscure. Ecco perché il libro di De Simone e Nardiello ha
un grande merito: ci porta a ragionare in modo pragmatico, a vedere il
comunismo come è. E soprattutto come è stato.
Fabio Ranucci
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