
* Charles C. Haynes, cittadino
americano, è un affermato ricercatore, responsabile dei
programmi scolastici del First Amendment Center. Haynes è
attualmente presidente del
Character Education Partnership. E' molto rinomato per la sua opera
su questioni
relative al Primo Emendamento, svolta nelle scuole e comunità di
tutti gli stati dell'unione.
Si è laureato alla Harvard Divinity School e possiede un dottorato
presso la Emory
University. E' autore e coautore di sei libri, ed appare
frequentemente, in veste di ospite, in
trasmissioni radiofoniche e televisive. Un suo profilo è stato
pubblicato da The Wall Street
Journal.
** La Costituzione americana è stata
emendata dal 1791 solo in diciassette
occasioni, in quanto i primi dieci dei ventisette emendamenti vennero ratificati
simultaneamente dagli stati. Il Primo Emendamento garantisce la libertà di culto,
parola e stampa;
il diritto di riunirsi pacificamente; e il diritto di appellarsi al governo per
correggere i torti. Esso
inoltre proibisce al Congresso di “fare alcuna legge per il riconoscimento di
qualsiasi religione”
— rendendo questo emendamento un campo di battaglia delle guerre culturali della
fine del XX° secolo.
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Non può essere pubblicato senza il consenso del
traduttore.
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Di tutti i discorsi che dovrebbero essere considerati criminali,
quello che nega l'Olocausto
sarebbe per me il primo della lista.
E' facile comprendere la motivazione alla base dell'annuncio
tedesco dell'8 gennaio scorso, che mira ad estendere a tutta
l'Unione Europea una legislazione che criminalizzi la negazione
dell'Olocausto.
La Germania, la Francia, l'Italia [n.d.t.] e altre otto nazioni
europee hanno già approvato leggi che puniscono la negazione
dell'Olocausto con il carcere. Lo scrittore britannico David
Irving sperimentò l'anno scorso in Austria le conseguenze
di tali leggi, che lo portarono a scontare tre anni dietro le
sbarre. Fu poi liberato in dicembre, e attualmente sta scontando
due anni di libertà vigilata.
L'iniziativa della Germania, tesa ad estendere la messa al bando
di chi nega l'Olocausto, è una diretta conseguenza della
conferenza “revisionista” sull'Olocausto, tenuta lo scorso mese
a
Teheran. Nel dare credibilità ai più ingenui e fanatici
revisionisti a livello mondiale, il presidente iraniano
Ahmadinejad sollevò un'ondata di sdegno in Europa e altrove.
La proposta tedesca tuttavia rappresenta, nonostante le buone
intenzioni, la risposta sbagliata a questo sgradevolissimo
problema. Criminalizzare discorsi che negano l'Olocausto non
solo mette a repentaglio la libertà di espressione, ma
conferisce anche maggior forza agli argomenti abbietti che tende
a sopprimere.
Dove si fermerà l'Europa, una volta lanciata verso la ripida
china della censura?
Consideriamo l'inclinazione francese verso la censura statale
della libertà d'espressione. La Francia approvò nel 1990 una
legge che sanziona la negazione dell'Olocausto con un anno di
detenzione e una multa di 45.000 euro. Nell'ottobre scorso la
lista delle frasi proibite fu ampliata dalla Camera dei Deputati
con una legge che renderebbe penalmente perseguibile la
negazione del genocidio degli armeni, avvenuto nel 1915 ad opera
dei turchi (la misura necessita ancora dell'approvazione del
Senato).
Mentre i francesi di origine armena celebrarono tale risoluzione,
i turchi reagirono con prevedibile rabbia. Non lo fecero per
difendere la libera espressione, ma in quanto la Turchia stessa
nega che un genocidio contro gli armeni sia mai avvenuto.
La Turchia, che aspira a far parte dell'Unione Europea, è già
vicina al limite estremo della china che porta alla negazione
della libera espressione. Non solo si può finire in galera per
aver definito un genocidio la tragedia armena, ma si può essere
arrestati anche per discorsi ritenuti lesivi della
dignità della repubblica, del parlamento o di qualsiasi
organismo statale.
Il romanziere turco Orhan Pamuk finì sotto processo nel 2005 per
aver messo in discussione la versione ufficiale sulla strage
degli armeni. Soltanto intense pressioni internazionali
convinsero un giudice di Istanbul a bloccare il processo.
Nel frattempo il reverendo Ake Green fu condannato in Svezia per
“discorsi odiosi”, in quanto predicava contro l'omosessualità.
Sebbene assolto nel 2005 dalla Corte Suprema svedese, il suo
processo ha provocato una generale apprensione circa l'uso di
leggi contro i discorsi odiosi, leggi che limitano anche la
libertà d'espressione e quella religiosa.
Consideriamo l'inclinazione francese verso la
censura statale della libertà d'espressione. La Francia approvò
nel 1990 una legge che sanziona la negazione dell'Olocausto con
un anno di detenzione e una multa di 45.000 euro. Nell'ottobre
scorso la lista delle frasi proibite fu ampliata dalla Camera
dei Deputati con una legge che renderebbe penalmente
perseguibile la negazione del genocidio degli armeni, avvenuto
nel 1915 ad opera dei turchi (la misura necessita ancora
dell'approvazione del Senato).
Mentre i francesi di origine armena celebrarono tale risoluzione,
i turchi reagirono con prevedibile rabbia. Non lo fecero per
difendere la libera espressione, ma in quanto la Turchia stessa
nega che un genocidio contro gli armeni sia mai avvenuto.
La Turchia, che aspira a far parte dell'Unione Europea, è già
vicina al limite estremo della china che porta alla negazione
della libera espressione. Non solo si può finire in galera per
aver definito un genocidio la tragedia armena, ma si può essere
arrestati anche per discorsi ritenuti lesivi della dignità della
repubblica, del parlamento o di qualsiasi organismo statale.
Il romanziere turco Orhan Pamuk finì sotto processo nel 2005 per
aver messo in discussione la versione ufficiale sulla strage
degli armeni. Soltanto intense pressioni internazionali
convinsero un giudice di Istanbul a bloccare il processo.
Nel frattempo il reverendo Ake Green fu condannato in Svezia per
“discorsi odiosi”, in quanto predicava contro l'omosessualità.
Sebbene assolto nel 2005 dalla Corte Suprema svedese, il suo
processo ha provocato una generale apprensione circa l'uso di
leggi contro i discorsi odiosi, leggi che limitano anche la
libertà d'espressione e quella religiosa.
The First Amendment
to the Constitution of the United States
Congress shall make no law respecting an establishment of
religion, or prohibiting the free exercise thereof; or abridging
the freedom of speech, or of the press; or the right of
the people peaceably to assemble, and to petition the
government for a redress of grievances.
Nonostante gli Stati Uniti si vantino di proteggere con fermezza
la libertà d'espressione, tutelata dal **Primo Emendamento alla
Costituzione, neanche noi americani siamo immuni dalla
tentazione di censurare discorsi impopolari. Ciò si verifica
particolarmente nei campus universitari, dove codici di
comportamento e norme anti-molestia sono spesso invocati per
punire conversazioni di studenti e accademici.
Anche nella “terra degli uomini liberi” siamo sommersi da
discorsi spregevoli e ripugnanti, che mettono duramente alla
prova il sostegno popolare ad una solida libertà d'espressione.
Un caso paradigmatico è quello del reverendo Fred Phelps e del
suo manipolo di seguaci, che hanno infuriato gli americani con i
loro metodi di protesta ai funerali dei soldati uccisi in Iraq.
Phelps e compagni, brandendo simboli infuocati e messaggi
anti-gay, hanno affermato che la morte dei
combattenti era dovuta ad un castigo divino provocato dal
sostegno nazionale ai diritti degli omosessuali.
Grazie a Phelps 27 stati e il Congresso hanno fatto passare una
legislazione che limita le proteste ai funerali. I critici di
tali leggi hanno osservato che esse vanno oltre le limitazioni
costituzionalmente accettabili su questioni tipo i rumori
molesti e la condotta contraria all'ordine pubblico, finendo per
imporre restrizioni troppo ampie e vaghe alla libera espressione
e alla libertà di riunione.
Concedere allo stato il potere di mettere al bando discorsi
offensivi di pochi significa attribuirgli il potere di limitare
i diritti fondamentali di noi tutti.
Per di più la censura statale non funziona. Mettere persone come
David Irving dietro le sbarre significa farne dei martiri ad uso
dell'estrema destra. Tentare di ridurre al silenzio persone come
Fred Phelps equivale ad esporle all'attenzione dei mezzi di
comunicazione, e a stimolarne una condotta più oltraggiosa.
A seguito dell'arresto di Irving, la storiografa Deborah
Lipstadt (che fu vanamente citata in giudizio da Irving per
calunnia) ebbe questa riflessione: “La vittoria della censura
non mi rende felice, e non credo alle battaglie vinte grazie
alla censura... Il modo migliore per combattere chi nega
l'Olocausto consiste nell'uso della storia e della verità.”
Non è mai facile (o piacevole) difendere l'indifendibile. Ma per
gli europei, gli americani e per i popoli di ogni nazione che
volessero essere liberi, è tuttora valido il famigliare grido di
battaglia della libera espressione: Combattete i cattivi
discorsi con quelli buoni - non con il potere statale.
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