Caffé Lettario Charles C. Haynes

[E-Text inediti]

IN DIFESA DELL'INDIFENDIBILE

27 gennaio 2007

di ©Charles C. Haynes*
tradotto da Alessandro D'Ovidio su autorizzazione dell'autore.

 


* Charles C. Haynes, cittadino americano, è un affermato ricercatore, responsabile dei
programmi scolastici del First Amendment Center. Haynes è attualmente presidente del Character Education Partnership. E' molto rinomato per la sua opera su questioni
relative al Primo Emendamento, svolta nelle scuole e comunità di tutti gli stati dell'unione.
Si è laureato alla Harvard Divinity School e possiede un dottorato presso la Emory University. E' autore e coautore di sei libri, ed appare frequentemente, in veste di ospite, in trasmissioni radiofoniche e televisive. Un suo profilo è stato pubblicato da The Wall Street Journal.

** La Costituzione americana è stata emendata dal 1791 solo in diciassette
occasioni, in quanto i primi dieci dei ventisette emendamenti vennero ratificati
simultaneamente dagli stati. Il Primo Emendamento garantisce la libertà di culto, parola e stampa;
il diritto di riunirsi pacificamente; e il diritto di appellarsi al governo per correggere i torti. Esso
inoltre proibisce al Congresso di “fare alcuna legge per il riconoscimento di qualsiasi religione”
— rendendo questo emendamento un campo di battaglia delle guerre culturali della fine del XX° secolo.

 


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traduttore.



Di tutti i discorsi che dovrebbero essere considerati criminali, quello che nega l'Olocausto sarebbe per me il primo della lista.
E' facile comprendere la motivazione alla base dell'annuncio tedesco dell'8 gennaio scorso, che mira ad estendere a tutta l'Unione Europea una legislazione che criminalizzi la negazione dell'Olocausto.
La Germania, la Francia, l'Italia [n.d.t.] e altre otto nazioni europee hanno già approvato leggi che puniscono la negazione dell'Olocausto con il carcere. Lo scrittore britannico David Irving  sperimentò l'anno scorso in Austria le conseguenze di tali leggi, che lo portarono a scontare tre anni dietro le sbarre. Fu poi liberato in dicembre, e attualmente sta scontando due anni di libertà vigilata.
L'iniziativa della Germania, tesa ad estendere la messa al bando di chi nega l'Olocausto, è una diretta conseguenza della conferenza “revisionista” sull'Olocausto, tenuta lo scorso mese a
Teheran. Nel dare credibilità ai più ingenui e fanatici revisionisti a livello mondiale, il presidente iraniano Ahmadinejad sollevò un'ondata di sdegno in Europa e altrove.
La proposta tedesca tuttavia rappresenta, nonostante le buone intenzioni, la risposta sbagliata a questo sgradevolissimo problema. Criminalizzare discorsi che negano l'Olocausto non solo mette a repentaglio la libertà di espressione, ma conferisce anche maggior forza agli argomenti abbietti che tende a sopprimere.
Dove si fermerà l'Europa, una volta lanciata verso la ripida china della censura?
Consideriamo l'inclinazione francese verso la censura statale della libertà d'espressione. La Francia approvò nel 1990 una legge che sanziona la negazione dell'Olocausto con un anno di detenzione e una multa di 45.000 euro. Nell'ottobre scorso la lista delle frasi proibite fu ampliata dalla Camera dei Deputati con una legge che renderebbe penalmente perseguibile la negazione del genocidio degli armeni, avvenuto nel 1915 ad opera dei turchi (la misura necessita ancora dell'approvazione del Senato).
Mentre i francesi di origine armena celebrarono tale risoluzione, i turchi reagirono con prevedibile rabbia. Non lo fecero per difendere la libera espressione, ma in quanto la Turchia stessa nega che un genocidio contro gli armeni sia mai avvenuto.
La Turchia, che aspira a far parte dell'Unione Europea, è già vicina al limite estremo della china che porta alla negazione della libera espressione. Non solo si può finire in galera per aver definito un genocidio la tragedia armena, ma si può essere arrestati anche per discorsi ritenuti lesivi della
dignità della repubblica, del parlamento o di qualsiasi organismo statale.
Il romanziere turco Orhan Pamuk finì sotto processo nel 2005 per aver messo in discussione la versione ufficiale sulla strage degli armeni. Soltanto intense pressioni internazionali convinsero un giudice di Istanbul a bloccare il processo.
Nel frattempo il reverendo Ake Green fu condannato in Svezia per “discorsi odiosi”, in quanto predicava contro l'omosessualità. Sebbene assolto nel 2005 dalla Corte Suprema svedese, il suo processo ha provocato una generale apprensione circa l'uso di leggi contro i discorsi odiosi, leggi che limitano anche la libertà d'espressione e quella religiosa.

Consideriamo l'inclinazione francese verso la censura statale della libertà d'espressione. La Francia approvò nel 1990 una legge che sanziona la negazione dell'Olocausto con un anno di detenzione e una multa di 45.000 euro. Nell'ottobre scorso la lista delle frasi proibite fu ampliata dalla Camera dei Deputati con una legge che renderebbe penalmente perseguibile la negazione del genocidio degli armeni, avvenuto nel 1915 ad opera dei turchi (la misura necessita ancora dell'approvazione del Senato).
Mentre i francesi di origine armena celebrarono tale risoluzione, i turchi reagirono con prevedibile rabbia. Non lo fecero per difendere la libera espressione, ma in quanto la Turchia stessa nega che un genocidio contro gli armeni sia mai avvenuto.
La Turchia, che aspira a far parte dell'Unione Europea, è già vicina al limite estremo della china che porta alla negazione della libera espressione. Non solo si può finire in galera per aver definito un genocidio la tragedia armena, ma si può essere arrestati anche per discorsi ritenuti lesivi della dignità della repubblica, del parlamento o di qualsiasi organismo statale.
Il romanziere turco Orhan Pamuk finì sotto processo nel 2005 per aver messo in discussione la versione ufficiale sulla strage degli armeni. Soltanto intense pressioni internazionali convinsero un giudice di Istanbul a bloccare il processo.
Nel frattempo il reverendo Ake Green fu condannato in Svezia per “discorsi odiosi”, in quanto predicava contro l'omosessualità. Sebbene assolto nel 2005 dalla Corte Suprema svedese, il suo processo ha provocato una generale apprensione circa l'uso di leggi contro i discorsi odiosi, leggi che limitano anche la libertà d'espressione e quella religiosa.


The First Amendment
to the Constitution of the United States
Congress shall make no law respecting an establishment of
religion, or prohibiting the free exercise thereof; or abridging
the freedom of speech, or of the press; or the right of
the people peaceably to assemble, and to petition the
government for a redress of grievances.


Nonostante gli Stati Uniti si vantino di proteggere con fermezza la libertà d'espressione, tutelata dal **Primo Emendamento alla Costituzione, neanche noi americani siamo immuni dalla tentazione di censurare discorsi impopolari. Ciò si verifica particolarmente nei campus universitari, dove codici di comportamento e norme anti-molestia sono spesso invocati per punire conversazioni di studenti e accademici.
Anche nella “terra degli uomini liberi” siamo sommersi da discorsi spregevoli e ripugnanti, che mettono duramente alla prova il sostegno popolare ad una solida libertà d'espressione. Un caso paradigmatico è quello del reverendo Fred Phelps e del suo manipolo di seguaci, che hanno infuriato gli americani con i loro metodi di protesta ai funerali dei soldati uccisi in Iraq. Phelps e compagni, brandendo simboli infuocati e messaggi anti-gay, hanno affermato che la morte dei combattenti era dovuta ad un castigo divino provocato dal sostegno nazionale ai diritti degli omosessuali.
Grazie a Phelps 27 stati e il Congresso hanno fatto passare una legislazione che limita le proteste ai funerali. I critici di tali leggi hanno osservato che esse vanno oltre le limitazioni costituzionalmente accettabili su questioni tipo i rumori molesti e la condotta contraria all'ordine pubblico, finendo per imporre restrizioni troppo ampie e vaghe alla libera espressione e alla libertà di riunione.
Concedere allo stato il potere di mettere al bando discorsi offensivi di pochi significa attribuirgli il potere di limitare i diritti fondamentali di noi tutti.
Per di più la censura statale non funziona. Mettere persone come David Irving dietro le sbarre significa farne dei martiri ad uso dell'estrema destra. Tentare di ridurre al silenzio persone come Fred Phelps equivale ad esporle all'attenzione dei mezzi di comunicazione, e a stimolarne una condotta più oltraggiosa.
A seguito dell'arresto di Irving, la storiografa Deborah Lipstadt (che fu vanamente citata in giudizio da Irving per calunnia) ebbe questa riflessione: “La vittoria della censura non mi rende felice, e non credo alle battaglie vinte grazie alla censura... Il modo migliore per combattere chi nega l'Olocausto consiste nell'uso della storia e della verità.”
Non è mai facile (o piacevole) difendere l'indifendibile. Ma per gli europei, gli americani e per i popoli di ogni nazione che volessero essere liberi, è tuttora valido il famigliare grido di battaglia della libera espressione: Combattete i cattivi discorsi con quelli buoni - non con il potere statale.


 

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