
di Claudio Martelli
Relazione al convegno della Fondazione Liberal
"Il liberismo sociale" (Roma, 20 ottobre 2000)
Tratto da:
http://www.liberalfondazione.it/
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Consideriamo i momenti cruciali di una biografia politica e intellettuale
straordinariamente chiara e così coerente che in Giuseppe Saragat il
punto di partenza e il punto di arrivo sembrano coincidere. Così è in
effetti: la sua visione politica davvero moderna e lungimirante, e la sua
azione politica risoluta, talvolta determinante per le sorti della
democrazia italiana, si stagliano nelle burrasche e nelle viltà di un
secolo con il profilo di un roccioso coraggio. Il giovane Saragat studia
con Luigi Einaudi e si laurea in economia e commercio: i libri e la
coscienza prima dell'esperienza lo avvicinano al socialismo. Le sue
sintesi sono limpide, calde e ragionate. Le ragioni del proletariato sono
quelle della libertà di tutti gli uomini, il socialismo non antitetico
alla libertà. Tutt'al contrario di Lenin e seguendo l'interpretazone
umanistica e democratica di Marx del grande Rodolfo Mondolfo, anche il
marxismo è un umanesimo che si fonda sulla comprensione del dolore, della
miseria e della schiavitù; un umanesimo critico e costruttivo che non
deve inventare nessuna dittatura propria per liberarci da quelle che già
esistono.
In Giuseppe Saragat il tema della libertà ha un'accentuazione fondativa
più profonda e più radicale di quella che deriva dall'arte e dalla
necessità ambientale in altri leader socialdemocratici ed era già così
nel giovane Saragat, nella sua ammirazione per Benedetto Croce, nel suo
amore per Goethe. Nella Torino di Pietro Gobetti e della sua sognata «Rivoluzione
liberale» e di Antonio Gramsci e del suo sognato «Ordine Nuovo», tutto
ciò che avanza e che fermenta senza imputridire è ispirato e intriso di
un vitalismo esagerato, un irrazionalismo potente che pretende di dover
distruggere per poter creare. La guerra ha cambiato tutto: si può vincere
con la forza, la forza è entrata nelle abitudini e, in fondo, la politica
non è che la continuazone della guerra con altre armi. Si può fare la
rivoluzione come in Russia o la controrivoluzione come in Italia. Bisogna,
innanzitutto, sbarazzarsi dei rinunciatari, dei codini e delle loro ubbie
liberali, socialdemocratiche, positiviste e gradualiste. Sul terreno
fecondato dall'arretratezza russa e dal messianesimo condito di lotta di
classe europea esplode l'Ottobre comunista, il colpo di Stato come
premessa e condizione della rivoluzione.
In Italia il Psi si frattura già scisso a destra con Mussolini
nazionalista, si scinde anche a sinistra con la frazione comunista che si
fa partito, che proclama una rivoluzione che non sa fare ma intanto
distrugge il partito che c'era. La storia racconta che Lenin pretese e
impose oltre i venti punti di resa totale alla potenza sovietica anche
l'espulsione di Turati e dei turatiani. La maggioranza fusionista e
massimalista del Psi - i cosidetti terzini - barcolla e poi cede. Il nido
espelle il padre e accoglie l'uovo del cuculo che farà di tutto per
sterminare la progenie.
Gli esempi di potenza vitalistica inebriano e inebetiscono una generazione
che cerca il suo scopo in una società inasprita, contratta e precipitata
nella modernità. Tra le fascinazioni del vitalismo fascista e
mussoliniano e quelle del rivoluzionarismo comunista, il giovanissimo
Saragat compie una scelta davvero ribelle, davvero grande e coraggiosa:
sceglie il vecchio maestro Turati e le turatiane vie maestre del
socialismo: la lotta di classe, non un «duello» mortale. La libertà di
tutti non si conquista con la dittatura di qualcuno o di qualcosa, fosse
anche l'Esercito della salvezza morale o l'Annata del bene comune. La
libertà e la democrazia non sono un optional, la lotta di classe motore
della storia ha come fine la libertà, perciò non può non avere come
mezzo la libertà; e non può esserci un interesse del proletariato
contrapposto all'interesse generale, non c'è una libertà borghese e una
libertà socialista, una libertà formale e una sostanziale, tale comunque
da giustificare la soppressione delle libertà esistenti. La democrazia
non è una macchinetta che automaticamente produce progresso per le classi
umiliate in assenza di una lotta costante, coerente, graduale.
Matteotti, Rosselli, Saragat, i giovani leoni che hanno scelto il Psu di
Turati abbandonando il vecchio Psi per non tradire libertà e democrazia.
Lottano contro il fascismo e contestano il comunismo. Unità d'azione, ma
ciascuno con la sua storia: l'obiettivo non può essere la rivoluzione,
non deve essere una dittatura da contrapporre a un'altra dittatura:
l'obiettivo è la democrazia, le libertà pubbliche, la repubblica. Poiché
ha tenuto il punto in quel momento tragico, dopo l'assassinio di Matteotti
e dopo quelli di Amendola e di Gobetti e ancora dopo l'assassinio dei
Rosselli, Giuseppe Saragat non poteva non tenere lo stesso punto quando si
trattò di alleare l'Italia alla Nato, all'Occidente libero e all'Europa
democratica. In verità la scelta era la medesima anche se il contesto era
finalmente cambiato perché il fascismo era stato effettivamente debellato
e sconfitto. Di nuovo, nel secondo dopoguerra, nel momento di una nuova
accecante crisi della maggioranza socialista contro Nenni divenuto
segretario generale, che lo aveva definito «il migliore di tutti noi»,
Saragat deve scegliere e, di nuovo, sceglie una posizione
indipendentemente dal calcolo realistico delle forze interne. Di nuovo
sceglie le sue libere convinzioni, il dovere di affermarle e di
rappresentarle, e di nuovo esse si svolgono in piena coerenza con la
visione di sempre, con i comportamenti di sempre.
Negli anni della ricostruzione e nelle angustie del centrismo, Saragat non
smise di battersi in difesa dell'equilbrio democratico possibile, con
lucida determinazione politica e anche tattica, sempre personalmente
disinteressato, sempre amico di molti e sempre intimo solo con se stesso.
Indimenticate le battaglie sul fronte sociale, secondo una schietta
ispirazione pragmatica: lotta all'inflazione e alla disoccupazione,
riscatto del sud, riforma agraria, case scuole e ospedali. Toglatti,
Pajetta, Longo e Berlinguer sono i segugi e i rapaci che lo braccano e lo
artigliano: «socialdemocristiano» e poi «socialfascista» e «socialtraditore»
rinverdiscono, nel clima infuocato ma non sanguinario degli anni
Cinquanta, gli epiteti e gli scontri di mezzo secolo concentrati e spesi
sull'unica questione davvero essenziale: America o Russia, libertà o
comunismo?
Tutte le ragioni che Saragat ha accumulato da allora rischiano solo di
ombreggiare e di quietare la forza di contestazione invincibile di un uomo
e di una minoranza che deve lottare con i compagni per affermare un'idea
umana del socialismo. Amici mi hanno raccontato che quando Giuseppe
Saragat era annunciato per un comizio in qualche piazza della Padania o
dell'Emilia rossa, i militanti comunisti si passavano parola di
presentarsi al comizio con la giacca rivoltata: bisognava far capire al
popolo che quello era un voltagabbana. Forse solo Bettino Craxi dopo
Giuseppe Saragat ha conosciuto un odio così sistematico e così profondo.
Esorcismi e diffamazioni così smisurate si possono nutrire solo verso chi
ha smascherato errori e delitti apparentemente di famiglia e dunque con un
alto grado di credibilità.
Temeva la repubblica presidenziale e i rischi di derive bonapartiste ma
esercitò in sommo grado la funzione governante del Presidente della
Repubblica per impedire quello che Berlinguer auspicava: governi in balia
dell'assemblea parlamentare. L'esperienza di certe maggioranze socialiste
e dei loro metodi a fronte delle prove di De Gasperi e della Dc, per non
dire delle forze di democrazia laica a cominciare dal Pri di Ugo La Malfa
e dell'ininterrotto dialogo con Pietro Nenni, lo confermarono nelle
collaborazioni elettorali e di governo del centrismo e del centrosinistra.
Non rinunciò mai all'obiettivo della riunificazione socialista e nemmeno
all'appuntamento con il cambiamento del Pci. Ma poiché il Pci non
cambiava, Saragat mantenne ferma la sua contestazione e la sua scelta.
L'eredità di Saragat è inequivoca, può essere ambita, non disputata. È
l'eredità della più schietta e lungimirante tradizione del socialismo
italiano: del marxismo umanista e democratico, impegnato nella
collaborazione tra quel che allora era la classe operaia non comunista e i
ceti medi, quel che allora erano il mondo cattolico e la democrazia laica
e socialista. Arciconvinto che senza quella scelta la Dc sarebbe finita in
balia dei condizionamenti clericali e dei revenants del fascismo, mentre
la sinistra comunista era stalinista e quella socialista riceveva il
premio Stalin.
L'eredità di Saragat è inequivocabile: essa tuttavia non appartiene solo
a coloro che lo compresero allora, che lo seguirono, che lo amarono;
appartiene a un interesse più generale, legato anche alla sua personalità
- amico di molti, intimo di nessuno - e soprattutto appartiene alla
profonda connessione tra le sue libere convinzioni e le sue libere scelte.
Non possiamo coprirci dietro le sue spalle, caricare a lui le nostre
responsabiltà, eventuali abusi o anche semplici fraintendimenti. Troppa
acqua è passata sotto i ponti per paragonare i dilemmi di ieri e quelli
di oggi, la situazione di ieri e quella di oggi. Come sono anche
lontanamente affrontabili le due guerre mondiali e le due guerre civili
italiane che ne seguirono, con questa fine secolo che ci siamo appena
lasciati alle spalle? Tutto sembra nuovo e inedito, un incipit continuo,
mercuriale, parossistico e chiunque accenni alla memoria, anche solo per
tenerne conto, per non ripetere gli errori più triviali, è già
nostalgico, vecchio e superato. Forse l'analogia è solo un'impressione,
eppure negli anni Novanta mi è parso di vivere un terzo dopoguerra. Non
c'è stata un'aperta guerra civile come negli anni Venti e negli anni
Quaranta. Però l'analogia ha più di un addentellato. Era finita la terza
guerra mondiale, una guerra diversa, una guerra fredda combattuta con armi
non tradizionali, né prevalentemente militari né apertamente golpiste.
Una neonata, fragile democrazia che pur ha condotto l'Italia dalla
distruzione postbellica alla rivoluzione industriale post-contadina e da
questa alla società dell'informazione, entro un sistema di regole e
soprattutto di abitudini largamente consociative tra la maggioranza e
l'opposizione giunta a nuovi dilemmi, questa volta, una volta di più,
imposti dall'agenda internazionale. Una volta di più tra la
modernizzazione del Paese - a partire dalla modernizzazione del suo
assetto politico - e la sua coerenza democratica si è incuneato il
problema comunista. Crollato il comunismo internazionale, cambiato il nome
e in cerca di un riposizionamento sul mercato politico, il Pci-Pds con le
sue contorsioni, i suoi paludamenti, le sue scissioni si è salvato
imponendo all'opinone pubblica, circuitata tra Procure e media, l'evidenza
della sua diversità morale rispetto alla corruttela generale. Mentendo,
ma mentendo sistematicamente, ha sconfitto, delegittimandoli moralmente,
gli avversari e, cioè, partiti e uomini che avevano governato contro di
loro e con loro l'Italia. I «ragazzi di Berlinguer» hanno imparato la
lezione alla perfezione ma gli italiani ormai li «leggono», li
prevedono, li precedono, anche grazie a Giuseppe Saragat.
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