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LA STAMPA SABATO 21 AGOSTO 2004

Richard Sennett
Rispetto. La dignità umana
in un mondo di diseguali
a cura di Gabriella Turnaturi
il Mulino, pp. 264, €15,50
VITA
Richard Sennett è nato nel 1943 a Chicago. Ha compiuto i suoi studi presso l'Università di Chicago, laureadosi con il massimo dei voti nel 1964, e ad Harvard, dove ha conseguito il Ph.D. nel 1969. Professore Incaricato alla Yale University dal 1967 al 1968, dal 1969 al 1971 diventa direttore di un programma di studio sulla famiglia urbana presso il Cambridge Institute e, sempre nel 1971, viene eletto Membro di Facoltà alla New York University. Attualmente insegna sociologia presso la London School of Economics e sociologia e storia alla New York University. Nel 1975 ha fondato il New York Institute for the Humanities, che ha diretto fino al 1984. Dal 1988 al 1993 è stato direttore della Commissione sugli Studi Urbani dell'UNESCO e dal 1996 dirige il Council on Work.. È membro dell'American Academy di Roma e dell'American Academy of Arts and Sciences. Nel 1999 è stato insignito del premio "Friedrich Ebert" per la sociologia.
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La "guerra del vetro" è uno dei tanti esempi
di conflitti razziali che si registrarono attorno alla metà del secolo scorso in un quartiere di edilizia
popolare al centro di Chicago, progettato dagli amministratori per combattere la segregazione
razziale. L'intento era di far abitare su uno stesso territorio bianchi e neri,
cercando una soluzione urbanistica al problema dell'integrazione sociale. Di fatto,
le tensioni erano all'ordine del giorno in questa comunità mista di neri, bianchi poveri e
persone con disturbi vari. E coinvolgevano anche i minori.
La guerra del vetro era combattuta proprio da gruppi contrapposti di bambini bianchi e
neri, che prendevano posizione in edifici vuoti e abbandonati situati sui due lati della
strada. Il gioco consisteva nel lanciare pezzi di vetro da un edificio all'altro. Quando un
avversario dall'altra parte si tagliava, si segnava un punto.
Un giorno, una bambina nera ebbe la peggio e fu portata dai compagni in ospedale.
In luogo di avvisare la famiglia, l'ospedale avvertì la polizia, che a sua volta chiamò la
scuola, la quale fece intervenire un plotone di assistenti sociali che occuparono il quartiere.
Solo quando tutto fu sotto il controllo degli specialisti, i genitori vennero a conoscenza
dell'accaduto. Le reazioni furono rabbiose. Gli adulti bianchi si sentirono
espropriati del loro ruolo parentale, mentre i genitori neri se la presero con i loro figli
per aver attirato l'attenzione delle autorità e per averli esposti al rischio di rappresaglie.
Nel ricordare avvenimenti come questi, il sociologo americano Richard Sennett chiama
in causa la "domanda di rispetto". La degradazione di quella comunità era
imputabile, tra l'altro, a due fattori capaci di minare il sentimento di stima e di amor
proprio dei residenti: anzitutto il senso di dipendenza dall' aiuto sociale da parte degli
adulti, che nella cultura americana è sinonimo di umiliazione; oltre a ciò, lo stare in un
ambiente in cui non si ha il controllo sulla propria vita. E' la mancanza di rispetto tipica
di chi "non viene visto" o non è considerato come un essere umano a pieno titolo.
Come trattare, dunque, le questioni della disuguaglianza favorendo il rispetto reciproco?
E' possibile fare assistenza e promuovere solidarietà in una società di diseguali,
senza creare dipendenza? Come tenere insieme la garanzia dell'eguaglianza e il rispetto
per le differenze di ciascun individuo? Come sollecitare i giovani più svantaggiati a scoprire
un loro protagonismo? Quali sono le politiche assistenziali più adatte ad alimentare
il riconoscimento reciproco, a favorire rapporti di interdipendenza? Quanto le identità
individuali e collettive sono condizionate dalle politiche di welfare prevalenti?
A questi interrogativi Richard Sennett (che insegna attualmente alla London School
of Economics) dedica il suo ultimo libro, Rispetto, che da un lato si pone in continuità
con i suoi precedenti ed affermati lavori e dall'altro disegna nuovi sviluppi e prospettive.
La continuità è data dai temi della solidarietà e del riconoscimento, da come si
forma l'identità individuale e collettiva in una società flessibile, dal confronto tra soggetti
ed esperienze diverse che si produce nella sfera pubblica ecc. La novità è invece rappresentata
da un Sennett che, rinnegando lo stile e le idee del passato, dà al suo ultimo
lavoro un taglio autobiografico.
Il "Cabrini Green" di Chicago non è un villaggio qualunque, ma il quartiere in cui
l'autore ha vissuto la sua infanzia, un luogo dove egli ha fatto esperienza di che
cosa significhi (come nota Gabriella Turnaturi nella presentazione dell'edizione italia del
volume) «essere considerati “oggetti”, sia pure di carità e assistenza, piuttosto che persone
». La vocazione narrativa di Sennett ci introduce poi in altre sue esperienze di vita,
quali l'impegno della madre come assistente sociale, la fine della sua carriera di promettente
violoncellista per un' operazione sbagliata alla mano sinistra, la discriminazione
subita da una sua compagna (che era di colore), le sue esperienze di giovane ricercatore
a Boston, l'impegno nella Nuova Sinistra americana ecc. Tutti passaggi biografici
che alimentano la riflessione del sociologo sulle condizioni più favorevoli per garantire il
rispetto e la dignità umana in un mondo di diseguali.
Ne emerge un saggio molto gradevole ed acuto, che non rende ragione soltanto del
perché un sociologo debba interessarsi di temi importanti quali la relazione con l'altro,
la solidarietà, lo stato sociale; ma che ci offre anche uno spaccato di come - a
partire da una certa sensibilità - si diventi sociologi riflettendo sulle esperienze del proprio
intorno immediato, in una interazione continua tra vissuto e teoria sociale.
Nel trattare il tema della disuguaglianza, Sennett affronta molti nodi sociali. Il
quartiere “Cabrini Green” di Chicago prese il nome da una suora italiana emigrata oltre
cent'anni fa negli Stati Uniti, che sposò la causa degli immigrati poveri in America. Madre
Cabrini era l'espressione di una carità conclamata, che faceva della solidarietà e della
compassione un impegno pubblico ed esplicito. Non si è trattato solo di sentimento o
di pura assistenza, in quanto la carità ha prodotto nel tempo scuole, ospedali, consultori.
A fianco di queste forme di impegno, ne sono emerse altre più laiche e discrete, orientate
a non far pesare la condizione di privilegio sottesa in chi è in grado di elargire e di offrire. Il
principio base del welfare laico è assistere senza compatire, e ad esso si ricollegano le
politiche di riforma che puntano su uno stato che offra alla gente «il denaro di cui ha
bisogno per vivere, per poi lasciarla vivere». L'eliminazione del bisogno materiale renderà
le persone più uguali socialmente e rafforzerà così le possibilità di un autentico
rispetto reciproco. Pur non distante da questi orientamenti, qui emerge la riflessione
non convenzionale di Sennett, che proprio a partire dalla sua esperienza si chiede: è possibile
rimuovere la compassione dal rapporto con i diseguali, dalle politiche di
welfare?
Assistere senza compatire non è una versione troppo fredda e senza cuore del rispetto reciproco?
Il volto moderno della compassione consiste nel ripensare il nesso tra autonomia e
dipendenza. Si tratta di scegliere modalità di assistenza e di aiuto che non manchino di
rispetto e di riconoscimento, che permettano a chi riceve di superare uno stigma negativo
e «di percepirsi come soggetto a pieno titolo, partecipando alla definizione delle condizioni
della propria dipendenza».
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