Nuovo Caffè Letterario11 settembre 2001

[Web e Politica]


Terrorismo E… "male occulto"

di Patriccia Dunion


Materiale gentilmente fornito e tratto da
"CAPIRE - Quaderni di Inchiesta",
mensile diretto da
Gian Paolo Pucciarelli cotbwp@tin.it

Nelle edicole centrali di:
Roma, Milano, Genova, Firenze, Bologna e Versilia


 

Libertà perduta?

 Osservando sbigottiti le immagini dell'ecatombe di Manhattan, sentivamo l'ostinazione della mente e del cuore nel continuare a chiederci se tutto fosse realmente vero.
La solidarietà con il popolo americano, la pietà e il rispetto per quelle migliaia di vittime innocenti, la commozione nel vedere la più grande Potenza mondiale in ginocchio, sono sentimenti che abbiamo provato, insieme alle nostre paure di sempre.
La paura di essere tutti improvvisamente meno liberi di prima, dopo quel tragico
11 settembre, diventava certezza con il trascorrere delle ore e dei giorni. Una paura, le cui forme embrionali erano presenze subdole e latenti con le quali abituammo a convivere le nostre coscienze, imparammo a costruire civiltà e culture di uomini liberi, con questo pensiero e tormento, riposti forse in angoli non tanto remoti della nostra mente, ma spesso inconsciamente ignorati: che la libertà non fosse soltanto un dono, ma un diritto elevato a potenza mondiale, tanto solido e gigantesco da illuderci di poter forse considerare ingiustificate le nostre apprensioni, di poter scongiurare ogni minaccia alla Libertà con la semplice pressione di un pulsante, annientare in pochi minuti chiunque la mettesse in pericolo.
E se ci uniamo, commossi, alla preghiera "God Bless America" che si leva da ogni angolo degli Stati Uniti, e constatiamo di essere stati deprivati con il vile attentato di New York di buona parte della nostra cultura, non possiamo fare a meno di pensare che questa paura di perdere la libertà andrà sicuramente crescendo nei giorni a venire. Non tanto perché pensiamo che sarà difficile infliggere la giusta punizione ai colpevoli (individuati ora in Bin Laden, ora in altri gruppi terroristici del fondamentalismo islamico) senza rendersi responsabili di altri olocausti, senza dover dopo ammettere che la libertà, quella universale, di cui l'America è da secoli simbolo, è invece un colosso dai piedi d'argilla.

Il Bene e il Male

 Ma quanto perché temiamo che le ritorsioni saranno con molta probabilità (come vuole gran parte degli americani) atti di guerra che potrebbero innescare reazioni a catena con gli scenari che ben possiamo immaginare.
La nostra paura accrescerà anche perché l'eterno conflitto tra Bene e Male, sembra attuarsi da tempo in un sinistro "scambio di ruoli", e si riflette sullo scontro fra due culture, quella araba e quella occidentale: l'islamismo in genere (anche nelle forme meno radicali) tende ad attribuirsi il ruolo di interprete del Bene, in opposizione al Male, che esso identifica nel miscredente (contro il quale il Corano stesso ordina di combattere malgrado le riforme dei secoli scorsi predichino moderatismo e pacifismo). I "seguaci" della civiltà dei consumi e del capitalismo occidentale diventano invece il preciso obiettivo dell'integralismo che considera il massacro delle Twin Towers, atto che il mondo civile unanimemente condanna, un'azione voluta dal Bene contro il Male che esse rappresentavano.

I nostri timori si dimostrano fondati quando osserviamo il ruolo della politica internazionale di un Occidente forse troppo maturo, ma talvolta disattento nell'assumere la difficile identità di Bene al cospetto di tutti (in senso "globale"), illudendosi di rappresentarlo per il mondo intero. Una presunzione "politica", ben evidenziata nelle recenti contestazioni "antiglobal" che agli occhi del "terzo mondo" non depone certo a favore di una verosimile identificazione del Bene stesso nell'Occidente delle grandi potenze industriali. La nostra paura è dunque motivata dal fatto che questo non facilita l'isolamento del terrorismo, ma ne costituisce ulteriore "alibi", soprattutto quando esso trae origine dal fanatismo religioso dell'integralismo islamico, naturalmente incline a dividere la realtà tra forze del Bene e forze del Male (ovviamente secondo il proprio punto di vista).

Inconsapevole "consenso"

 Un inquietante scenario si propone dunque se pensiamo che il terrorismo presume di trarre enorme vantaggio dall'indiretto e forse inconsapevole "consenso"di quelle regioni del pianeta che soffrono gli effetti del neocapitalismo occidentale, e sarebbero indotte a indicare nell'Occidente il nemico, l'interprete di quelle forze del Male appunto, che il terrorismo islamico colpisce. L'attentato spettacolare e senza precedenti al World Trade Center di New York si spiegherebbe per questo. L'obiettivo era distruggere il nemico di Allah, ma anche il simbolo del commercio mondiale, del capitalismo, del liberismo esasperato, il centro di raduno in cui ferve l'attività - qualcuno ha detto - degli "affamatori del mondo".

Il terrorismo islamico ha dimostrato probabilmente di aver superato una fase cruciale che gli impediva di compiere azioni di dimensioni e portata uguali a quella mostruosa e catastrofica del World Trade Center, appunto perché ritiene ora di poter contare sull'implicita "solidarietà"dei Paesi poveri che individuano nell'Occidente delle nazioni industrializzate, nella patria del capitalismo, gli Stati Uniti, un comune nemico. Ipotesi tutt'altro che inverosimile, se pensiamo che l'escatologia islamica (quella fondamentalista, per lo meno) è impostata sulla prevista diffusione della fede del Corano sull'intera Terra, ed estremamente pericolosa, se pensiamo che i potenti sistemi di intelligence occidentali incontrano crescenti difficoltà nell'isolare il terrorismo e nel localizzarlo.
Ecco perché la prima reazione all'immane tragedia di New York è stata una dichiarazione di guerra. Ma contro chi o contro cosa? Un terrorista che sfugge ai controlli, si annida subdolamente nel cuore degli Stati che intende colpire, agisce vigliaccamente facendo strage di innocenti, si avvale di connivenze occidentali e islamiche e, come abbiamo configurato, dell'inconsapevole "consenso" di un buon terzo della popolazione affamata del pianeta, rappresenta un modello da esaminare con più attenzione.

Scontro di culture

 Un'attenzione "politica", seguita da un'altra particolare attenzione.
La prima sembra essere quella che è mancata a George W. Bush, quando si è mostrato riluttante ad affrontare la questione palestinese, e a intervenire nei negoziati arabo-israeliani, come auspicato da tutto il mondo arabo moderato.
La seconda, più complessa, investe la sfera sociale europea, americana e mondiale, riguarda risorse energetiche come il petrolio e la diretta dipendenza dal mondo arabo, e prevede un più esteso esame del sistema economico e produttivo occidentale o dei cosiddetti Grandi che si esprime nelle forme di un crescente, esasperato liberismo.
E' stata definita attenzione verso un "Male Occulto". Un male "istituzionalizzato" nella società del terzo millennio, che provoca dissenso, sfiducia nelle istituzioni interne e internazionali, alimenta la protesta, espressa quasi sempre nelle forme violente dell'eversione organizzata, del terrorismo, di diversa matrice evidentemente rispetto al terrorismo islamico, ma con esso perversamente solidale.
Il temuto scontro di culture (araba e occidentale) è un pericolo non di oggi, quando si auspica, dopo la tragedia di New York, la collaborazione degli Stati arabi moderati per isolare e localizzare i terroristi assassini, punirli esemplarmente, evitando di rispondere ad una strage con un'altra, forse di doppie o triple proporzioni, ma risale a più di cinquant'anni fa, con la costituzione dello Stato di Israele. Lo scontro di culture si è manifestato in tempi più recenti ed è stato in parte scongiurato, in occasione della Guerra del Golfo del '91, quando tonnellate di bombe furono lanciate su Baghdad, in difesa dell'indipendenza del piccolo Kuwait, ma anche in difesa dell'enorme interesse americano nel petrolio arabo. Interesse minacciato da un fondamentalista "sui generis", come Saddam Hussein, che contava sull'appoggio, se non formale, almeno solidale di gran parte della Lega araba. Il prolungato embargo nei confronti dell'Iraq non rappresenta forse anch'esso un atto tipico compiuto nell'ambito di un confronto fra civiltà, trasferito sul piano economico? Ed è solo una coincidenza il fatto che fosse allora Presidente degli Stati Uniti George Bush, protagonista con Saddam Hussein di quello scontro di culture, più semplicemente chiamato guerra, e ora a dieci anni di distanza, il terrorismo islamico colpisca l'America presieduta dal figlio George W. Bush, con l'esecrando attentato alle Twin Towers, perpetuando lo stesso scontro di culture, di cui il padre si era reso interprete dieci anni prima? Malgrado la solidarietà dimostrata agli Stati Uniti e la ferma condanna dell'attentato di New York, il mondo arabo difficilmente rinuncia alla propria tradizione culturale e religiosa e, pur nelle divisioni politiche interne, trova in essa un valido motivo per opporsi alla civiltà occidentale.

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Collaborazione agli USA dal mondo arabo

 Il fattore chiave, era, ancor prima dell'attentato a Manhattan, una attenta valutazione dell'atteggiamento di Stati e popoli islamici nei confronti del terrorismo.
E una disponibilità ad un intervento diplomatico da parte degli Stati Uniti nella questione palestinese avrebbe sicuramente trovato in Yasser Arafat ancora l'uomo giusto per coordinare quella collaborazione del mondo arabo che è oggi richiesta.
Con il senno di poi, l'Amministrazione Bush ha finalmente capito che la politica internazionale americana deve avere un ruolo preminente nella questione mediorientale.
Qualche mese fa, il presidente egiziano Mubarak volò a Washington con la speranza di coinvolgere Bush nel problema del Medio Oriente.
Dopo l'escalation della violenza fra Palestinesi e Israeliani, il leader del più solido e potente Stato Arabo sperò allora di convincere un riluttante Bush a disporre un tavolo di trattativa per risolvere il problema dei territori Palestinesi. Ma Bush sembrò non volersi immischiare nel problema del Medio Oriente.
Dopo il summit dei Paesi Arabi, Mubarak dichiarò anche che gli USA non avrebbero potuto dimostrarsi a lungo indifferenti al problema mediorentale. Il loro sforzo avrebbe dovuto tendere alla riduzione del divario che divide Palestinesi e Israele nella ricerca di un accordo.
All'ultimo summit i leader dei paesi arabi moderati avevano espresso opinioni e rilasciato dichiarazioni molto pesanti nei confronti di Israele. E si trovavano d'accordo nel ristabilire una politica di boicottaggio ed embargo nei confronti dello Stato ebraico.
Mubarak dichiarò allora che la situazione era estremamente tesa.

I tanti "no" di Bush

 Al summit arabo tutti espressero un fermo dissenso in merito al "no" degli Stati Uniti sulla proposta di una risoluzione dell' ONU di inviare osservatori internazionali nelle aree palestinesi. Il presidente egiziano mandò un messaggio agli Stati Uniti, scongiurandoli di non opporsi a tale risoluzione. La risposta di Bush fu un "no" deciso. E la delegazione araba ha da allora cambiato le carte in tavola. Non si potè far nulla per evitare questo cambiamento di posizione. Il boicottaggio, deciso contro Israele, fu un grave atto da parte della Lega Araba, che pur vedeva contrari Egitto e Giordania.
Eppura ancora Arafat, malgrado la critica vedesse in lui una sorta di leader virtuale, sembra ora, dopo l'attentato di New York, riuscito a portare un temporaneo ma beneaugurate vento di tregua tra Israele e Palestina: il rapporto tra Ebrei e Palestinesi sembra essere la chiave per l'auspicata collaborazione tra mondo arabo moderato e Stati Uniti.

L'Olp avrebbe da tempo dovuto dichiararsi Stato indipendente. Richard Haas, collaboratore del Segretario di Stato, Colin Powell, avanzò questa ipotesi nello scorso ottobre, come un primo passo da compiere verso la soluzione del problema palestinese. Gli Stati Uniti avrebbero forse dovuto riconoscere che loro interesse principale in Medio Oriente era quello di offrire stabilità politica ai vecchi alleati, gli Stati Arabi moderati. Nazioni come l'Egitto, Arabia Saudita e Giordania, erano state profondamente scosse dagli attacchi terroristici e antiterroristici avvenuti in Israele. Le popolazioni arabe in queste terre, frustrate dai regimi che le governano, hanno sempre avuto tendenza ad identificare le proprie istanze con l'ormai romanzata causa palestinese. In un tale clima l'America avrebbe forse dovuto mostrare di essere disponibile a sostenere inequivocabilmente queste regioni, e non i loro regimi.
Certamente sembravano essersi esaurite tutte le vie che Arafat aveva recentemente percorso, come la visita alla Casa Bianca, proposte di cooperazione per la sicurezza, richiesta di aiuto. Nobile quanto inutile sforzo.

Scenari di guerra

 Israeliani e Palestinesi dovrebbero invece cominciare a pensare a un serio e realistico progetto di equa divisione dei territori. Questo il presupposto di un'attiva cooperazione del mondo arabo con gli Stati Uniti, il solo mezzo per localizzare i terroristi e punirli.
Tuttavia un drammatico scenario di guerra si potrebbe prospettare se dalla volontà di cooperazione dei governi islamici si dissociassero le rispettive popolazioni, o parti di esse.
Ma cominciamo con l'Iraq.
Saddam Hussein si è astenuto dal commentare l'offensiva terroristica contro New York. E pare abbia ammonito Bush, consigliandogli di evitare rappresaglie contro l'Iraq. Sembra certo uno stretto legame tra Saddam e Osama Bin Laden, che peraltro ha smentito di essere responsabile dell'attentato alle Twin Towers.
Insieme all'Afghanistan dei Taliban, l'Iraq correrebbe seri rischi di essere bombardato.
La Siria del neo-presidente Assad offre da sempre protezione ai terroristi palestinesi, e sembra difficile che possa cooperare con gli Stati Uniti, anche per le cospicue forniture petrolifere che riceve da Saddam Hussein.
L'Arabia Saudita è una roccaforte dei militanti di Bin Laden. Un vero proprio esercito di fondamentalisti, pronti a insorgere in caso di attacco americano. Ricordiamo che i terroristi suicidi dell'attentato di New York avevano passaporti sauditi. Potrebbe essere il primo obiettivo dei bombardieri americani.
Lo Yemen del presidente Abdallah Saleh sarebbe disposto ad una soluzione politica che preveda un atteggiamento neutrale. Proposta inaccettabile, poiché il Paese arabo ospiterebbe e nasconderebbe migliaia di militanti islamici legati a Bin Laden.
In Sudan trovò rifugio lo stesso Bin Laden nel 1996. Nel '98 il paese subì un pesante bombardamento missilistico americano, per un presunto coinvolgimento negli attentati alle ambasciate di Nairobi e Dar es Salam: Il regime del Generale Al Bashir, che ha espresso solidarietà agli Stati Uniti, auspica una soluzione pacifica.
L'Iran è in una posizione contraddittoria. Infatti, nemico dei Taliban per la repressione della minoranza sciita afgana, il presidente moderato Khatami sarebbe favorevole a un intervento contro l'Afghanistan. Tuttavia molti ayatollah sarebbero ostili all'America.
Il Pakisthan vede il proprio presidente Musharraf di fronte a una difficile scelta. Il suo governo militare è tradizionalmente filo-americano, mentre la base popolare simpatizza per i Taliban e Bin Laden.
Per quanto riguarda la Palestina, a parte quanto già espresso nelle note che precedono, Arafat ha raggiunto recentemente un accordo con Sharon per una tregua, e ha espresso solidarietà a Bush.
Anche l'Egitto sarebbe costretto a fronteggiare una forte opposizione filo-islamica a Israele e agli Usa. I Fratelli Musulmani si sono schierati con i Taliban. Da Mubarak giunge la richiesta
di coinvolgere l'ONU, prima di prendere ogni decisione.

Il "male occulto"

 Riserviamo le note conclusive di questo nostro modesto contributo ai tanti commenti sull'attentato di New York, riportando un passo del libro di Jeremy Rifkin "Ecocidio", che apparentemente non avrebbe alcuna relazione con l'atto terroristico, e le varie forme di terrorismo trascorso e rinascente, ma potrebbe costituire motivo di riflessione sull'argomento cui abbiamo accennato nel redigere questo articolo. Esso riguarda l'eterno conflitto fra Bene e Male, e si riferisce al cosiddetto "Male occulto", un male "istituzionalizzato", in gran parte "prodotto" del moderno consumismo. Come sosteniamo nel nostro servizio, questo tipo di male, profondamente radicato nella società contemporanea, può aver favorito le forze del Male senza attributi, che si manifestano in ogni tipo di terrorismo. Per questo esso avrebbe malvagiamente preteso di esprimersi per la prima volta in modo così spettacolare e distruttivo. Nel caso riportato, ci sembrano marginali i riferimenti all'ecosistema e alla catena alimentare impostata sulla sovrapproduzione di carne bovina.

"La riprovazione morale continua a essere legata a atti di individuale malvagità; se un membro della società commette un atto di violenza, priva il suo prossimo della vita, della proprietà o della libertà, l'individuo e il suo gesto sono universalmente condannati. Il male è manifesto, visibile, diretto e passibile di giudizio. Il mondo moderno riconosce il male individuale che cagiona un danno diretto ad altri individui. Non sa ancora riconoscere una nuova e ben più pericolosa forma di male, che ha premesse tecnologiche, imperativi istituzionali e obiettivi economici. La società contemporanea continua a tutelarsi dal male individuale e diretto, ma ancora non è riuscita a integrare nella propria griglia morale di riferimento il senso di giusta indignazione e di riprovazione morale nei confronti della violenza istituzionalmente certificata. ……Ma cosa accade di un altro genere di malvagità: quella implicita all'origine, nelle premesse medesime su cui si fondano le istituzioni? La chiesa accenna, con molta timidezza, all'idea di combattere "le potenze e i principati terreni", ma anche qui riconosce solo un concetto tradizionale di moralità……. Cosa dire invece del male che scaturisce da metodi razionali di confronto, obiettività scientifica, riduzionismo meccanicista, utilitarismo ed efficienza economica?
…… Questo male occulto viene inflitto a distanza, è un male camuffato da strati sovrapposti di veli tecnologici e istituzionali; un male così lontano nel tempo e nel luogo, da chi lo commette e da chi lo subisce, da non lasciar sospettare o avvertire alcuna relazione causale. E' un male che non può essere avvertito, data la sua natura impersonale.
…… E' probabile che i proprietari dei negozi in cui si vende carne di bovini nutriti a cereali, non avvertano mai, personalmente, la disperazione delle vittime della povertà, di quei milioni di famiglie allontanate dalla propria terra per fare spazio a coltivazioni di prodotti destinati esclusivamente all'esportazione. E che i ragazzi che divorano cheeseburgers in un fast-food non siano consapevoli di quanta superficie di foresta pluviale sia stata abbattuta e bruciata per mettere a loro disposizione quel pasto.
…….nel mondo moderno, freddo e calcolatore… abbiamo appiattito la ricchezza organica dell'esistenza, trasformando il mondo che ci circonda in astratte equazioni algebriche, statistiche e standard di performance economica. Il male occulto viene perpetuato da istituzioni e individui mossi da principi organizzativi razionali, che a far loro da guida per scelte e decisioni hanno solo forze di mercato e obiettivi utilitaristici.
"


 

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