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di Patriccia Dunion
Materiale gentilmente fornito e tratto da
"CAPIRE - Quaderni di Inchiesta",
mensile diretto da
Gian Paolo Pucciarelli cotbwp@tin.it

Nelle edicole centrali di:
Roma, Milano, Genova, Firenze, Bologna e Versilia
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Libertà perduta?
Osservando sbigottiti le immagini
dell'ecatombe di Manhattan, sentivamo l'ostinazione della mente e del
cuore nel continuare a chiederci se tutto fosse realmente vero.
La solidarietà con il popolo americano, la pietà e il rispetto per
quelle migliaia di vittime innocenti, la commozione nel vedere la più
grande Potenza mondiale in ginocchio, sono sentimenti che abbiamo
provato, insieme alle nostre paure di sempre.
La paura di essere tutti improvvisamente meno liberi di prima, dopo quel
tragico
11 settembre, diventava certezza con il trascorrere delle ore e dei
giorni. Una paura, le cui forme embrionali erano presenze subdole e
latenti con le quali abituammo a convivere le nostre coscienze,
imparammo a costruire civiltà e culture di uomini liberi, con questo
pensiero e tormento, riposti forse in angoli non tanto remoti della
nostra mente, ma spesso inconsciamente ignorati: che la libertà non
fosse soltanto un dono, ma un diritto elevato a potenza mondiale, tanto
solido e gigantesco da illuderci di poter forse considerare
ingiustificate le nostre apprensioni, di poter scongiurare ogni minaccia
alla Libertà con la semplice pressione di un pulsante, annientare in
pochi minuti chiunque la mettesse in pericolo.
E se ci uniamo, commossi, alla preghiera "God Bless America"
che si leva da ogni angolo degli Stati Uniti, e constatiamo di essere
stati deprivati con il vile attentato di New York di buona parte della
nostra cultura, non possiamo fare a meno di pensare che questa paura di
perdere la libertà andrà sicuramente crescendo nei giorni a venire.
Non tanto perché pensiamo che sarà difficile infliggere la giusta
punizione ai colpevoli (individuati ora in Bin Laden, ora in altri
gruppi terroristici del fondamentalismo islamico) senza rendersi
responsabili di altri olocausti, senza dover dopo ammettere che la
libertà, quella universale, di cui l'America è da secoli simbolo, è
invece un colosso dai piedi d'argilla.
Il Bene e il Male
Ma quanto perché temiamo che le ritorsioni
saranno con molta probabilità (come vuole gran parte degli americani)
atti di guerra che potrebbero innescare reazioni a catena con gli
scenari che ben possiamo immaginare.
La nostra paura accrescerà anche perché l'eterno conflitto tra Bene e
Male, sembra attuarsi da tempo in un sinistro "scambio di
ruoli", e si riflette sullo scontro fra due culture, quella araba e
quella occidentale: l'islamismo in genere (anche nelle forme meno
radicali) tende ad attribuirsi il ruolo di interprete del Bene, in
opposizione al Male, che esso identifica nel miscredente (contro il
quale il Corano stesso ordina di combattere malgrado le riforme dei
secoli scorsi predichino moderatismo e pacifismo). I "seguaci"
della civiltà dei consumi e del capitalismo occidentale diventano
invece il preciso obiettivo dell'integralismo che considera il massacro
delle Twin Towers, atto che il mondo civile unanimemente condanna,
un'azione voluta dal Bene contro il Male che esse rappresentavano.
I nostri timori si dimostrano fondati quando osserviamo il ruolo della
politica internazionale di un Occidente forse troppo maturo, ma talvolta
disattento nell'assumere la difficile identità di Bene al cospetto di
tutti (in senso "globale"), illudendosi di rappresentarlo per
il mondo intero. Una presunzione "politica", ben evidenziata
nelle recenti contestazioni "antiglobal" che agli occhi del
"terzo mondo" non depone certo a favore di una verosimile
identificazione del Bene stesso nell'Occidente delle grandi potenze
industriali. La nostra paura è dunque motivata dal fatto che questo non
facilita l'isolamento del terrorismo, ma ne costituisce ulteriore
"alibi", soprattutto quando esso trae origine dal fanatismo
religioso dell'integralismo islamico, naturalmente incline a dividere la
realtà tra forze del Bene e forze del Male (ovviamente secondo il
proprio punto di vista).
Inconsapevole "consenso"
Un inquietante scenario si propone dunque se
pensiamo che il terrorismo presume di trarre enorme vantaggio
dall'indiretto e forse inconsapevole "consenso"di quelle
regioni del pianeta che soffrono gli effetti del neocapitalismo
occidentale, e sarebbero indotte a indicare nell'Occidente il nemico,
l'interprete di quelle forze del Male appunto, che il terrorismo
islamico colpisce. L'attentato spettacolare e senza precedenti al World
Trade Center di New York si spiegherebbe per questo. L'obiettivo era
distruggere il nemico di Allah, ma anche il simbolo del commercio
mondiale, del capitalismo, del liberismo esasperato, il centro di raduno
in cui ferve l'attività - qualcuno ha detto - degli "affamatori
del mondo".
Il terrorismo islamico ha dimostrato probabilmente di aver superato una
fase cruciale che gli impediva di compiere azioni di dimensioni e
portata uguali a quella mostruosa e catastrofica del World Trade Center,
appunto perché ritiene ora di poter contare sull'implicita
"solidarietà"dei Paesi poveri che individuano nell'Occidente
delle nazioni industrializzate, nella patria del capitalismo, gli Stati
Uniti, un comune nemico. Ipotesi tutt'altro che inverosimile, se
pensiamo che l'escatologia islamica (quella fondamentalista, per lo
meno) è impostata sulla prevista diffusione della fede del Corano
sull'intera Terra, ed estremamente pericolosa, se pensiamo che i potenti
sistemi di intelligence occidentali incontrano crescenti difficoltà
nell'isolare il terrorismo e nel localizzarlo.
Ecco perché la prima reazione all'immane tragedia di New York è stata
una dichiarazione di guerra. Ma contro chi o contro cosa? Un terrorista
che sfugge ai controlli, si annida subdolamente nel cuore degli Stati
che intende colpire, agisce vigliaccamente facendo strage di innocenti,
si avvale di connivenze occidentali e islamiche e, come abbiamo
configurato, dell'inconsapevole "consenso" di un buon terzo
della popolazione affamata del pianeta, rappresenta un modello da
esaminare con più attenzione.
Scontro di culture
Un'attenzione "politica", seguita da
un'altra particolare attenzione.
La prima sembra essere quella che è mancata a George W. Bush, quando si
è mostrato riluttante ad affrontare la questione palestinese, e a
intervenire nei negoziati arabo-israeliani, come auspicato da tutto il
mondo arabo moderato.
La seconda, più complessa, investe la sfera sociale europea, americana
e mondiale, riguarda risorse energetiche come il petrolio e la diretta
dipendenza dal mondo arabo, e prevede un più esteso esame del sistema
economico e produttivo occidentale o dei cosiddetti Grandi che si
esprime nelle forme di un crescente, esasperato liberismo.
E' stata definita attenzione verso un "Male Occulto". Un male
"istituzionalizzato" nella società del terzo millennio, che
provoca dissenso, sfiducia nelle istituzioni interne e internazionali,
alimenta la protesta, espressa quasi sempre nelle forme violente
dell'eversione organizzata, del terrorismo, di diversa matrice
evidentemente rispetto al terrorismo islamico, ma con esso perversamente
solidale.
Il temuto scontro di culture (araba e occidentale) è un pericolo non di
oggi, quando si auspica, dopo la tragedia di New York, la collaborazione
degli Stati arabi moderati per isolare e localizzare i terroristi
assassini, punirli esemplarmente, evitando di rispondere ad una strage
con un'altra, forse di doppie o triple proporzioni, ma risale a più di
cinquant'anni fa, con la costituzione dello Stato di Israele. Lo scontro
di culture si è manifestato in tempi più recenti ed è stato in parte
scongiurato, in occasione della Guerra del Golfo del '91, quando
tonnellate di bombe furono lanciate su Baghdad, in difesa
dell'indipendenza del piccolo Kuwait, ma anche in difesa dell'enorme
interesse americano nel petrolio arabo. Interesse minacciato da un
fondamentalista "sui generis", come Saddam Hussein, che
contava sull'appoggio, se non formale, almeno solidale di gran parte
della Lega araba. Il prolungato embargo nei confronti dell'Iraq non
rappresenta forse anch'esso un atto tipico compiuto nell'ambito di un
confronto fra civiltà, trasferito sul piano economico? Ed è solo una
coincidenza il fatto che fosse allora Presidente degli Stati Uniti
George Bush, protagonista con Saddam Hussein di quello scontro di
culture, più semplicemente chiamato guerra, e ora a dieci anni di
distanza, il terrorismo islamico colpisca l'America presieduta dal
figlio George W. Bush, con l'esecrando attentato alle Twin Towers,
perpetuando lo stesso scontro di culture, di cui il padre si era reso
interprete dieci anni prima? Malgrado la solidarietà dimostrata agli
Stati Uniti e la ferma condanna dell'attentato di New York, il mondo
arabo difficilmente rinuncia alla propria tradizione culturale e
religiosa e, pur nelle divisioni politiche interne, trova in essa un
valido motivo per opporsi alla civiltà occidentale.

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Collaborazione agli USA dal mondo arabo
Il fattore chiave, era, ancor prima
dell'attentato a Manhattan, una attenta valutazione dell'atteggiamento
di Stati e popoli islamici nei confronti del terrorismo.
E una disponibilità ad un intervento diplomatico da parte degli Stati
Uniti nella questione palestinese avrebbe sicuramente trovato in Yasser
Arafat ancora l'uomo giusto per coordinare quella collaborazione del
mondo arabo che è oggi richiesta.
Con il senno di poi, l'Amministrazione Bush ha finalmente capito che la
politica internazionale americana deve avere un ruolo preminente nella
questione mediorientale.
Qualche mese fa, il presidente egiziano Mubarak volò a Washington con
la speranza di coinvolgere Bush nel problema del Medio Oriente.
Dopo l'escalation della violenza fra Palestinesi e Israeliani, il leader
del più solido e potente Stato Arabo sperò allora di convincere un
riluttante Bush a disporre un tavolo di trattativa per risolvere il
problema dei territori Palestinesi. Ma Bush sembrò non volersi
immischiare nel problema del Medio Oriente.
Dopo il summit dei Paesi Arabi, Mubarak dichiarò anche che gli USA non
avrebbero potuto dimostrarsi a lungo indifferenti al problema
mediorentale. Il loro sforzo avrebbe dovuto tendere alla riduzione del
divario che divide Palestinesi e Israele nella ricerca di un accordo.
All'ultimo summit i leader dei paesi arabi moderati avevano espresso
opinioni e rilasciato dichiarazioni molto pesanti nei confronti di
Israele. E si trovavano d'accordo nel ristabilire una politica di
boicottaggio ed embargo nei confronti dello Stato ebraico.
Mubarak dichiarò allora che la situazione era estremamente tesa.
I tanti "no" di Bush
Al summit arabo tutti espressero un fermo
dissenso in merito al "no" degli Stati Uniti sulla proposta di
una risoluzione dell' ONU di inviare osservatori internazionali nelle
aree palestinesi. Il presidente egiziano mandò un messaggio agli Stati
Uniti, scongiurandoli di non opporsi a tale risoluzione. La risposta di
Bush fu un "no" deciso. E la delegazione araba ha da allora
cambiato le carte in tavola. Non si potè far nulla per evitare questo
cambiamento di posizione. Il boicottaggio, deciso contro Israele, fu un
grave atto da parte della Lega Araba, che pur vedeva contrari Egitto e
Giordania.
Eppura ancora Arafat, malgrado la critica vedesse in lui una sorta di
leader virtuale, sembra ora, dopo l'attentato di New York, riuscito a
portare un temporaneo ma beneaugurate vento di tregua tra Israele e
Palestina: il rapporto tra Ebrei e Palestinesi sembra essere la chiave
per l'auspicata collaborazione tra mondo arabo moderato e Stati Uniti.
L'Olp avrebbe da tempo dovuto dichiararsi Stato indipendente. Richard
Haas, collaboratore del Segretario di Stato, Colin Powell, avanzò
questa ipotesi nello scorso ottobre, come un primo passo da compiere
verso la soluzione del problema palestinese. Gli Stati Uniti avrebbero
forse dovuto riconoscere che loro interesse principale in Medio Oriente
era quello di offrire stabilità politica ai vecchi alleati, gli Stati
Arabi moderati. Nazioni come l'Egitto, Arabia Saudita e Giordania, erano
state profondamente scosse dagli attacchi terroristici e
antiterroristici avvenuti in Israele. Le popolazioni arabe in queste
terre, frustrate dai regimi che le governano, hanno sempre avuto
tendenza ad identificare le proprie istanze con l'ormai romanzata causa
palestinese. In un tale clima l'America avrebbe forse dovuto mostrare di
essere disponibile a sostenere inequivocabilmente queste regioni, e non
i loro regimi.
Certamente sembravano essersi esaurite tutte le vie che Arafat aveva
recentemente percorso, come la visita alla Casa Bianca, proposte di
cooperazione per la sicurezza, richiesta di aiuto. Nobile quanto inutile
sforzo.
Scenari di guerra
Israeliani e Palestinesi dovrebbero invece
cominciare a pensare a un serio e realistico progetto di equa divisione
dei territori. Questo il presupposto di un'attiva cooperazione del mondo
arabo con gli Stati Uniti, il solo mezzo per localizzare i terroristi e
punirli.
Tuttavia un drammatico scenario di guerra si potrebbe prospettare se
dalla volontà di cooperazione dei governi islamici si dissociassero le
rispettive popolazioni, o parti di esse.
Ma cominciamo con l'Iraq.
Saddam Hussein si è astenuto dal commentare l'offensiva terroristica
contro New York. E pare abbia ammonito Bush, consigliandogli di evitare
rappresaglie contro l'Iraq. Sembra certo uno stretto legame tra Saddam e
Osama Bin Laden, che peraltro ha smentito di essere responsabile
dell'attentato alle Twin Towers.
Insieme all'Afghanistan dei Taliban, l'Iraq correrebbe seri rischi di
essere bombardato.
La Siria del neo-presidente Assad offre da sempre protezione ai
terroristi palestinesi, e sembra difficile che possa cooperare con gli
Stati Uniti, anche per le cospicue forniture petrolifere che riceve da
Saddam Hussein.
L'Arabia Saudita è una roccaforte dei militanti di Bin Laden. Un vero
proprio esercito di fondamentalisti, pronti a insorgere in caso di
attacco americano. Ricordiamo che i terroristi suicidi dell'attentato di
New York avevano passaporti sauditi. Potrebbe essere il primo obiettivo
dei bombardieri americani.
Lo Yemen del presidente Abdallah Saleh sarebbe disposto ad una soluzione
politica che preveda un atteggiamento neutrale. Proposta inaccettabile,
poiché il Paese arabo ospiterebbe e nasconderebbe migliaia di militanti
islamici legati a Bin Laden.
In Sudan trovò rifugio lo stesso Bin Laden nel 1996. Nel '98 il paese
subì un pesante bombardamento missilistico americano, per un presunto
coinvolgimento negli attentati alle ambasciate di Nairobi e Dar es
Salam: Il regime del Generale Al Bashir, che ha espresso solidarietà
agli Stati Uniti, auspica una soluzione pacifica.
L'Iran è in una posizione contraddittoria. Infatti, nemico dei Taliban
per la repressione della minoranza sciita afgana, il presidente moderato
Khatami sarebbe favorevole a un intervento contro l'Afghanistan.
Tuttavia molti ayatollah sarebbero ostili all'America.
Il Pakisthan vede il proprio presidente Musharraf di fronte a una
difficile scelta. Il suo governo militare è tradizionalmente
filo-americano, mentre la base popolare simpatizza per i Taliban e Bin
Laden.
Per quanto riguarda la Palestina, a parte quanto già espresso nelle
note che precedono, Arafat ha raggiunto recentemente un accordo con
Sharon per una tregua, e ha espresso solidarietà a Bush.
Anche l'Egitto sarebbe costretto a fronteggiare una forte opposizione
filo-islamica a Israele e agli Usa. I Fratelli Musulmani si sono
schierati con i Taliban. Da Mubarak giunge la richiesta
di coinvolgere l'ONU, prima di prendere ogni decisione.
Il "male occulto"
Riserviamo le note conclusive di questo nostro
modesto contributo ai tanti commenti sull'attentato di New York,
riportando un passo del libro di Jeremy Rifkin "Ecocidio", che
apparentemente non avrebbe alcuna relazione con l'atto terroristico, e
le varie forme di terrorismo trascorso e rinascente, ma potrebbe
costituire motivo di riflessione sull'argomento cui abbiamo accennato
nel redigere questo articolo. Esso riguarda l'eterno conflitto fra Bene
e Male, e si riferisce al cosiddetto "Male occulto", un male
"istituzionalizzato", in gran parte "prodotto" del
moderno consumismo. Come sosteniamo nel nostro servizio, questo tipo di
male, profondamente radicato nella società contemporanea, può aver
favorito le forze del Male senza attributi, che si manifestano in ogni
tipo di terrorismo. Per questo esso avrebbe malvagiamente preteso di
esprimersi per la prima volta in modo così spettacolare e distruttivo.
Nel caso riportato, ci sembrano marginali i riferimenti all'ecosistema e
alla catena alimentare impostata sulla sovrapproduzione di carne bovina.
"La riprovazione morale continua a essere legata a atti di
individuale malvagità; se un membro della società commette un atto di
violenza, priva il suo prossimo della vita, della proprietà o della
libertà, l'individuo e il suo gesto sono universalmente condannati. Il
male è manifesto, visibile, diretto e passibile di giudizio. Il mondo
moderno riconosce il male individuale che cagiona un danno diretto ad
altri individui. Non sa ancora riconoscere una nuova e ben più
pericolosa forma di male, che ha premesse tecnologiche, imperativi
istituzionali e obiettivi economici. La società contemporanea continua
a tutelarsi dal male individuale e diretto, ma ancora non è riuscita a
integrare nella propria griglia morale di riferimento il senso di giusta
indignazione e di riprovazione morale nei confronti della violenza
istituzionalmente certificata. ……Ma cosa accade di un altro genere
di malvagità: quella implicita all'origine, nelle premesse medesime su
cui si fondano le istituzioni? La chiesa accenna, con molta timidezza,
all'idea di combattere "le potenze e i principati terreni", ma
anche qui riconosce solo un concetto tradizionale di moralità…….
Cosa dire invece del male che scaturisce da metodi razionali di
confronto, obiettività scientifica, riduzionismo meccanicista,
utilitarismo ed efficienza economica?
…… Questo male occulto viene inflitto a distanza, è un male
camuffato da strati sovrapposti di veli tecnologici e istituzionali; un
male così lontano nel tempo e nel luogo, da chi lo commette e da chi lo
subisce, da non lasciar sospettare o avvertire alcuna relazione causale.
E' un male che non può essere avvertito, data la sua natura
impersonale.
…… E' probabile che i proprietari dei negozi in cui si vende carne
di bovini nutriti a cereali, non avvertano mai, personalmente, la
disperazione delle vittime della povertà, di quei milioni di famiglie
allontanate dalla propria terra per fare spazio a coltivazioni di
prodotti destinati esclusivamente all'esportazione. E che i ragazzi che
divorano cheeseburgers in un fast-food non siano consapevoli di quanta
superficie di foresta pluviale sia stata abbattuta e bruciata per
mettere a loro disposizione quel pasto.
…….nel mondo moderno, freddo e calcolatore… abbiamo appiattito la
ricchezza organica dell'esistenza, trasformando il mondo che ci circonda
in astratte equazioni algebriche, statistiche e standard di performance
economica. Il male occulto viene perpetuato da istituzioni e individui
mossi da principi organizzativi razionali, che a far loro da guida per
scelte e decisioni hanno solo forze di mercato e obiettivi
utilitaristici."
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