Nel 1892 nasceva il Partito Socialista Italiano e il movimento operaio concludeva un lungo periodo di lotte, trovando la propria legittima rappresentanza politica.
La poesia impegnata del tempo registrò puntualmente questo clima di lotte e di accese speranze come testimonia l'inno innalzato al lavoro e alla classe operaia da Carlo Monticelli (1856-1913) uno dei primi cultori in Italia della lirica sociale e verista.
Da parte sua Lorenzo Stecchetti (Olindo Guerrini 1845-1916) è uno dei tanti scrittori che celebrano la festività del primo maggio come momento di unità e di lotta dei lavoratori. Stecchetti è l'autore più famoso della "scapigliatura" italiana. I suoi versi di poeta maledetto e libertario, ironico e libertino sono un impasto di verismo, sensualità, sovversivismo, anticlericalismo e antimilitarismo.
"Addio a Lugano" di Pietro Gori, (1865-1911) divenne in breve tempo il più celebre canto degli anarchici.
Gori fu arrestato e quindi espulso nel 1895 dal Canton Ticino, dove aveva trovato rifugio insieme a 12 compagni. Da allora la canzone è diventata un simbolo per coloro che sono costretti a prendere la via dell'esilio pur di rimanere fedeli ad un'ideale politico. Infine è senz'altro interessante il testo poetico composto nel 1876 da Giacinto Stivanelli, che affronta il tema di "Gesù socialista" allora caro alla letteratura e alla propaganda socialista.
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LA MARSIGLIESE DEL LAVORO Noi siamo i poveri, siamo i pezzenti, la sporca plebe di questa età; la schiera innumere dei sofferenti per cui la vita gioie non ha. Nel crudo inverno la nostra prole per lunga inedia languir vediam, solo pei ricchi risplende il sole, mentr'essi esultano noi fame abbiam. Pur natura a tutti uguali diè i diritti sulla terra. Noi facciamo aspra guerra ai ladroni e agli oppressor. Non sia pace fra i mortali finché un uom sovr'altro imperi, i nemici a noi più fieri sono i nostri sfruttator. Triste spettacolo, le nostre donne per noi primizie non han d'amor: ancora impuberi, sciolte le gonne, si danno in braccio di lor signor. Son nostre figlie le prostitute che muoion tisiche negli ospedal, le disgraziate si son vendute per una cena, per un grembial. Pur natura a tutti uguali... Di patria al nome talor sospinti, contro altri popoli noi si pugnò, ma vincitori fossimo o vinti la nostra sorte mai non cangiò. Tedesco od italo, se v'ha padrone il sangue nostro deve succhiar: la patria libera è un'irrisione e ancora il basto ci fan portar. Pur natura a tutti uguali... Nelle officine, sui monti e piani, giù nelle mine sudiam sudiam, ma delle nostre fatiche immani il frutto intero non raccogliam. Poi, fatti vecchi, veniam rinchiusi dentro i ricoveri di carità e sul berretto di noi reclusi bollano i ricchi la loro pietà. Pur natura a tutti uguali... Ah, se sperare non è follia nella giustizia dell'awenir, del privilegio di tirannia il turpe regno dovrà finir. Le nostre lagrime, gli stenti, l'onte, le gravi ambascie finir dovran, noi già leviam balda la fronte per salutare l'astro lontan. Pur natura a tutti uguali... (Carlo Monticelli)
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Dal CDrom "Storia del PSI" di Michele Ragone
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