Prima ancora della nascita del Psi, il movimento operaio pote' intonare fin dal 1886 un celebre canto, l'Inno dei lavoratori, il cui testo fu scritto da Filippo Turati (1857-1932), uno dei padri fondatori del socialismo italiano.
La musica invece, scritta in precedenza per tutt'altra occasione, era di Amintore Galli, un mite musicista cattolico e conservatore che non immaginava certo tutti i guai che gli sarebbero caduti addosso ad opera dalla polizia nel momento che aveva autorizzato Turati ad utilizzare la sua composizione per quell'inno divenuto così popolare.
I versi dedicati alla "falange" dei lavoratori dei campi appartengono a Mario Rapisardi (1844-1912), il più importante poeta socialista presente in Italia alla fine dell'Ottocento. Soprattutto dai suoi poemi Lucifero (1877), Giobbe (1884) e Atlante (1894) traspare un impegno sociale e politico portato avanti con estrema coerenza. Infine un testo anonimo molto popolare negli ultimi anni del secolo. La canzone nacque in occasione dei tumulti popolari di Milano del 1898 quando, sotto il comando del generale Bava Beccaris, l'esercito operò una sanguinosa repressione che provocò 127 morti, tutti fra i dimostranti. Il generale elogiò i soldati per aver "reso un grande servizio al Re, alla Patria, alla Civiltà".
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INNO DEI LAVORATORI Su fratelli, su compagne su, venite in fitta schiera: sulla libera bandiera splende il sol dell'avvenir. Nelle pene e nell'insulto ci stringeremo in mutuo patto, la gran causa del riscatto niun di noi vorrà tradir. Il riscatto del lavoro dei suoi figli opra sarà: o vivremo del lavoro o pugnando si morrà. La risaia e la miniera ci han fiaccati ad ogni stento, come i bruti d'un armento siam sfruttati dai signor. I signor per cui pugnammo ci han rubato il nostro pane, ci han promessa una dimane: la diman si aspetta ancor. Il riscatto del lavoro... L'esecrato capitale nelle macchine ci schiaccia, l'altrui solco queste braccia son dannate a fecondar. Lo strumento del lavoro nelle mani dei redenti spenga gli odii e fra le genti chiami il dritto a trionfar. Il riscatto del lavoro... Se divisi siam canaglia, stretti in fascio siam potenti; sono il nerbo delle genti quei che han braccio e che han cor. Ogni cosa è sudor nostro, noi disfar, rifar possiamo; la consegna sia: sorgiamo, troppo lungo fu il dolor. Il riscatto del lavoro... Maledetto chi gavazza nell'ebbrezza e nei festini, fin che i giorni un uom trascini senza pane e senza amor. Maledetto chi non geme dello scempio dei fratelli, chi di pace ne favelli sotto il piè dell'oppressor. Il riscatto del lavoro... I confini scellerati cancelliam dagli emisferi: i nemici, gli stranieri non son lungi ma son qui. Guerra al regno della guerra, morte al regno della morte; contro il dritto del più forte, forza amici, è giunto il dì. Il riscatto del lavoro... O sorelle di fatica, o consorti negli affanni che ai negrieri, che ai tiranni deste il sangue e la beltà. Agli imbelli, ai proni al giogo mai non splenda il vostro riso: un esercito diviso la vittoria non corrà. Il riscatto del lavoro... Se eguaglianza non è frode, fratellanza un'ironia, se pugnar non fu follia per la santa libertà: su fratelli, su compagne, tutti i poveri son servi: cogli ignavi e coi protervi il transigere è viltà. Il riscatto del lavoro... (Galli - Turati) CANTO DEI MIETITORI La falange noi siam dei mietitori e falciamo le messi a lor signori. Ben venga il Sol cocente, il Sol di giugno che ci arde il sangue e ci annerisce il grugno e ci arroventa la falce nel pugno, quando falciam le messi a lor signori. Noi siam venuti di molto lontano, scalzi, cenciosi, con la canna in mano, ammalati dall'aria del pantano, per falciare le messi a lor signori. I nostri figlioletti non han pane e, chi sa?, forse moriran domane, invidiando il pranzo al vostro cane... E noi falciam le messi a lor signori. Ebbro di sole, ognun di noi barcolla; acqua ed aceto, un tozzo e una cipolla ci disseta, ci allena, ci satolla. Falciam, falciam le messi a quei signori. Il sol cuoce, il sudore ci bagna, suona la cornamusa e ci accompagna, finché cadiamo all'aperta campagna. Falciam, falciam le messi a quei signori. Allegri o mietitori, o mietitrici: noi siamo, è vero, laceri e mendici, ma quei signori son tanto felici! Falciam, falciam le messi a quei signori. Che volete? Noi siam povera plebe, noi siamo nati a viver come zebre ed a morir per ingrassar la glebe. Falciam, falciam le messi a quei signori. O benigni signori, o pingui eroi, vengano un po' dove falciamo noi: balleremo il trescon la ridda e poi... poi falcerem le testé a lor signori. (Mario Rapisardi) IL FEROCE MONARCHICO BAVA Alle grida strazianti e dolenti di una folla che pan domandava, il feroce monarchico Bava gli affamati col piombo sfamò. Furon mille i caduti innocenti sotto il fuoco degli armati caini e al furor dei soldati assassini: "Morte ai vili!", la plebe gridb. Su, piangete, o mestissime madri, Quando oscura discende la sera, Per i figli gettati in galera, Per gli uccisi dal piombo fatal! Deh, non rider, sabauda marmaglia Se il fucile ha domato i ribelli! Se "i fratelli hanno ucciso i fratelli" Sul tuo capo il loro sangue cadrà. Ridi pur... ma la santa canaglia, Questa plebe sfruttata e schernita Se si desta...qual belva ferita, Sui potenti avventarsi saprà. (Anonimo) |
Dal CDrom "Storia del PSI" di Michele Ragone
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