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Gli intellettuali italiani alla guerra

Da: La Redazione del Caffè
Categoria: Commento generico
Nome remoto: 213.254.3.151
Data: 28 Sep 2001
Ora: 10:20:49

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E' incredibile come molti intelletuali/fondisti dei maggiori quotidiani nazionali, nel clima prebellico di questi giorni, perdano il lume della ragione e alla moderazione sotituiscano anatemi contro i sistemi culturali non omologati, contro chi non si unisce al coro della guerra di civiltà dell'Occidente.

"Andar giù per le trippe", mi pare sia lo sport preferito. Un Panebianco, per esempio, sul Corriere di oggi, parte da osservazioni giuste e condivisibili come la denuncia di una relativismo culturale e di una mancanza di memoria storica che depriva di una scala di valori per analizzare e valutare i fatti. Ma "a fronte delle interpretazioni demonizzanti della storia occidentale che tanti intellettuali fanno circolare", non è lecito concludere che rappresentano la "quinta colonna" in Occidente del terrorismo e del fanatismo o che "Nei giorni di Genova, teppisti a parte, tante brave e miti persone erano là riunite a manifestare contro il G8 parlando di quella riunione dei capi di governo di alcuni dei Paesi più liberi e più civili del mondo, più o meno negli stessi termini in cui ne parla Bin Laden."

Questo genere di conclusioni, al contrario del relativismo culturale che tutto annulla, rende fondamentalisti e a propria volta miopi della storia. E' un ragionare che colpevolizza in base ad accadimenti successivi e slegati storicamente tra loro, come, in modo analogo, chi ricorda che Bin Laben e la guerriglia afgana erano pagati e armati dagli americani. E' evidente che con la sfera di cristallo gli occidentali sarebbero stati più accorti in Afganistan al tempo dell'invasiore sovietica, così come lo sarebbe stato il movimento di Seattle a Genova. Le analisi non si fano con il senno di poi, perchè le scelte politiche si fanno in contesti storici che cambiano: senza sfere di cristallo a disposizione.

Ha veramnete senso lanciarsi in una crociata sulla superiorità dell'Occidente sull'Islam? Ci possiamo dimenticare, ad esempio, che alla origini della cultura moderna c'è un illuminismo nutrito, nelle "Lettere Persiane" di Montesquieu o nell' Encilopedie di Diderot e D'Alambert, anche di cultura e saperi tecnico-scietifici del mondo arabo?

Lamentare la smemoratezza storica non crediamo conduca ad una difesa ad oltranza della storia dell'Occidente, tutta buona contro i cattivi. Prendiamo solo il caso dell'Irak. Quando un sacerdote di una Organizzazione-non-governativa denuncia che il numero dei morti dell'11 settembre a New York è lo stesso di quello dei bambini irakeni ogni mese; cosa dobbiamo dire? E' tutta colpa di Saddam Hussein. O è possibile fare delle rilessioni sullo strumento dell'embargo economico? Siamo sicuri che questo dato sia noto alla famosa opinione pubblica americana e occidentale? E' lecito, senza essere accusati di fiancheggiamento col terrorismo, ricordare che la storia dell'Occidente nasce dall'impero AssiroBabilonese, che il Kuwait è uno stato inventato all'inizio del '900 per ragioni 'petrolifere', che la democrazia si può esportare non solo con il mercato ma anche con la cultura e la circolazione delle idee?

C'è poi Caracciolo che, sempre oggi su la Repubblica, denuncia l'uso dei pacifisti per dividere l'Occidente. L'accusa che si ripete è quella di fare il gioco dei terroristi. L'impressione evidente è che un certo fondamentalismo risieda anche nelle colonne dei nostri quotidiani e nelle fila di intelletuali che non vogliono prendere atto del fatto che esiste una parte dell'opinione pubblica che non ha intenzione di essere presa in giro dalla disinformazione sulla "guerra in corso" (chi si ricorda la storiella delle incubatrici staccate dagli irakeni in Kuwait?) o da risposte "asimmetriche" che mietano altre vittime civile o che semplicemente si augura e spera che la politica riprenda il suo ruolo per limitare l'uso delle armi.

Insomma , pensiamo che essere consapevoli della storia ed esenti da un relativismo culturale assoluto, conduca in ogni caso a privilegiare la dimensione dialettica e politica nel confronto tra civiltà.

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