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I crimini del fondamentalismo

Da: WOLE SOYINKA
Categoria: Articolo stampa
Nome remoto: 213.254.3.151
Data: 01 Oct 2001
Ora: 10:11:33

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DURANTE una conferenza promossa a Praga da Vaclav Havel tre anni fa per contemplare il nuovo secolo, misi in guardia dai pericoli del fanatismo religioso, da quelli che hanno "rivelazioni esclusive" che cercano di applicare universalmente, da "questo altro furioso, intollerante, apocalittico che preferirebbe annientare il mondo piuttosto che condividerne il potenziale". Avevo in mente alcuni esempi di fanatismo. Pensavo, ad esempio, a quegli indù radicali dell'Uttar Pradesh, in India, che avevano raso al suolo una moschea perché credevano fosse stata eretta nel punto in cui (il venerato dio indù) Rama si era seduto in un lontano momento preistorico.

Pensavo a quell'uomo che aveva commesso una serie di omicidi lungo la costa orientale degli Stati Uniti e le cui vittime erano dei medici favorevoli al cosiddetto «diritto di scelta» che praticavano aborti. Quest'uomo si considerava una sorta di dio che poteva decidere il destino degli altri, in quanto depositario di una particolare rivelazione. Pensavo a quel medico ebreo, in Israele, che aveva falciato i fedeli nella loro moschea. Pensavo a quei fanatici sciiti che avevano massacrato centinaia di sunniti recatisi alla Mecca per l'haj, il pellegrinaggio. Ed erano «fratelli nella fede». In breve, pensavo a quella vena di follia fondamentalista presente in tutte le religioni - cristiana, ebrea, musulmana e indù. Ritengo che questi fanatici non siano diversi da quegli individui illusi che hanno commesso le atrocità di New York e Washington, convinti che sarebbero andati in paradiso. I crimini commessi da queste persone differiscono solo nelle dimensioni. C'è dunque uno strato della popolazione che crede che la passione religiosa debba spazzare via qualsiasi considerazione per il resto dell'umanità. Essi credono di aver ricevuto da Dio il diritto di giudicare e distruggere. L'irragionevolezza - che di questo si tratta - è una pericolosissima mancanza di umanità e ci minaccia tutti dovunque siamo. Dopo gli attacchi a New York e Washington, dei fanatici musulmani in Nigeria si sono messi ad attaccare dei cristiani. Capisco pienamente e condivido la rabbia degli americani per questo attacco che ha avuto luogo sul suolo americano. Ma questo non è stato un attacco contro gli americani soltanto. È un crimine contro l'umanità; un crimine contro il diritto ad un'esistenza civile; un pericolosissimo schiaffo in faccia al mondo. Siamo sconvolti dalle dimensioni della distruzione arrecata a Manhattan. Ma non ci dimentichiamo i precedenti attacchi contro le ambasciate americane in Kenya e Tanzania - e l'oltraggio, per quanto mi riguarda, rivolto contro gli africani. Sì, anche lì furono uccisi degli americani, ma questi attacchi avvennero sul suolo africano e furono soprattutto africane le vittime di quegli attacchi. Quelle azioni mostrarono una spaventosa arroganza. Furono tracotanti atti di disprezzo che mi offesero profondamente. Capisco, quindi, come si sentano oggi gli americani. Ed essi hanno certamente il diritto primario di rispondere, ma se ci stiamo muovendo verso un ordine globale, la risposta a crimini come questo deve essere collocata in un contesto globale, non soltanto americano. Se accettiamo la legittimità del Tribunale delle Nazioni Unite riunito all'Aja per processare Slobodan Milosevic per crimini contro l'umanità e di quello di Arusha per processare i colpevoli del genocidio in Ruanda, perché non dovremmo accettare che i colpevoli di questo crimine contro l'umanità siano processati nello stesso modo? È per questo che credo che gli Stati Uniti dovrebbero usare tutte le risorse a loro disposizione per individuare e catturare i responsabili degli attacchi contro Washington e New York e processarli per crimini contro l'umanità davanti alla Corte Internazionale. Questo galvanizzerebbe l'integrità del mondo civile e dividerebbe tra tutte le nazioni il peso e la responsabilità di portare i colpevoli davanti alla giustizia, per quanto tempo possa essere necessario. Se l'America agisce da sola, il messaggio dato al mondo sarà diverso: «Vogliamo la vendetta, non la giustizia».

WOLE SOYINKA

L'autore è premio Nobel per la letteratura Copyright Los Angeles Times Syndicate (Traduzione di Luis Enrique Moriones - da la Repubblica)

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