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Rivolta contro la privatizzazione dei musei

Da: da il Corriere della Sera
Categoria: Articolo stampa
Nome remoto: 213.254.3.151
Data: 02 Nov 2001
Ora: 13:07:30

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L’imminente discussione, al senato, dell’articolo 22 della legge finanziaria, già approvato alla Camera, ha non soltanto messo in ansia il mondo della cultura in Italia, ma suscitato serie preoccupazioni all’estero, contribuendo a mettere in cattiva luce il nostro Paese. L’articolo in discussione prevede di passare ai privati «l’intera gestione del godimento pubblico dei beni culturali italiani»: archivi, biblioteche, musei, siti archeologici, monumenti. E viene illustrato come un passaggio dall’affidamento di servizi minori (pulizie, prenotazioni, vendita di libri e cartoline, bar) a una consegna «dell’insieme del museo». Un’operazione, si afferma, che dovrebbe garantire efficienza e far entrare nelle casse dello Stato 80 milioni di euro l’anno.

Se il provvedimento dovesse passare, ha subito avvertito il presidente della sezione italiana dell’Icom (International council of museums), i musei italiani verrebbero snaturati, al punto di non rispondere più al requisito primario fissato nella carta dell’Unesco, ovvero che non abbiano fini di lucro.

Acquista quindi rilievo la petizione indirizzata al governo italiano dai principali musei del mondo, consapevoli del peso unico dell’Italia nell’intero sistema culturale globale. Non è un caso che tra i firmatari ci siano il museo Paul Getty di Malibu e il museo Guggenheim di New York,i quali dipendono entrambi da fondazioni private. Ma, appunto, le fondazioni sono no-profit. È difficile capire su che basi la finanziaria calcoli un incasso dell’ammontare indicato, né su che riposi la fiducia che i privati vorranno entrare in questa gara. Un museo è una spesa sociale, e se vi sono profitti - in casi rarissimi - questi dovrebbero essere reinvestiti immediatamente a vantaggio dell’istituzione. L’interesse pubblico è il fine del museo, non certo la ricerca del profitto.

Malgrado la buona volontà, la signora Thatcher, che è ricordata come un passaggio disastroso per le istituzioni culturali inglesi, non è arrivata a tanto e in Russia, mi si fa osservare, i voraci privatizzatori post-sovietici non hanno toccato i musei. Forse perché sapevano che non c’era di che spremere. Ma vediamo ora chi sono coloro che si sono rivolti da Oltralpe al nostro governo, e ricordiamoci che due funzionari che hanno scritto la loro opinione negativa in proposito al Corriere l’hanno rischiata grossa. Ecco i nomi dei direttori dei musei stranieri. Neil McGregor (National Gallery di Londra), Robert Anderson (British Museum), Nicholas Serola (Tate Gallery, Londra), Fernando Checa-Cremades (Prado, Madrid), Eliane de Wilde (musei nazionali belgi), John Leighton (Museo Van Gogh di Amsterdam), Irina Antonova (Museo Pushkin di Mosca), Peter Klaus Schuster (musei di Berlino), Raymond Keaveney (National Gallery, Dublino), Henry Lorette (Louvre), Alfred Pacquement (Musée National d’Art Moderne), Suzanne Pagé (Musée d’art moderne de la ville de Paris), Serge Lemoine (Grenoble, prossimo direttore del Musée d’Orsay) e, dagli Stati Uniti, i direttori del Metropolitan Museum, della National Gallery di Washington, dei musei di Boston, Philadelphia, Chicago, San Francisco, Los Angeles e, dal Canada, Montréal. Mai nella storia vi era stato un allarme simile. Ciò che la petizione dei direttori chiede è del tutto ragionevole. Propongono un «dibattito ampio nazionale e internazionale» e chiedono al governo italiano di «riflettere bene» prima di prendere decisioni fatali. L’importanza «primordiale», scrivono, del patrimonio artistico e culturale italiano, merita questa considerazione. Anche noi speriamo che i nostri senatori riflettano prima di votare.

Carlo Bertelli

© Corriere della Sera

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