Da: Do Paolo Franchi sul Corriere della SERA
Categoria: Articolo stampa
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Data: 04 Nov 2001
Ora: 13:36:07
Uno scettico controcorrente, mai un voltagabbana
di PAOLO FRANCHI
E’ probabile, come dice Emanuele Macaluso, che il principale tratto distintivo della personalità di Lucio Colletti sia stato un profondo scetticismo. Ma se Lucio fu scettico (e anche molto di più) sugli uomini e sulle loro vicende, in specie quelle politiche, non lo fu affatto in tema di princìpi e di idee. Tanto è vero che quando, a cinquant’anni, nel 1974, ritenne giunto il momento di sottoporre alla più radicale delle contestazioni quel marxismo teorico di cui a lungo era stato considerato, e a ragion veduta, uno dei principali esponenti, lo fece cominciando con il sottoporre a critica spietata se medesimo. I libri che aveva scritto, a cominciare da Il marxismo ed Hegel . E quegli insegnamenti impartiti per tanti anni alla Sapienza, che tuttora in tanti consideriamo, nonostante della sinistra hegeliana non ci importi più un bel nulla, un passaggio essenziale, e indimenticabile, della nostra formazione intellettuale e, perché no?, umana.
Suscitò a sinistra un putiferio paragonabile a quello provocato dai primi libri di Renzo De Felice su Benito Mussolini e il fascismo la sua Intervista politico-filosofica , concessa a Perry Anderson nel ’74 per la New Left Review e pubblicata in versione più ampia da Laterza. Su Rinascita il giovane vicedirettore Fabio Mussi la stroncò con una recensione dal titolo feroce, Addio alle armi , che forse intendeva riecheggiare il togliattiano Vittorini se n’è ’gghiuto e soli ci ha lasciato.
Ancora più liquidatorii furono i giudizi del manifesto e degli altri giornali della sinistra extraparlamentare. Ma a rendere difficile, contraddittorio e anche vagamente comico il ricorso alla tradizionale liquidazione morale del reprobo contribuì in misura determinante il fatto che l’addio al marxismo Colletti lo pronunciò (caso rarissimo, quasi unico in Italia) quando tutto, ma proprio tutto, a cominciare dalle percentuali elettorali, sembrava invece parlare in favore della sinistra e del Pci.
Non fu quella, d’altra parte, la sua sola scelta controcorrente. Perché controcorrente e a dir poco scomoda era stata anche l’adesione al Pci: all’inizio degli anni Cinquanta, quando a essere comunisti si pagava dazio, eccome.
Veniva, Colletti, dal Partito d’Azione; all’università di Messina, dove dapprima insegnò, il suo principale riferimento intellettuale (e lo sarebbe rimasto a lungo) era stato un personaggio quasi dimenticato e tuttavia cruciale nella vicenda del marxismo teorico italiano del Dopoguerra, Galvano Della Volpe.
Nel Pci Colletti, del tutto estraneo e avverso al filone politico-culturale dominante (riassumibile nell’asse De Sanctis-Labriola-Gramsci-Togliatti), fu marxista rigoroso e severamente antirevisionista. Da marxista rigoroso visse l’«indimenticabile» ’56, l’anno del XX Congresso del Pcus e della denuncia kruscioviana dei crimini di Stalin, ma anche della sanguinosa repressione della rivoluzione ungherese. Fu tra i principali estensori del celebre Manifesto dei 101 , il più importante documento del dissenso intellettuale comunista nell’Italia del Dopoguerra, e di lì a poco lasciò il partito. Ritrovandosi, nel volgere di qualche anno, a criticarlo severamente da sinistra. Il Sessantotto (che non amò, e che non lo amò) lo visse contestando i contestatori dalla sua cattedra alla Sapienza e dirigendo una rivista extraparlamentare che proprio così si chiamava: La sinistra .
Non durò molto. Il divorzio dal marxismo, come si è detto, era vicino. Fu vicino al Psi di Craxi, ma ne frequentò solo i piani nobili, in particolare il bellissimo mensile Mondoperaio , sulle cui colonne fu protagonista (con Norberto Bobbio e Massimo Salvadori, fra gli altri) di un incalzante attacco al dogmatismo culturale del Pci, che i comunisti non troppo scherzosamente definirono, parafrasando Stalin, «la congiura dei professori».
Con due altri «professori», Piero Melograni e Saverio Vertone, Colletti (all’epoca editorialista del Corriere ) raccolse nel ’96 l’appello di Silvio Berlusconi, e fu eletto parlamentare indipendente di Forza Italia. Da quel momento (e fino a ieri) è stato, a Montecitorio, il deputato indipendente più indipendente che sia lecito immaginare. Ogni cronista politico a caccia di giudizi taglienti sul Polo, su Forza Italia e sul Cavaliere si è rivolto in questi anni, e sempre con successo, a Lucio Colletti.
Se oggi scrivessimo che è stato «la coscienza critica» del centrodestra, come qualcuno sicuramente farà, siamo certi che Lucio si metterebbe a sghignazzare, e avrebbe ragione. Perché con i suoi è stato in certi casi caustico e in taluni altri addirittura sprezzante. Ma nei momenti importanti è stato fedele, anzi, disciplinato, come avrebbe detto lui, facendo scherzosamente il verso al lessico cominformista. Ha cambiato radicalmente idea, non ha mai rinunciato al diritto al mugugno. Non ha mai avuto niente a che fare con gli opportunisti e i voltagabbana. Ci mancherà moltissimo. Mi mancherà moltissimo.
© Corriere della Sera
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