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AMERICA impara

Da: Giovanna Zucconi, da La Stampa
Categoria: Articolo stampa
Nome remoto: 213.254.3.151
Data: 15 Nov 2001
Ora: 11:37:59

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IL senso di colpa è moneta corrente, dare un senso alla colpa è molto più raro e difficile. Una settimana fa l'ex presidente Bill Clinton ha scritto un lungo e drammatico intervento che La Stampa ha pubblicato sabato. Il giudizio ancora sfocato della storia potrebbe concludere che le parole di Clinton hanno addirittura cambiato la coloritura dell'idea che l'America ha di se stessa, del proprio passato, della crisi di oggi: del suo ruolo nel mondo ma anche del ruolo che il mondo ha, citiamo una delle espressioni più forti dell'intervento, nell'aiutarla a sbarazzarsi del suo arrogante moralismo. Durante la sua presidenza Clinton era celebre per i ritardi, ad ogni riunione. comizio, appuntamento. Sulla coscienza pubblica americana, Clinton,potrebbe essere invece in anticipo, visto che ha parlato nel suo saggio di colpa («chi di noi ha radici europee non è senza colpa»), di prezzo da pagare («questo paese un tempo si è voltato dall'altra parte quando un altissimo numero di nativi americani veniva spogliato dei suoi beni e ucciso... e anche di questo oggi paghiamo ancora un prezzo»), di paura, di riconciliazione, di rispetto della differenza («ci sono molte persone che non vedono il mondo come lo vediamo noi»). Sicuramente è grande oratoria, lo strumentario retorico è impeccabile, la progressione logica ad orologeria: il terrorismo e la violenza hanno una storia, riconoscerlo non significa giustificarli, semmai trarre doloroso slancio per sconfiggerli. Una simile autocritica non si ricorda, in un presidente americano dai tempi del monito di Dwight Eisenhower contro «il complesso militare-industriale» e della malinconica confesione di Jimmy Carter del «male americano».

Per paradosso, però, proprio in America le reazioni sono state flebili, il dibattito finora incapace di proiettarsi oltre l'orizzonte del resoconto, qualche protesta da destra, qualche plauso da sinistra e poco più. Segno che Clinton ha colpito un paese ancora scosso dal trauma undici settembre.

In Italia, invece, l'intervento dell´ex presidente democratico scompiglia le opinioni di chi all'America ha dedicato tempo, libri, vita. «È la strategia del muro di gomma dei media americani. Lì, non dimentichiamolo, la maggior parte della gente legge i giornali locali o Usa Today, non è facile trovare spazio per la dimensione dell'analisi». Alessandro Portelli (Taccuini americani) ha appena ripubblicato L'ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria. È naturale quindi che i suoi commenti vadano verso i temi della visione, o revisione, che ogni paese ha della propria storia: «Clinton ha ragione, autorevolezza e equilibrio, distingue con molta cautela fra responsabilità e giustificazione: ciò che accade è una conseguenza del passato, ma non una conseguenza giusta né accettabile. La disgrazia di questo discorso è che ha decenni di storia alle spalle, le responsabilità americane nella schiavitù, nel genocidio degli indiani, nel sostegno a regimi oppressivi o in guerre come quella del Vietnam, non sono certo una scoperta. Sono cose dette e ridette e dimenticate una settimana dopo. Per esempio, si continua a riaprire ideologicamente la questione della guerra civile, in ondate successive di giustificazionismo e di revisionismo, così come noi discutiamo ciclicamente della nostra guerra civile, la Resistenza». Clinton, certo, ha il merito di aver ricordato al paese cose più vaste delle scadenze immediate; ma anche in questo, sostiene Portelli, svolge una funzione canonica, da elder statesman: «E´ raro sentir parlare di arroganza da parte di un ex presidente, ma lui se lo può permettere proprio perché non ha più quel ruolo». Con tutta la sua vitalità, la scrittrice Fernanda Pivano ribalta precisamente il gioco dei ruoli, spiega che l'ex presidente è molto più in carica dell'attuale, sul piano almeno della lungimiranza politica e sociale, e rilegge con impeto anche faccende consunte come il caso Lewinsky: «Ormai è riuscito chiaro a tutti che quella ragazza era stata messa lì per togliergli popolarità e addirittura potere; e il trucco ha agito da boomerang e invece di danneggiarlo lo ha favorito facendolo diventare una vittima. In questo gioco di equilibri, con lui senza più potere ma più popolare che mai, il vecchio presidente è stato il primo ad arrivare sulle rovine delle due torri, prima del presidente attuale; e ora gira nelle università a fare un mea culpa nazionale che certo gli creerà una nuova popolarità, basato com'è sulla umiltà invece che sulla tracotanza». Nessun risparmio di aggettivi, cioè di fiducia nelle forze critiche e democratiche: «è un intervento fantastico, importantissimo intanto perché afferma di nuovo la personalità di questo presidente straordinario, e poi perché propone un atteggiamento privo di qualsiasi animosità e ispirato soltanto alla speranza di risolvere in termini pacifici e positivi una vertenza diventata sanguinaria».

Il ground zero delle macerie del World Trade Center a Manhattan è anche un grado zero, riporta i discorsi alle questioni primarie. Bambini, infanzia: sono fra le parole che Bill Clinton ha usato di più. Secondo il critico Franco Cordelli (curò l'antologia La mia America) è vero che viene rimesso in campo il mito americano più importante, quello dell'innocenza: «i grandi scrittori che ne hanno contestato la solidità e la verità, da Melville a Henry James, da Norman Mailer a Gore Vidal o a Philip Roth, sono in realtà i più patriottici, i più profondamente americani, perché cercano di vivere al di fuori dell'illusione di invulnerabilità»: proprio come Clinton? Secondo Claudio Gorlier, è vero anche che c'è della retorica, ma è «la retorica dell'umiltà». L'America, dice, è piena di sensi di colpa, quello della colpa è un tipico e tradizionale marchio religioso, però «ha già fatto molto per riconoscere e superare certe pagine allucinanti della sua storia. Il nuovo sindaco di Austin, nel Texas, è un ispanico: succederebbe qui da noi, con un extracomunitario? In un ristorante della Virginia ho visto una famigliola di afro-americani servita da una cameriera bianca: sarebbe accaduto, quarant'anni fa? E poi, il Belgio ha mai dichiarato la sua colpa per i crimini commessi in Congo, o la Francia per l'Algeria? Quello che Clinton ha detto è nelle corde del grande filone riformista americano. Certo, è la prima volta che viene detto da una personalità di quel livello, e pubblicamente».

Chapeau, con distinguo: rimangono le contraddizioni, Cuba sotto embargo ma la Cina corteggiata, il Pakistan dittatoriale preferito alla democratica India, eppur l'America si muove anche perché riconosce le ferite della propria storia, e il discorso di Clinton è «un punto di svolta». Quanto lo sia, si misura dalle conclusioni di Franco Cordelli: «Clinton mette nero su bianco cose che avrebbe potuto scrivere un intellettuale americano di sinistra, cose che in parte hanno scritto Susan Sontag, Noam Chomsky, ovviamente il palestinese Edward Said, meno ovviamente uno come James Hillman. E´ raro che un politico così importante faccia riflettere da un punto di vista intellettuale. Chi non ama l'America, o chi come me non ama certi filo-americani, dovrebbe imparare: è un paese così ricco che ti dà anche questo, una sorpresa, uno scatto d'orgoglio, un'analisi critica così disincantata. E´ questa la sua potenza».

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