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A sinistra nasce il partito dell´APOCALISSE

Da: da La Stampa
Categoria: Articolo stampa
Nome remoto: 213.254.3.151
Data: 23 Jan 2002
Ora: 11:28:25

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IL guaio è che il «fronte» degli intellettuali di sinistra è tutto contro di loro. Massimo D'Alema e Piero Fassino, rispettivamente presidente e segretario dei Democratici di sinistra, esortano a cambiare linea. Sondaggi alla mano, scoprono che il muro contro muro, l'opposizione tutta urla e strepiti, la retorica dell'«allarme democratico» con connesso diuturno e irrituale appello al Quirinale, anziché indebolirlo e sfiancarlo, rafforzano il nemico Berlusconi.

Perciò invitano la sinistra a rettificare linguaggio e comportamenti, propongono di iniziare davvero, smaltito il trauma frastornante della sconfitta, la lunga, impervia traversata nel deserto. Fassino chiede al partito di liberarsi dell'illusione della spallata, di smetterla di baloccarsi con l'invocazione delle virtù salvifiche della piazza. D'Alema convoca la sua Fondazione Italianieuropei per azzerare mesi e mesi di opposizione rovinosamente autolesionista. Ma ambedue devono affrontare il fronte recalcitrante degli intellettuali che hanno imboccato la strada opposta.

Forse è dai tempi della svolta di Achille Occhetto alla Bolognina che non si percepisce un distacco così radicale tra il partito e gli intellettuali. Nel 1989 Fabio Mussi liquidava le accorate rimostranze di Natalia Ginzburg contro l'abbandono dell'identità comunista come la manifestazione di un'invincibile nostalgia per il Pci «bambolotto di pezza» coltivata da una cultura incapace di distogliere lo sguardo impietrito sul passato. Oggi gli intellettuali sembrano ipnotizzati dalla mitologia dell'ultima spiaggia: la condizione psico-culturale peggiore per affrontare svolte dolorose a autoanalisi laceranti. Sfogliare l'Unità, una tribuna elettrizzata dalla mobilitazione permanente di quel fronte intellettuale che affida il proprio pensiero al giornale diretto da Furio Colombo e Antonio Padellaro, appare come un interminabile tuffarsi nell'apocalisse. Ecco Dario Fo, di cui viene integralmente riprodotta la requisitoria antiberlusconiana apparsa su Le Monde, che denuncia un clima mefitico in cui in Italia si tornerebbe nientemeno che a parlare di «difesa della razza». Oppure Antonio Tabucchi, che bacchetta il Presidente della Repubblica, reo di non essersi immolato nella trincea posta a difesa dell'Italia dall'assalto dei nuovi barbari. O la scrittrice Francesca Sanvitale, che sferza gli italiani affinché ritrovino intatte le parole di un'immedicabile «indignazione». Si applaude ripetutamente il membro diessino del Csm, Di Cagno, che ha pubblicamente paragonato i magistrati antigovernativi con gli ebrei vessati e decimati dal regime hitleriano, scomodando persino la celeberrima formula di Primo Levi: «Se non ora quando».

Persino un poeta solitamente schivo e parco di dichiarazioni politiche come Mario Luzi si arruola nella crociata contro il «nuovo regime», con uno spirito che non ammette tentennamenti o obiezioni, la cui semplice espressione viene senz'altro riprovata alla stregua di un «tradimento». Le voci della sinistra intellettuale difformi o stonate nel coro che chiama alla mobilitazione generale appaiono infatti flebili, sporadiche, isolate. Del senatore dei Ds Franco Debenedetti viene invocata addirittura la testa, sotto forma di espulsione dai luoghi deputati della sinistra (Massimo Roccella sull'Unità). E tale è la reattività degli animi esacerbati che proprio sul capo di Debenedetti Gianni Vattimo ha lasciato che aleggiasse lo spettro del «tradimento». Come nei tempi corruschi del giacobinismo rivoluzionario, sono i «tiepidi», sospettati con il loro scarso ardore attivistico di albergare sentimenti disfattisti abilmente dissimulati, ad essere indicati alla pubblica esecrazione.

Altri intellettuali poco propensi alla demonizzazione dell'avversario, come Michele Salvati o Augusto Barbera, non sembrano raccogliere ascolto nei ranghi serrati dell'«intellettualità» di sinistra. Una rivista come Le ragioni del socialismo di Emanuele Macaluso agita la bandiera del riformismo, ma con una dichiarata propensione al minoritarismo dentro una cultura di sinistra tutt'altro che desiderosa di abbandonare un atteggiamento di irriducibile oltranzismo: quello che corrosivamente François Furet definiva «l'oligarchia dell'attivismo». Nel seminario della Fondazione Italianieuropei in cui più è emersa l'esigenza di superare atteggiamenti rissosi e verbosità inconcludenti, gli intellettuali del cinema e del teatro, della letteratura e dell'arte hanno brillato per la loro assenza. Persino un intellettuale noto per la sua prolungata e autorevole appartenenza riformista come Massimo L. Salvadori ha di recente indicato con toni accorati e ultimativi l'insorgere di una terribile «emergenza democratica», con l'ovvia conseguenza di cancellare radicalmente ogni aggiustamento di linea politica nella direzione opposta a quella della guerra civile ideologica che punta alla delegittimazione reciproca e all'annientamento di ogni valore condiviso tra due schieramenti avversari ma non nemici alla morte. Le uniche voci della sinistra intellettuale che si sono alzate per commentare l'idea del Capo dello Stato di un Museo dedicato all'identità italiana sono apparse su Liberazione e con toni veementemente polemici nei confronti di un'iniziativa inevitabilmente destinata a ridurre il fossato incolmabile che secondo i detrattori della proposta divide (e deve continuare, indefinitamente, a dividere) in due metà incomunicanti gli schieramenti politici che si contendono la leadership del Paese. La teoria dello scontro frontale con lo schieramento attualmente al governo suggerisce a cospicui settori della cultura di sinistra, sovente tra gli applausi di ammirazione, il lessico della guerra totale e senza mediazioni. Viene accolto con sollievo il linguaggio dell'economista Paolo Sylos Labini che descrive il presidente del Consiglio come il capo di un clan criminale che andrebbe ricondotto alla sua natura puramente delinquenziale. Malgrado le resistenze di Fassino, di D'Alema e anche di Luciano Violante, suscita adesioni l'idea di Paolo Flores d'Arcais e di MicroMega di celebrare solennemente il decimo anniversario di Mani pulite e se D'Alema eccepisce che una sinistra non forcaiola può festeggiare la presa liberatoria della Bastiglia, ma non i colpi secchi della ghigliottina che fanno rotolare le teste dei nemici del popolo, Flores d'Arcais replica sulla Stampa che anche i «liberatori» della Bastiglia, se proprio occorre inerpicarsi sulla strada delle comparazioni storiche, portavano infilzate sulle loro picche le teste dei nemici.

Ma è nell'uso corrente fino alla banalizzazione della comparazione tra «berlusconismo» e fascismo che si misura la distanza incolmabile tra la nuova linea proposta da D'Alema e Fassino e la parte più ciarliera e combattiva dell'intellighenzia di sinistra. L'idea della «vigilanza» democratica, dell'emergenza, della barriera «antifascista», del pericolo attualissimo di un tuffo nel passato, l'evocazione ricorrente (e fortemente contestata, isolatamente, da Debenedetti) di Hitler come precedente storico di un dittatore dapprima democraticamente eletto e poi trascinatore del proprio popolo negli abissi del totalitarismo, fanno da nutrimento culturale e psicologico di un prossimo «Giorno della memoria» del 27 gennaio all'insegna dell'attualizzazione del pericolo fascista e persino nazista. Un giurista sofisticato come Franco Cordero si abbandona a tortuosi ed eccentrici itinerari comparativi per evocare nientemeno che il fantasma di Goebbels. Lo storico Paul Ginsborg mette in guardia, sulla scorta di un Tocqueville repentinamente riscoperto, dai rischi estremi della «tirannide della maggioranza». Tra i cineasti di sinistra crea allarme e indignazione persino la nomina alla Scuola nazionale del cinema di un sociologo tutt'altro che fedele all'ortodossia berlusconiana come Francesco Alberoni. Come se il grido di battaglia di conio borrelliano, «resistere, resistere, resistere», fosse diventato il motto di un intero schieramento culturale, si auspica la spallata giudiziaria per rovesciare il tavolo e azzerare per incanto l'«anomalia» berlusconiana. Tutto il contrario del lento lavoro di ricostruzione che nella prospettiva di Fassino e di D'Alema dovrebbe riportare la sinistra a ricucire quei rapporti strappati con la società e di cui si è sinora giovato lo schieramento opposto. Ecco perché il rapporto con gli intellettuali costituirà nei prossimi mesi una spina nel fianco della leadership politica della sinistra diessina.

Come dopo la Bolognina, appunto, quando molti intellettuali parteciparono con furore al «fronte del No» alla svolta che avrebbe messo fine al Pci. Oggi come allora, all'indomani di una sconfitta storica che inasprisce gli animi e rende sempre più arduo l'avvio della lunga e solitaria «traversata nel deserto».

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