Da: da La Stampa
Categoria: Articolo stampa
Nome remoto: 213.254.3.151
Data: 01 Feb 2002
Ora: 17:12:00
Un trattato contro i «predoni di geni» Rifkin: cinquanta paesi hanno firmato per cooperare nella ricerca
MILANO GIÙ le mani dai geni. Lo chiedono cinquanta Paesi che hanno firmato un trattato internazionale contro lo sfruttamento genetico che sarà presentato nei prossimi giorni al World Social Forum di Porto Alegre. Alla convenzione ha lavorato anche Jeremy Rifkin, il presidente della «Foundation on Economic Trends», di passaggio a Milano per un incontro promosso dalla Hewlett Packard. E´ lui stesso a dare l´annuncio: «E´ un trattato di cooperazione internazionale per una ricerca genetica mondiale. E´ la frontiera attraverso cui passa il nostro futuro. E´ un punto fermo, come lo è stato il trattato sull´Antartide». Jeremy Rifkin cita l´Antartide e il trattato di Washington del 1959, quando fu preso l´impegno di assicurare la conservazione della flora e della fauna del punto più a Sud del mondo, senza fini di lucro e a scopi pacifici. Oggi che il Polo Sud non è più terra di conquista, per Rifkin è il patrimonio genetico degli esseri umani al centro degli interessi delle multinazionali: «Ci viene chiesto se siamo pro o contro come se volesse dire essere pro o contro il futuro, ma nessuno vuole affrontare il discorso su come si possa applicare questa scienza».
L´economista di riferimento per il movimento no-global ha idee precise su questo. C´è una via che contesta: «Ci sono multinazionali che fanno studi genetici sugli alimenti, cedono i semi in licenza ai contadini ma vogliono mantenere il brevetto». E c´è una strada che lo vede possibilista, lui che da sempre è stato un teorico dello sviluppo sostenibile: «La ricerca può essere la strada per migliorare l´agricoltura di quei Paesi perennemente considerati in via di sviluppo».
I dati che fornisce in due ore di «lezione» sono quelli che saranno macinati dai partecipanti del World Social Forum di Porto Alegre, da chi crede che la globalizzazione non può più essere una risposta adeguata: «Ci sono persone al mondo che non hanno mai fatto una telefonata e che sono fuori da ogni logica di mercato. Un miliardo di persone al mondo non ha lavoro. 850 milioni sono denutrite mentre 356 persone al mondo hanno il 40% del reddito totale della Terra. E´ un divario gigantesco».
Eppure, malgrado questo divario, l´economista americano vede una possibilità di uscita: «Un mondo non può essere globalizzato se non è concesso a tutti l´accesso, se pochi hanno tutto e la moltitudine non ha niente. L´unica via possibile è quella che io chiamo riglobalizzazione, dove ci sia un processo contrario alla globalizzazione che parte dal vertice per andare verso il basso. Bisogna ribaltare la piramide».
Motori della trasformazione, per l´economista americano autore di «La cultura dell´accesso» e del recente «Economia all´idrogeno» non ancora edito in Italia, devono essere la cultura e la salvaguardia delle identità. La cultura come «scambio di linguaggi e di relazioni sociali anche attraverso le migrazioni. Non si può dire basta alle migrazioni, attraverso queste circola il sapere vitale, arriva nuovo sangue a un mondo che non si è ancora reso conto del proprio declino».
La salvaguardia delle identità come «opposizione alla massificazione e alla omologazione», passa invece attraverso l´associazione: «Il futuro è nelle cooperative, nei moschettieri francesi, in quel pool di piccoli commercianti che non hanno perso l´identità locale, ma si sono associati per dividere approvvigionamenti, fornitori e marchi».
Potere alla cultura, riduzione del dominio del commercio e della politica, maggior spazio all´individuo, sono per Jeremy Rifkin le uniche strade per uscire da quella che definisce la colonizzazione di chi pensa che la vita sia solo «riconducibile a determinate categorie: istruzione, finanza, salute e tempo libero». Una via che per Jeremy Rifkin il movimento antiglobalizzazione ha capito. Anche se del vertice contro il G8 di Genova, si è parlato solo per la violenza di piazza «che non posso condividere». Ma fermarsi a questo, non basta all´economista americano: «Quelli che hanno protestato a Genova non sono solo violenti. Sono giovani che usano le tecnologie ma non vogliono perdere il senso di identità che li rende unici».
[_disc3/_borders/disc3_aftr.htm]