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"Abolire la Miseria" di Ernesto Rossi

Da: da La Repubblica
Categoria: Articolo stampa
Nome remoto: 213.254.3.151
Data: 19 Feb 2002
Ora: 15:18:34

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da La Rebubblica del 21.'1.02

«La miseria è una malattia infettiva. Chi ne è colpito demoralizza tutti coloro con cui è in contatto». E' questo l'antefatto ideale del saggio Abolire la miseria, che Ernesto Rossi (1897-1967) scrisse nel 1942 durante il confino politico a Ventotene e pubblicò per la prima volta nell'immediato dopoguerra. Riedito nel '77 a cura di Paolo Sylos Labini, il volume appare ora da Laterza con una prefazione dello stesso economista, che di Rossi fu amico assiduo e devoto. Vi si trova riflessa una delle coscienze più limpide della democrazia italiana. E', come indica il titolo, un'opera propositiva, permeata di pragmatismo britannico (sulla scia del piano Beveridge, che è appunto del '42) e di arguzia toscana. Non occorre essere un economista per avvertirne il fascino. La perorazione di Rossi, pur nel suo afflato filantropico, non presenta tracce di facile «buonismo». Lo si vede nell'energia con la quale l'autore quasi schernisce tutti gli interventi di «beneficenza» o di «soccorso incondizionato» — sia quelli di matrice religiosa, sia quelli escogitati dalla sociologia e dal sindacalismo moderni — con i quali ci si illude di debellare povertà e disoccupazione. Sono le sue origini liberali, la sua ribadita discendenza da Adam Smith e la sua filiale vicinanza a Luigi Einaudi, a dettargli una così netta ripulsa di quelli che oggi si preferisce definire «ammortizzatori sociali». La prima metà del saggio è dedicata a demolirli. Infine, la «pars construens», che sfocia in una proposta. Rossi si batte per la fondazione di un «esercito del lavoro», reclutato in alternativa al servizio militare, che provveda ad assicurare, a spese della collettività, i mezzi essenziali di sussistenza a chi ne ha bisogno. Collegato a un efficiente servizio sanitario nazionale (sul modello invalso in Gran Bretagna almeno fino all'era della signora Thatcher) e a una riforma dell'istruzione pubblica su base gratuita ed egualitaria, il sistema dovrebbe sanare la «piaga vergognosa» dell'indigenza. Avverso, com'era, sia al capitalismo monopolistico, sia al collettivismo burocratico, Rossi è pienamente riconoscibile tutto in queste pagine profumate di fervida utopia. Un «utopista concreto», lo chiama Sylos Labini. E la contraddizione è solo apparente, se si pensa a lui come a un ingegno solitario, a un esemplare suscitatore di energie morali.

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