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Un liberal mitteleuropeo alla RAI?

Da: da Il Messaggero
Categoria: Articolo stampa
Nome remoto: 213.254.3.151
Data: 21 Feb 2002
Ora: 16:25:01

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Un liberal mitteleuropeo e anti-comunista ROMA- Un’eleganza aspra e musicale da scrittore mitteleuropeo. Questa è la prima immagine che viene alla mente, per definire Enzo Bettiza, di origini dalmate ed uno dei più prestigiosi giornalisti e scrittori italiani. Ex comunista da ragazzo. Dopodichè, un liberale vero. Indipendente e mai cerchiobottista. Silvio Berlusconi, quando Indro Montanelli lasciò «Il Giornale» che proprio con il suo amico e condirettore Enzo aveva fondato (ma poi i due si sarebbero separati e infine riconciliati qualche anno fa), chiamò Bettiza e gli disse: «Ora vuoi dirigerlo tu il quotidiano di mio fratello?». Lui declinò l’invito, preferendo l’attività di editorialista alla «Stampa» (che tuttora svolge) e di prolifico narratore fra politica, autobiografia e romanzo («I fantasmi di Mosca», «Esilio», «Mostri sacri», «Arrembaggi e pensieri»...). Ma ora che c’è in ballo la Rai, il livello del discorso ovviamente cambia. Quando si pensa a «una scelta di alto profilo», un profilo più alto e inattaccabile di quello di Bettiza è difficile da trovare. Si è formato nella scuola del «Corriere della sera». Poi la fondazione del «Giornale» nel ’74, in aperta polemica contro il clima da compromesso storico e più precisamente contro la «catarsi democratica e progressista» che si viveva nel quotidiano di «Via Solferino» (così s’intitola uno dei suoi libri più famosi) diretto da Piero Ottone. La rottura con Montanelli, dovuta anche a una radicale diversità di giudizio sul Craxi degli anni ’70 e dei primi anni ’80 («L’errore è stato quello di non capire, o non voler capire, il fenomeno Craxi», scriverà più tardi Bettiza). Le battaglie politiche da senatore liberale. L’approccio disincantato e cosmopolita ai problemi del mondo e della storia. I continui bilanci dei fatti e misfatti del ’900 che costituiscono la sua cifra più profonda di intellettuale senza paraocchi. C’è il rischio di farne un santino. Degli italiani, Bettiza pensa questo: «Nella stragrande maggioranza sono dei miscredenti opportunisti, che di volta in volta si travestono da bravi di Don Rodrigo, da leggionari fiumani, da militi in camicia nera, da pionieri dell’avvenire in camicia rossa, da cerimoniosi morotei in abiti quasi talari». Un’autobiografia della nazione in poche righe. Avrebbe tutto per dispiacere a Bossi, un personaggio così. E però: «In uno Stato nazionale giovane come l’Italia, è auspicabile l’avvento di un federalismo vero», ha scritto Bettiza, «molto simile a quello tedesco». E certo in nulla è assimilabile, Bettiza, al berlusconismo più andante. Anche se egli rappresenta al massimo grado il tipico intellettuale anti-comunista verso cui il Cavaliere nutre ammirazione o addirittura reverenza (almeno la ostenta).

M.A.

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