Da: da La Stampa
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Data: 21 Feb 2002
Ora: 16:37:40
La sinistra francese al bivio di Amélie
21 febbraio 2002
di Cesare Martinetti
PARIGI. Mentre Amélie Poulain sbarca a Hollywood con il suo film di nostalgie e magie parigine reclamando l'Oscar in nome dell'«exception française», a Parigi Dominique Strauss-Kahn (detto DSK) mette alla prova l'eccezione socialista che dopo cinque anni di governo è ora al bivio: o restare dentro l'exception di Amélie-Martine Aubry (la signora delle 35 ore e della statualità) o imboccare qualcosa che assomigli alla disprezzata terza via di quel Tony Blair che quando vinse le elezioni nella primavera del '97 non prese nemmeno la telefonata di complimenti di Lionel Jospin, che forse voleva fare soprattutto gli auguri a se stesso.
Un mese dopo anche Jospin diventava - a sopresa - primo ministro e cominciava la breve stagione socialista dell'Europa che già appare al tramonto: in Francia la sinistra si gioca tutto nelle elezioni di primavera, puntando ancora su Jospin da ieri sfidante ufficiale di Chirac, in Germania Schroeder ha di fronte uno Stoiber che molti danno vincente, in Portogallo Guterres s'è dimesso. In Italia c'è al governo Berlusconi.
Vince solo il New Labour inglese, il cui teorico principale, Anthony Giddens, ha appena pubblicato il suo aggiornamento alla Terza Via (Where now for New Labour, di cui ha già parlato su queste pagine Franco Debenedetti) dove si legge che, tanto per cominciare, la sinistra deve porsi oggi come primo obbiettivo quello di vincere le elezioni e non di affermare dubbi principi un po' invecchiati.
Per esempio quello del ruolo dello stato, anche nei servizi pubblici, che vanno invece rinnovati con l'obbiettivo di migliorarne l'efficacia, anche riducendo l'intervento statale. «Le due dottrine politiche tradizionali - ha spiegato Giddens sull'Independent - la vecchia sinistra e il thatcherismo, non erano che due semi-dottrine. Il vecchio Labour aveva come punto forte la giustizia sociale, ma ignorava le regole dell'economia. L'arma principale del thatcherismo era la competitività ai danni della giustizia sociale. La terza via ha per obbiettivo riconciliare le due correnti».
E senza cadere nella sindrome Groucho Marx (vincente nella sinistra italiana) espressa nella vecchia battuta del comico americano: non vorrei mai fare parte di un club che mi ha come socio. Forse per questo Tony Blair preferisce fare accordi con Aznar e Berlusconi.
Mentre la sinistra francese (socialisti in testa) correva a Porto Alegre dove la signora Marie-George Buffet, segretaria del partito comunista e ministra dello sport nel governo Jospin, si prendeva due torte in faccia dai no-global, Dominique Strauss-Kahn si faceva fotografare a New York, in Times Square, con il NYT sotto il braccio: «Sono venuto al summit di Davos perché mi riesce meglio discutere in inglese che in portoghese», spiegava con quella piega di ironia sulla faccia che non ha perso nemmeno nei giorni difficili (due anni fa) quando fu obbligato a dare le dimissioni da ministro dell'economia per l'inchiesta di un giudice su una storia minima di parcelle retrodatate.
Totalmente assolto, Strauss-Kahn non ha insultato i suoi inquirenti e s'è rimesso subito a fare politica perché i tempi elettorali lo richiedono. E s'è dichiarato dalla «parte di Lionel». Un understastement da umile militante, sia pure di lusso, che però ha innescato il dibattito sulla questione di fondo che sta dietro il passaggio elettorale in cui la gauche plurielle sarà giudicata da francesi per cinque anni di governo.
Strauss-Kahn non ha pronunciato il drammatico «o rinnovarsi o perire» scandito da Piero Fassino al congresso di Pesaro, ma la sostanza è la stessa e l'ha enunciata in un libro che ha per titolo La flamme e la cendre, la fiamma e la cenere, dove per la prima si intende quel che c'è da salvare nel patrimonio socialista, per la seconda ciò che invece va rapidamente buttato per non fare la fine dell'old Labour. Insomma i socialisti francesi mettono in discussione la loro exception e attraverso quella battuta («preferisco discutere in inglese») provano a confrontarsi con la terza via finora trattata con gelida sufficienza.
Prendiamo per esempio un grande tabù come la privatizzazione del gigante EDF, la società monopolista di produzione e distribuzione dell'energia. Strauss-Kahn scrive che quel monopolio provoca «disuguaglianze e impoverimento» del servizio e che la natura stessa dello strumento «monopolio», che in alcuni casi può essere sinonimo di servizio pubblico, in altri si rivela soltanto un handicap per la stessa società.
E non si tratta di «demonopolizzare» alla cieca (attenti alle «aberrazioni californiane»), ma si deve pensare a un rinnovamento del servizio pubblico che va «pensato e costruito in un universo di concorrenzialità». In conclusione il capitale EDF va aperto il più rapidamente possibile ai privati, salvaguardando naturalmente un controllo sull'effettiva utilità pubblica dei servizi erogati e senza fare del 50 per cento un tabù indiscutibile.
Sembra di leggere Giddens e non invece il «Progetto 2002» approvato due settimane fa dagli stati maggiori socialisti e scritto da Martine Aubry, oggi defilata sindaco di Lille, in realtà la ferrea custode dell'exception française in politica socialista così come la giuliva Amélie lo è per l'immaginario dei dieci milioni di francesi che l'hanno vista nel film-evento dell'anno.
Nel progetto di «Madame 35 ore» non si parla della privatizzazione EDF e d'altra parte si sa che le minoranze della sinistra interna e della corrente di Henry Emmanuelli (Démocratie et egalité) difendono risolutamente il possesso dell'EDF da parte dello Stato al 100 per cento.
Eppure la Francia si troverà presto a fare i conti del suo obsoleto monopolio con l'Europa che chiede la liberalizzazione dei mercati dell'energia. C'è anche nel socialismo francese, una vecchia resistenza anti-europea contro cui si stanno battendo i socialisti-liberali della Fondazione Jean-Jaurès (l'ex primo ministro Pierre Mauroy e il commissario europeo Pascal Lamy) che da un po' di settimane organizzano riunioni su riunioni per lanciare l'allarme: «Un malessere si aggira per la Francia: l'esitazione nei confronti della costruzione europea».
A sorpresa, Lamy e Mauroy denunciano che il malessere è «più pronunciato a sinistra». Scrivono nell'ultimo quaderno della fondazione: «L'impegno che abbiamo consumato a difendere la parità franco-tedesca, a preservare la politica agricola com'è ora, a bloccare la liberalizzazione del mercato dell'energia sarebbe stato meglio impiegato in un maggiore impulso all'integrazione. La Francia rischia di veder ridotta la sua influenza in Europa».
Ma la partita non è semplice, non ci sono due squadre ben definite in campo, le resistenze sono trasversali. Prendiamo un'altra questione tabù, come la Tobin tax, feticcio dell'ondata no-global partita da Genova, inserita nel programma socialista ed esplicitamente promessa da Jospin. Uno come Laurent Fabius, ora ministro dell'economia, da sempre all'ala liberale del partito (sull'EDF è per la privatizzazione), ha rilanciato la Tobin l'altra settimana a Ottawa, al G7, trovando peraltro l'opposizione italiana e inglese.
E invece Strauss-Kahn è addirittura spietato con la «tax» che prevede di prelevare l'uno per cento (da destinare ai paesi poveri) sulle transazioni internazionali per sanzionare la speculazione: «Tecnicamente impossibile, finanziariamente e strategicamente inefficace», scrive DSK nel suo libro dove cita Carlo Rosselli per definire il suo orizzonte politico: «Il socialismo si realizza quando anche i più poveri conquistano la libertà».
La grande partita dell'exception socialiste è dunque appena agli inizi. Chirac, sceso in campo prima di Jospin nella sfida presidenziale, ha fatto capire che attaccherà il suo avversario sullo statalismo. In gioco ci sono i dieci milioni di voti degli spettatori di Amélie Poulaine che il presidente ha visionato in proiezione privata all'Eliseo. Il risultato del voto scioglierà non solo la questione socialista, ma anche l'enigma sui fans di Amélie: sono di destra o di sinistra?
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