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URSS Il manifesto degli scrittori perduti

Da: da Il Corriere della Sera
Categoria: Articolo stampa
Nome remoto: 213.254.3.151
Data: 28 Feb 2002
Ora: 09:26:07

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Nel 1934, mentre Stalin stringeva le maglie della dittatura sul mondo culturale, un gruppo di intellettuali cercò di avvertire l’Occidente delle persecuzioni in atto. Ma fu ridotto al silenzio

URSS Il manifesto degli scrittori perduti

di VITTORIO STRADA

Dal 17 agosto al 1° settembre 1934 a Mosca si svolse un avvenimento centrale non soltanto per la letteratura sovietica ma per l’intera ideologia comunista: il Primo Congresso degli scrittori dell’Urss. Vi parteciparono quasi 600 delegati che, per usare una terminologia democratica, rappresentavano i 2500 membri dell’organismo (l’Unione degli scrittori) che per molti decenni, praticamente fino al crollo dell’Urss, doveva controllare l’attività letteraria dell’intero Paese. Nel 1932 il Comitato centrale del Partito comunista, signore supremo di ogni parte della realtà sovietica, quella letteraria e culturale compresa, con una risoluzione intitolata «Sulla perestrojka (cioè sulla «ristrutturazione» n.d.a.) delle organizzazioni artistico-letterarie», aveva decretato lo scioglimento di tutti i raggruppamenti degli scrittori ancora ammessi, leali quindi al potere comunista, e in particolare l’Associazione degli scrittori proletari che era, tra tali raggruppamenti, il più potente, e tiranneggiava gli altri, in quanto, proclamandosi fedelissima all’ideologia del Partito e dello Stato, il marxismo-leninismo, deteneva una sorta di appalto, della tutela dell’ortodossia. Ma all’inizio degli anni Trenta la politica di Stalin accentuò il principio dell’unità, dell’omogeneizzazione, della centralizzazione in ogni campo economico e politico, quindi anche culturale e letterario, e revocò l’«appalto» all’Associazione degli scrittori proletari, assumendo direttamente la gestione della letteratura (con un impiego, però, anche dei funzionari letterari proletari che seppero adattarsi prontamente alla svolta). Il Primo Congresso nel 1934 fu appunto la grande manifestazione di questa volontà di «serrare le file» del «fronte letterario». Per usare la terminologia militare allora in uso, issando un nuovo vessillo, quello del «realismo socialista», e nominando un ambizioso generale, Maksim Gorkij, il vecchio scrittore amico di Lenin e sodale di Stalin. Il Congresso del 1934 fu una di quelle parate che un regime e un partito totalitario, qualunque ne sia il colore ideologico, ama organizzare in ogni campo, militare, sportivo o intellettuale, come manifestazione di forza e compattezza (e di obbedienza da parte dei suoi sottoposti). Non mancò, tuttavia, qualche nota che suonò stonata al direttore d’orchestra (che era Andrej Zhdanov, sotto la superdirezione di Stalin). «Stonato» fu soprattutto il discorso di Nikolaj Bucharin, un tempo anche lui ultraproletario e ultragiacobino, ma ammorbiditosi con gli anni, tanto che quel suo discorso al Congresso, sullo sfondo cinereo di un conformismo senza spiragli, potè apparire non privo di qualche sprazzo di luce: ma era il discorso di un moribondo. Scopriamo oggi, grazie a preziosi materiali d’archivio di recente pubblicati in Russia, che nel 1934 a Mosca attorno a quel Congresso avveniva qualcosa di sbalorditivo, anzi sovversivo: era stato scritto, da anonimi letterati sovietici un appello agli scrittori stranieri, più o meno simpatizzanti col regime comunista, affinché aprissero gli occhi e intervenissero coraggiosamente in difesa delle vittime del comunismo così come nobilmente intervenivano in difesa delle vittime del nazismo. Prontamente sequestrato, quell’appello (dattiloscritto) è stato però conservato (risale al 20 agosto 1934). Per prevenire una distorta lettura, una precisazione: gli anonimi autori dell’inaudito appello non provavano alcuna simpatia per Hitler, naturalmente, ma nel 1934, non sapendo quello che sarebbe poi successo, persino Hitler poteva sembrare meno «totalitario» di Stalin e il giusto antifascismo degli intellettuali occidentali, secondo loro, avrebbe dovuto essere coerentemente esteso a quello che, gli autori dell’appello, chiamano, «fascismo sovietico». Ancora un’osservazione. Sempre dai materiali d’archivio della suddetta organizzazione poliziesca, cioè dei rapporti informativi che i suoi agenti delatori facevano pervenire al Cremlino, apprendiamo che non pochi scrittori, parlando tra loro, si espressero allora, nell’agosto 1934, in termini tutt’altro che lusinghieri sul quel Congresso faraonicamente grandioso. Babel: «Il Congresso si svolge in modo mortifero, come una parata militare dei tempi dello zar». Altri parlavano di «noia e burocratismo», come delle caratteristiche del Congresso, e di Gorkij come di un «vecchio meschinamente vendicativo». Un poeta ucraino, a suo tempo futurista, Semenko, definito il Congresso una «cerimonia menzoniera», ricorse a espressioni colorite: «Tutto si svolge in modo così perbene che mi viene una voglia matta: prendere un pezzo di merda o un pesce marcio e gettarlo tra la presidenza del Congresso». Intanto Gorkij e Zhdanov pontificavano solennemente e il loro dio, al Cremlino, in nome di quella «partiticità» della letteratura che Lenin aveva teorizzato, si preparava a rendere sempre più stretti i ranghi del suo esercito nazionale e internazionale, del quale gli «ingegneri di anime», scrittori e intellettuali, erano una parte essenziale. Per fortuna, e per l’onore della letteratura russa, c’erano «anime» che non si prestavano ad essere manipolate come meccanismi.

© Corriere della Sera

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