Da: pier luigi baglioni
Categoria: Contributo letterario
Nome remoto: 213.156.57.135
Data: 01 Mar 2002
Ora: 19:58:47
SUICIDIO IN CELLA. .
La cella, tre metri per due, abbastanza pulita, dava sul corridoio come la cabina di una nave traghetto. Solo che la porta, blindata, aveva lo spioncino da cui il secondino, spostando lo scorrevole, osservava le mosse dei due reclusi in essa detenuti. Alla parete opposta, una grande alta finestra sempre chiusa, vetri sporchi e sbarre robuste, dava la classica visione del ‘sole a scacchi’. D’altronde non si poteva vedere altro che, per guardare fuori, si doveva salire sulle spalle del compagno (ma non sarebbe servito poiché una tavola impediva la vista del paesaggio circostante). E comunque il Presidente non si sarebbe mai sognato di chiedere al compagno di cella di lasciarlo salire sulle spalle. I primi giorni ebbe l'impulso di abbandonarsi: non lavarsi, non radersi, non parlare; dormire vestito e scendere dal lettino soltanto per le esigenze fisiologiche (se avesse potuto neppure quelle). L’intelligenza gl'impose una rabbiosa dignità. Lavava i denti ogni pasto, cambiava camicia ogni giorno. Sempre in giacca e perfetta rasatura per presentarsi con decoro all'interrogatorio che d'altronde non avveniva mai. Il Presidente, potente e rinomato magnate dell’industria pubblica, era incappato nelle grinfie forsennate di Mani pulite che scuotevano la città. L’altro giovane carcerato, meno di trent’anni, invece era un povero diavolo, rottame della società. Magro, allampanato, denti disastrati, lunghi capelli secchi come fieno, allacciati con l’elastico dietro le spalle a coda di cavallo. Dopo la prima diffidenza dovuta a preconcetta ostilità verso il nuovo entrato, dopo , constata la sua fragilità in quella per lui insopportabile situazione, lo prese in simpatia fino al servilismo. Quell'uomo compunto ma disperato, affranto ma dignitoso, gli incuteva forte solidarietà: "Si vede che è un signore". Non capiva la strana anomalia per cui stava detenuto. "Presidente, stamattina c'è il sole" disse Cecio (si chiamava così nel gergo della strada). Sveglio da due ore aveva evitato di disturbarlo, aspettando fosse il Presidente ad iniziare la solita incolore giornata in cella. Poi, tolto l'indugio, insistette: "Presidente? Preparo il caffè?" "Grazie, lo gradisco". Cecio svitò la napoletana, tolse i fondi precedenti, pose il caffè macinato nel contenitore, riempì d'acqua la parte sottostante; infine avvitò ed attese vicino al fuoco l'ebollizione. Il Presidente restò in letto assorto nei suoi pensieri. Come Cecio che aspettando seguiva il filo dei ricordi. Figlio di ragazza madre, stuprata da uno zio mascalzone, la mamma aveva lottato per sopravvivere ed allevarlo. Con la schiena rotta dalla fatica facendo la lavascale, lo tirò su finchè Carlo (il vero nome) fu piccolo. Crescendo nella strada di un quartiere degradato di Milano, il ragazzo incappò nella droga e divenne l'attuale Cecio, balordo tra balordi della più triste e minuta mala di borgata. All’età di diciott’anni, si era allontanato da casa. Ciò che ricordava era di entrare ed uscire dalla galera per i reati legati all’ambiente dei tossici. Ora stava dentro da qualche anno e per un po’ ci sarebbe rimasto se non aveva in conto la buona condotta, e un condono, di lasciare presto via Filangeri La caffettiera sibilò mandando sbuffi di vapore. Cecio la capovolse ed in un attimo il liquido riempì il contenitore vuoto: "Presidente è pronto. Venga, il caffè è buono se bollente." "Grazie Carlo. Sei gentile." "Dovere, Presidente". Si alzò, e guadagnato il tavolino girò lo zucchero nella tazzina. Bevve sorseggiando pensieroso, lo sguardo perso nel vuoto. “Forse pensa alla moglie, ai figli, che rifiuta di vedere per non apparire loro in quella condizione” pensò Cecio domandandogli: "Presidente. E' preoccupato?" Il Presidente sorrise. O meglio le pieghe della bocca indicarono l'idea del sorriso, ma l'amarezza aleggiava sulle labbra. "Oggi il PM mi interrogherà, finalmente. Mi ha promesso che dopo avrò gli arresti domiciliari" rispose fievolmente, quasi parlasse a se stesso. Il Presidente era stato arrestato dalla Guardia di Finanza tre mesi prima. L’avevano catturato platealmente, nel suo ufficio, davanti alla Segretaria. Una singolare soffiata del Palazzo aveva avvisato stampa e televisioni sì che percorse in manette la strada tra una folla scomposta ed eccitata di curiosi e giornalisti, fotografi e telecamere. Un’ora dopo il caffè venne il secondino ad annunciare l'incontro col magistrato delle indagini preliminari. "Presidente, vedrà la rimandano a casa" gli augurò convinto Cecio. Egli non rispose temendo all'ultimo momento che il colloquio non sarebbe stato definitivo. Rientrò tre ore dopo scuro in volto, ingobbito, invecchiato di dieci anni. Cecio capì l’esito negativo tentando ingenuamente di sollevargli il morale: "Presidente, non se la prenda. Sarà per la prossima volta". Si sentiva veramente dispiaciuto del compagno. Anche volendo non sapeva cosa dire per confortarlo. Fu la prima volta che sentì il peso dell’ignoranza sicuro che con maggiore cultura avrebbe trovato parole adatte alla circostanza: “Se avesse ammazzato la moglie sarebbe già a casa” si disse. La sera il Presidente si era messo a letto senza più muoversi. Ignorò l'ora d'aria, ed il cibo portato da fuori. Cecio aveva preparato come al solito la tavola ma lui non si era alzato: "Favorisci tu, io non ho fame" aveva detto. La notte Cecio notò, l’immobilità del compagno di cella. Abituato al tormentato sonno del Presidente che coricandosi stentava a prendere sonno in ogni posizione, sentirlo immobile, vederlo supino come quando si era sdraiato, gli diede una certa inquietudine: "Presidente" bisbigliò: "Ha bisogno di nulla?" "Sai cosa m’ha detto il magistrato?" rispose l'uomo senza muoversi: "Niente nome, niente scarcerazione. Se non parlo se ne va in vacanza. E ‘Ci vediamo quando torno’ ha detto strafottente." "Bello stronzo quel magistrato" esclamò Cecio. Poi non parlarono più fino al mattino. Quando la luce filtrò dalla finestra Cecio accudì piano alle sue cose. Preparò il cappuccino, lavò la maglia, i calzini. Li stese alle sponde del letto. "Presidente che ce lo facciamo un bel caffè nero bollente?" domandò quando ritenne che non era maleducazione destarlo. Non ebbe alcuna risposta. Attese indi insistette: "Presidente, il sole è già alto...". Nulla. Allora preso andò al capezzale ad osservare il compagno che stava coperto dal lenzuolo. L’immobilità lo sgomentò: "Presidente!" gridò mentre istintivamente sollevava il lembo superiore. L'uomo stava stecchito col capo infilato dentro un sacchetto di plastica che pareva sul volto una seconda lucida pelle. Cecio fece un urlo istintivo, lacerante. Con quanta voce aveva urlò alla porta battendo contro una scarpa: "E’ morto! Il Presidente è morto! Questi assassini lo hanno ammazzato!". Arrivarono le guardie. La cella si riempì. Cecio impalato in un angolo della cella, braccia lungo il corpo e pugni chiusi, sembrava impietrito. Le sue mani erano talmente strette che le unghie penetrarono i palmi. Insanguinando le dita le gocce cadevano a terra come la cera quando si scioglie. Pier Luigi Baglioni
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