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Re: PELLICANI: "è una guerra civile di parole"

Da: da Il Corriere della Sera
Categoria: Articolo stampa
Nome remoto: 213.254.3.151
Data: 04 Mar 2002
Ora: 16:17:54

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Pellicani il contestato: è una guerra civile di parole

ROMA - L’anti-Pancho si chiama Luciano Pellicani, ha più o meno la stessa età del geografo fiorentino e come lui è un intellettuale, un professore. A differenza di Francesco Pardi, però, Pellicani non aveva mai parlato né in un’assemblea né in una manifestazione. L’ha fatto sabato, a piazza San Giovanni, e mal gliene incolse. Fischi, grida, inviti a tornarsene a casa. Da Pancho lo dividono, dunque, un certo numero di cose. La fama accademica, tanto per cominciare: Pellicani è un noto e apprezzato studioso, il teorico della riscoperta di Proudhon a maggior gloria del Craxi degli anni Ottanta; Pardi è geografo con qualche pubblicazione all’attivo. Da sabato, i due sono divisi anche dalla Piazza. I trecentomila o su di lì che avrebbero inneggiato a Francesco «Pancho» Pardi se il professore avesse accettato di esibirsi sul palco con Fassino e Rutelli, ha invece duramente insultato Pellicani. «Era un rombo, un fischio continuo - memorializza il professore -. Per zittirli, sarebbe bastato dire qualche banalità su Berlusconi, ma non l’ho fatto. Non ero sul palco per questo». La sua missione, spiega Pellicani, era «ricordare che in Italia ci sono pure i moderati di sinistra. In Italia, storicamente, hanno sempre perso, da "Giustizia e Libertà" ai miglioristi del Pci. Hanno perso, ma avevano ragione. Purtroppo, le masse stanno sempre con chi sbaglia, con i massimalisti». È probabile che i più ignorassero il contributo teorico fornito dal Pellicani al Craxi degli anni Ottanta, «contributo teorico sprecato, distrutto poi dalla corruzione» ricorda amaro il professore. Conosciuto o no dalla Piazza, Pellicani parlava, comunque, a nome del già poco amato Sdi e, per di più, metteva in guardia contro «il massimalismo giustizialista che porta dritti dritti alla sconfitta». Tanto è bastato per provocare la reazione del popolo girotondino e palavobisizzato. Il giorno dopo, il professore appare preoccupato. «Siamo al manicheismo assoluto, spaventoso, a un passo da una guerra civile di parole. Berlusconi sta creando un problema serio all’Italia. Da un lato, c’è la piazza del centrosinistra che rifiuta di accettare l’esito delle urne, dall’altra lui, Berlusconi, che parla di un’Italia dell’amore contrapposta all’Italia dell’odio. Questo è manicheismo bello e buono, siamo alla lotta dei figli della luce contro i figli delle tenebre». Più che l’emozione della sua prima volta su un palco, più ancora che gli insulti ricevuti, Pellicani ricorderà il suo sabato 2 marzo come il giorno in cui ha toccato con mano l’assoluta attualità della frase con la quale uno dei leader della Comune di Parigi giustificò la sua passività di fronte all’estremismo dei rivoluzionari: «Non posso non seguirli, sono io la loro guida». E dunque, osserva il professore, è chiaro che i vertici dell’Ulivo, scavalcati dalla base, ormai ne seguono la strategia. Senza per questo essere più amati. «Rutelli, per dire, ha parlato nel gelo assoluto. La base, ormai è chiaro, non riconosce ai leader né autorevolezza né credibilità. D’Alema ci sta ancora provando, con la Fondazione Italianieuropei lui e Amato offriranno un nuovo momento di riflessione, a metà marzo, ma la strategia di D’Alema, utilizzare questi anni all’opposizione per seminare, è stata completamente spazzata via». Da studioso, Pellicani ha raccontato la parabola del comunismo nel libro al quale tiene di più, «La società dei giusti», una radiografia delle ragioni per le quali una parte della società finisce per sentirsi più giusta dell’altra. Sulla base di quell’analisi, spiega perché oggi la Piazza sia tornata a cercare il Nemico. «Ho cominciato a pensare che non ci sarebbe stata una normale accettazione del risultato elettorale quando ho letto un’intervista di Gianni Vattimo alla rivista L’indice . Confidava che il giorno dopo le elezioni del 13 maggio, lui e altri amici si erano detti: "Finalmente. Adesso possiamo tornare a combattere". Il punto di vista di Vattimo è quello di chi crede non nell’indignazione, che è un sentimento onorevole, ma nell’indignazione permanente. È quel permanente a risultare decisivo. Perché, diceva Paul Valery, l’indignazione permanente è segno sicuro di bassezza morale».

Maria Latella

© Corriere della Sera

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