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Il «deficit» liberale dell´Italia moderna

Da: da La Stampa
Categoria: Articolo stampa
Nome remoto: 213.254.3.151
Data: 18 Apr 2002
Ora: 17:30:19

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Il «deficit» liberale dell´Italia moderna

E´ sempre utile sapere come l'Italia sia guardata dall'estero: ricordiamo la spontanea mobilitazione della migliore stampa straniera contro l'eventualità, poi verificatasi, di una vittoria berlusconiana alle elezioni del maggio 2001. Anzi, l'atteggiamento del Cavaliere in quella circostanza («complotto comunista...») contribuì a creare un supplemento d'irritazione nei tranquilli osservatori inglesi, tedeschi, francesi e nordamericani i quali avevano espresso forti dubbi sulla legittimità della premiership politica di un magnate della finanza e dell'informazione. Sentirsi trattare da untorelli al servizio della sinistra convinse quei giornalisti che il dna liberale non albergava nel patron di Mediaset che si apprestava a ritornare al governo. Deficit liberale: è proprio questa la tesi di fondo che attraversa la stimolante analisi condotta da due osservatori esterni, un inglese e un italiano residente in Gran Bretagna: Simon Burgess e Vittorio Bufacchi. L'Italia contesa - uscito in Inghilterra nel 1998, aggiornato nel 2001 e ora ulteriormente aggiornato per l'edizione italiana, arrivando fin quasi ai nostri giorni - è un'analisi, condotta secondo strumenti prevalentemente politologici, ma non disdegnando un approccio storico e incursioni di filosofia etico-politica. Non mancano le ingenuità tipiche di chi non vive nel paese che studia, benché gli autori mostrino una buona conoscenza della letteratura critica su quasi tutti gli aspetti della vita del Bel Paese. Naturalmente, alcune delle loro analisi sono discutibili, a cominciare dalla tesi di fondo, che sembra echeggiare appunto gli argomenti polemici contro Berlusconi di tanta parte della stampa indipendente straniera prima e dopo le elezioni: il deficit di cultura liberale. Tuttavia gli autori allargano il discorso ben al di là di Berlusconi, coinvolgendo in prima battuta i suoi alleati, Fini e Bossi, ugualmente accusati (citazioni alla mano) di estraneità alla teoria e alla pratica del liberalismo e, alle loro spalle, l'intero centrodestra; e credono di scorgere la chiave di volta della cosiddetta «anomalia italiana», di un paese, cioè, dominato storicamente da tre culture politiche - cattolica, fascista, comunista - che non hanno lasciato spazio all'autentica cultura liberale. In fondo, il berlusconismo non è altro che l'ennesima riprova di quell'assenza, per quanto le parole d'ordine di Forza Italia siano attinte al vocabolario liberale: ma, ripetono gli autori - sempre con il distacco degli studiosi empirici che si limitano a ricostruire, constatare e trarre quasi aritmetiche conseguenze - la politica e gli atteggiamenti concreti del partito azzurro nulla hanno a che spartire con la teoria e la pratica del liberalismo. La tesi è costruita seguendo le vicende che dalla crisi di Tangentopoli del 1992 portano al secondo governo Berlusconi. Anche da questo punto di vista, pur con i suoi limiti, il libro è di grande utilità: sfilano via via i personaggi che hanno accompagnato i traumi di Mani Pulite (da Craxi a Borrelli, da Di Pietro a Cirino Pomicino), che hanno guidato la difficile transizione (Scalfaro, Amato, Ciampi, Dini...), che hanno visto chiudere le proprie carriere politiche (Andreotti, Occhetto, Martinazzoli...). La mafia, la televisione, il ruolo dei «poteri forti», la corruzione, il peso delle tradizioni religiose e politiche e i convulsi tentativi di rinnovamento istituzionale, sono lo sfondo di questa Italia «contesa», ma sempre rimasta al di qua delle sponde liberali.

Angelo d'Orsi

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