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Quei trotskisti di Francia ...

Da: da Il Corriere della Sera
Categoria: Articolo stampa
Nome remoto: 213.254.3.151
Data: 23 Apr 2002
Ora: 09:43:01

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Quei trotskisti di Francia settari e fuori dalla realtà

di LUCIANO CANFORA

Nelle prime elezioni politiche successive alla Liberazione, il partito comunista francese e quello socialista rasentarono la maggioranza assoluta dei suffragi. Non vi erano movimenti o partiti trotskisti all’Assemblea nazionale. Lev Davidovic Bronstein, a lungo antagonista di Lenin, solo tardi, nell’imminenza della rivoluzione d’ottobre 1917, divenuto bolscevico, artefice della vittoria bolscevica nella ferocissima guerra civile che tenne dietro alla rivoluzione, antagonista di Stalin e da lui esiliato nel 1929, fondatore, in esilio, di una IV Internazionale rivale del Komintern, aveva avuto, tra le due guerre mondiali, in Occidente, il fascino irresistibile - tra l’altro nelle cerchie intellettuali - del grande sconfitto. Era parso a molti, in Occidente, come colui che avrebbe davvero potuto dar vita ad un autentico socialismo, diverso dalla dura e ferrea costruzione che, nell’isolamento internazionale e tra sacrifici smisurati, si veniva realizzando in Urss durante la dittatura di partito instaurata da Stalin. Come in ogni guerra tra «eretici» provenienti dalla stessa matrice, il conflitto di Trotskij contro l’Urss (e viceversa) fu senza esclusione di colpi. Fino al colpo di piccone con cui Ramon Mercader (agente Ghepeu) pose fine alla vita di Trotskij il 20 agosto del 1940. Ci aveva provato prima Siqueiros, il grande pittore messicano. La legge per cui il tuo nemico è ipso facto mio amico fece sì che persino i media del fascismo italiano tennero, negli anni Trenta, verso Trotskij un atteggiamento di interesse e rispetto (Mondadori ne tradusse l’autobiografia nella magnifica traduzione di Ervino Pocar), che potè giovare molto alla problematica anti-trotskista del Komintern. La vittoria dell’Urss nel 1945 quasi estinse il prestigio che Trotskij aveva conquistato in Occidente, anche grazie alla sua brillantezza intellettuale. Ecco perché i movimenti a lui ispirati parevano, nel fervore del dopoguerra segnato dal trionfo di Stalin, praticamente estinti, tranne che in Usa e in Brasile. In Francia il trotskismo risorse sull’onda del 1968. In Francia ancor più che in Italia o in Germania. Non è difficile comprendere la genesi di quella ripresa. Settori consistenti del «Sessantotto» propugnavano un ritorno alle «radici» del comunismo, sognavano una specie di «punto e a capo», per ricominciare da dove l’esperienza sovietica aveva «tralignato». E dunque sembrava loro logico riprendere il filo a partire dal personaggio che ai giovani non informatissimi sembrava incarnare la strada che era stata abbandonata, ed era, magari, quella giusta: la coerenza rivoluzionaria, senza i compromessi e pura dallo «sporcarsi le mani» di chi, come Stalin e i suoi eredi, aveva, operando, «peccato» nei confronti della Rivoluzione. L’errore di questi «neofiti» non era tanto di ignorare la storia (per esempio la repressione trotskista di Krounstadt), ma di non capire che, proprio mentre prendeva corpo il benessere diffuso del privilegiato Occidente, il radicalismo proto-bolscevico era la ricetta meno adatta per «prevalere» in Occidente. Oggi i nomi sono gli stessi, ma tutto è cambiato. Arlette non ha nulla a che fare con Lev Davidovic: gli assomiglia solo nella sicurezza di sé e nella certezza di avere ragione, nell’abitudine a non criticare mai se stessi ma la «cattiva realtà». E soprattutto nel settarismo. Non a caso i movimenti trotskisti avventuratisi alle elezioni francesi sono addirittura tre! Chi sa quali risibili ragionamenti si scagliano gli uni contro gli altri. Gioiscono del limitato successo. E sostengono che tra Chirac e Le Pen non vi è poi gran differenza. É proprio vero che il fascismo non fa paura se non quando è troppo tardi per venirne fuori.

© Corriere della Sera

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