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La verità storica

Da: Silvia Ronchey su La Stampa
Categoria: Articolo stampa
Nome remoto: 213.254.3.151
Data: 25 Apr 2002
Ora: 18:53:06

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SE, come scriveva Gertrude Stein, «una rosa è una rosa, una rosa, una rosa», non potendosi pensarla altrimenti, Luciano Canfora è senza dubbio «uno storico, uno storico, uno storico». Nel suo ultimo libro, Noi e gli antichi, non si potrebbe distinguere l'antichista, il modernista, il contemporaneista; meno ancora sorprendersi se la sua osservazione del passato è anche uno sguardo sul presente, e viceversa. Ogni storia è sempre contemporanea, essendo il mestiere di storico anzitutto l'esercizio di un metodo di ricerca (istorìa) che, secondo Tucidide, parte dall'esperienza personale e dall'osservazione di ciò che è in fieri. Canfora lo ribadisce riprendendo apertamente la formula di Croce, anche se, specifica, «con spirito diverso». D'altra parte la storia non sarà mai una scienza esatta perché inevitabilmente inesatti, di qualunque storia, sono i dati: più lo storico è perspicace, più ne comprende, spiega Canfora, la parzialità. Il fatto è che «la storia - l'unica degna del nome, quella sui documenti - può finalmente farsi quando i vincitori hanno scelto quali documenti far sopravvivere». I grandi archivi dei vincitori sono sempre chiusi, o socchiusi, accessibili solo «a personale allevato all'interno della struttura governativa», che si tratti del senato romano o della Cia. Se la storiografia sul passato è a rigore impossibile, basandosi su autori che tramandano la politica di oligarchie alla cui visione dei fatti e del mondo si attengono, non è meno difficile indagare la storia del presente, perché gli stessi rapporti di forza che l'hanno prodotta condizionano la possibilità di accesso alla documentazione indispensabile per ricostruirla. Quindi, secondo Canfora, scrivere storia è insieme necessario e impossibile. L'unica soluzione è prendere atto della relatività del mestiere e «leggere le testimonianze contropelo, contro le intenzioni di chi le ha prodotte», come suggerì Walter Benjamin. È ciò che fa Canfora, in un libro che ha in definitiva per argomento la soggettività della storia, l'indissolubilità tra oggetto pensato e categorie che lo pensano. Secondo una sentenza di Don Chisciotte chiosata da Borges e citata da Canfora, «la verità storica non è ciò che avvenne ma ciò che noi giudichiamo avvenuto». Noi e gli antichi passa in rassegna le dilatazioni, le forzature, le esplosioni che la parola politica degli antichi ha subito presso i moderni: da Machiavelli e da Hobbes, con le loro deformazioni di Livio e di Tucidide, agli equivoci sullo schiavismo in Condorcet, Tocqueville, perfino nel giovane Marx. In attesa della «nuova era» in cui gli uomini «non saranno più legati al passato da nessuna abitudine mentale e la storia non offrirà loro che racconti strani, quasi incomprensibili», secondo la profezia di Paul Valéry, che è a un passo dall'avverarsi.

Silvia Ronchey

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