Da: da La Stampa
Categoria: Commento generico
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Data: 22 May 2002
Ora: 10:58:36
PALMIRO Togliatti, nell'ottobre '44, incontrò a Bari Edvard Kardelj e Milovan Gilas, rappresentanti di Tito. Affrontarono il problema di Trieste e della Venezia Giulia, in quel momento occupate dai tedeschi: e il «Migliore» dovette trovarsi in una situazione veramente difficile. Il 19 dello stesso mese mandò una lettera a Vincenzo Bianco, dirigente comunista che conosceva bene i titini per aver lavorato con loro e si trovava a Trieste, in cui esercitava dei sottili distinguo a proposito dell'«occupazione militare jugoslava». «E' un fatto positivo - scriveva - di cui dobbiamo rallegrarci e che dobbiamo in tutti i modi favorire», perché così «in questa regione non vi sarà né un'occupazione né una restaurazione dell'amministrazione reazionaria italiana, cioè si creerà una situazione profondamente diversa da quella che esiste nella parte libera d'Italia. Una linea diversa si risolverebbe, di fatto, in un appello all'occupazione di Trieste da parte di truppe inglesi». La tragedia delle foibe era già cominciata, ed era nota, perché la propaganda della Rsi l'aveva fatta sua. I partigiani jugoslavi erano dilagati in Venezia Giulia nel settembre'43 (con l'eccezione di Pola, Fiume, Trieste), per essere poi ricacciati dai tedeschi nell'ottobre nello stesso anno. Ma subito erano cominciate le esecuzioni sommarie (destinate a ripetersi in misura assai maggiore nel '45) in base all'equazione italiani-fascisti-nemici del popolo, con le vittime annegate in mare o gettate nelle profonde cavità carsiche che portano il nome di foibe. Che quell'invito di Togliatti a «rallegrarsi» abbia un suono sinistro è indubbio. Tutta la complessa partita che si giocò sul confine orientale dell'Italia fu del resto molto più che sinistra. Fu una tragedia spaventosa, e per di più occultata. Gianni Oliva ce la racconta in un bel libro dedicato alle «stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell'Istria», dove documenta minuziosamente, non solo i fatti storici - che agli specialisti sono noti - ma anche le deformazioni e i silenzi, oltre alle ragioni dei silenzi, che ne derivarono. La strage, in un'ottica di pulizia etnica, di diecimila italiani, e l'esodo in massa delle popolazioni istriane, furono nel dopoguerra un ricordo scomodo per tutte le parti del gioco politico interno e internazionale. Non è la prima volta che Oliva si occupa di questo argomento. Lo aveva già fatto nel '99 con La resa dei conti. Aprile-maggio 1945: foibe, piazzale Loreto e giustizia partigiana, sempre per Mondadori. Ora si concentra sul tema sviluppandolo in un affresco completo - e agghiacciante - di ciò che accade in quella tormentata zona, stretta tra partigiani titini e tedeschi, tra le stragi degli uni e quelle degli altri, che appena occupata Trieste impiantarono il loro campo di sterminio nella risiera di San Saba. In un contesto simile è evidente come il ruolo più difficile fosse inevitabilmente quello degli antifascisti italiani: è molto interessante l'analisi del comportamento dei comunisti, che almeno dal punto di vista politico erano quelli in maggiore difficoltà, fino a rischiare - Oliva non lo dice, ma i suoi documenti lo suggeriscono - il triste ruolo del collaborazionista nei confronti della Jugoslavia divenuta potenza occupante.
Mario Baudino
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