Da: A. Ronchey sul Corriere
Categoria: Articolo stampa
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Data: 29 May 2002
Ora: 11:17:20
MOSCA, OCCIDENTE?
La Russia di Putin, malgrado le interne dissidenze o diffidenze, tende a gravitare verso la comunità occidentale per molteplici ragioni. Anzitutto, impone quest’itinerario il suo stesso processo di sviluppo nell’ambito della globalizzazione, inclusa l’aspettativa di benefici dalla World Trade Organization. Inoltre, valorizzare l’interdipendenza rispetto ai grandi mercati occidentali permette la massima esportazione di petrolio e d’altre materie prime, sufficiente a comprare tecnologia e limitare il gravoso debito con l’estero (143 miliardi di dollari). Ma la Russia è anche trainata verso gli occidentali dall’ingresso nella Nato di quasi tutte le nazioni vicine, ieri Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, domani Lettonia, Lituania, Estonia, Slovacchia, Romania, Bulgaria. L’alternativa è un temibile isolamento. La svolta trova conferma nei due rilevanti fatti nuovi di questi giorni. Prima l’accordo per la riduzione delle testate nucleari, firmato da Bush e Putin. Poi l’associazione della Russia alla Nato, nel «Consiglio dei Venti» con la firma ufficiale ieri a Pratica di Mare. Le due intese, di vasta portata, obbediscono a interessi generali oltreché particolari. Senza un impegno comune tra russi e occidentali, sarebbe quanto mai arduo fronteggiare i massimi pericoli del nostro tempo, la propagazione del terrorismo, la proliferazione delle armi nucleari o biochimiche, la minaccia di conflitti sempre più estesi e catastrofici dal Medio Oriente all’Asia delle roventi frontiere indo-pakistane. L’indirizzo di Putin, però, non può significare semplice omologazione della società russa rispetto a quelle occidentali. L’eredità del potere totalitario, che per settant’anni ha decretato un modo di vita, non è ancora cancellabile. Né si può dimenticare l’antica peculiarità del mondo russo, per secoli asiatico se visto dagli europei ma europeo se visto dagli asiatici. Nelle scuole s’insegna da generazioni che la Russia, dopo aver sostenuto e assorbito l’urto dell’invasione tartara facendosi diga di protezione all’Europa, non poteva che risultare diversa dalle società occidentali. Questi argomenti, già illustrati persino da Puskin, vennero aggiornati e divulgati vent’anni fa da un suggestivo film di Andrej Tarkovskij, Zérkalo , cioè «Lo specchio» d’una identità introversa, risentita o divisa. E ora, come potrà cambiare la profonda Russia? Se Mosca sembra ormai una città dell’Occidente, lo storico slavista Richard Pipes avverte che non è affatto superato quello speciale orgoglio chiamato rusopjatsvo , teso da sempre a tradurre qualsiasi diversità in antagonismo. Considerevoli ceti, beninteso, apprezzano alcuni costumi occidentali e ne spregiano altri, a volte con ragione. Ma nel complesso, secondo ripetuti sondaggi d’opinione, le tradizionali ostilità o antipatie risultano persistenti e spesso anche maggioritarie. In un simile contesto, l’opera di Putin è ostacolata poi da interessi contrari ancora influenti come quelli dell’apparato militare, che pretende bilanci e arsenali esorbitanti rispetto alle risorse disponibili. Dunque la diplomazia intrapresa verso gli occidentali non sarà senza contraddizioni, né lineare. Del resto, già Viktor Sklovskij segnalava che la Russia per tradizione si muove come il cavallo sulla scacchiera: «Di fianco, perché la via diretta gli è preclusa». Eppure, in questo scenario internazionale il realismo politico tende a confortare, almeno per ora, le ragioni degli zapadniki , gli occidentalisti russi, pochi o molti che siano, eredi d’una cultura illustre come quella del perseguitato Andrej Sacharov, scomparso nell’89 insieme con il muro di Berlino. Contro l’apertura in atto, non c’è che l’alternativa insostenibile della chiusura in un «mondo a parte» sia pure chiamato «granderusso».
di ALBERTO RONCHEY
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