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Un convegno a Roma su Paolo Bufalini

Da: da Liberazione
Categoria: Articolo stampa
Nome remoto: 213.254.3.151
Data: 12 Jun 2002
Ora: 09:51:13

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Uno dei padri della «Terza Via»? Un precursore del «riformismo» diessino? Un grande amico sia dei cattolici (moderati) sia dei socialisti (craxiani)? E' possibile che Paolo Bufalini, dirigente storico del Pci scomparso da sei mesi, intellettuale di cultura classica (traduttore di Orazio), sia stato effettivamente tutto questo: insomma, una delle figure eminenti della destra del Pci. Certo, un uomo di notevole spessore politico e culturale - nulla di paragonabile agli opportunisti di piccolo cabotaggio di cui è zeppa la sinistra del presente. Ma, anche e soprattutto, un dirigente politico che oggi può essere compiutamente rivendicato, rivisitato, "riabilitato" dalla leadership ds, nonchè dalla sua ala più "ulivista". Così, ieri mattina (nella stessa giornata del 18esimo anniversario della morte di Enrico Berlinguer), il convegno promosso dalla rivista "Le ragioni del socialismo", svoltosi in una cornice di adeguata solennità istituzionale e introdotto da Emanuele Macaluso, ha celebrato la vicenda umana e politica di Paolo Bufalini. Folto e illustre il parterre: Ciampi, Andreotti, Napolitano, il cardinale Silvestrini, il leader ds Fassino, l'ex-ministro socialista Formica, Napoleone Colajanni ed esponenti di primo piano della Quercia come Salvi e Mussi. D'obbligo, rivolgere un occhio al passato e uno al presente. E infatti il segretario ds Fassino - dopo una forte autocritica sul partito unico Pci-Psi mancato nel '64, proprio quello voluto da Amendola e Bufalini - ha colto l'occasione per lanciare l'ipotesi di un nuovo riformismo, «oltre i confini del socialismo europeo»: oltre cioé quegli orizzonti «gradualisti», «antimassimalisti», moderati che furono tipici della destra comunista, o di quella sua ala che si declinava come "socialdemocratica". Un riferimento, implicito ma relativamente trasparente, al dernier cri del blairismo e del rutellismo, che colloca il segretario della Quercia in perfetta linea mediana tra Partito democratico e dalemismo.

Un "comunista italiano"

Non è detto, certo, dove e come si collocherebbe oggi uno come Paolo Bufalini. Certo non a fianco del movimento no global, lui che, dopo i '60, vide ogni movimento - e per esempio il Sessantotto - come il fumo negli occhi. Lui che ebbe al centro della su passione politica, come ha detto Macaluso, la «costruzione della democrazia repubblicana», la fondazione dello Stato postfascista e di una nuova coscienza civica. Lui che coltivò sempre, insomma, una opzione unitaria, forse organicista, nel rapporto tra il Pci e le altre grandi culture del paese, quella cattolica e quella socialista.

Interessanti, a questo proposito, le ricostruzioni divergenti di Rino Formica e Napoleone Colajanni. Per l'ex-ministro socialista, Bufalini ebbe il grande merito di essere un comunista «né anticattolico né antisocialista»: non solo fu negli anni '60 un precursore dell'unificazione tra Pci e Psi, ma vent'anni dopo, in pieno governo (ed era) Craxi, contrastò fortemente il "settarismo antisocialista" di Enrico Berlinguer, condivise una parte sostanziale dell'analisi del Psi sulla società italiana e assunse come valore positivo l'autonomia socialista. Per Colajanni (che si è soffermato anche per ragioni autobiografiche sull'esperienza siciliana di Bufalini), egli fu il vero ispiratore del milazzismo (l' "esperimento" isolano che produsse un governo regionale fondato sull'inedita alleanza tra Pci, Msi e transfughi della Dc, ndr), ma ebbe il limite di considerare il rapporto tra Pci e Dc - ma anche tra Pci e Chiesa cattolica - quasi come l'unica via possibile per costruire in Italia una democrazia più avanzata. In Bufalini fu dunque carente - se non assente - la dimensione della rottura: ciò che lo spinse a contrastare il divorzio, le tematiche dei diritti civili, il femminismo. Né certo è un caso che sia stato uno dei sostenitori più convinti del compromesso storico, nella sua forma più "pura" e strategica, proposta da Berlinguer all'indomani del golpe cileno. E che due terreni privilegiati del suo impegno furono, da un lato, il rapporto con la Chiesa - la revisione del Concordato - dall'altro la politica internazionale, dove - per citare le parole di Formica - si rivelò «un mediatore di alta classe diplomatica». Giudizio, quest'ultimo, che ha trovato in Giulio Andreotti un autorevole testimone. L'ex-Belzebù ha rievocato, tra l'altro, un episodio del '79: all'indomani dell'invasione russa dell'Afghanistan, si tenne una riunione dell'Interparlamentare, nella quale tutti i paesi non allineati, in testa il leader cubano Fidel Castro, premevano per una condanna resoluta dell'intervento brezneviano. Fu proprio Bufalini a escogitare una "brillante" soluzione di compromesso, con una formula che ribadiva il rifiuto di ogni invasione straniera di quel tormentato paese.

Politica e cultura

In ogni caso, l'«unità nazionale organica», alla quale Bufalini rimase fedele fino alla fine dei suoi giorni - fino a scontare negli ultimi tempi una discreta emarginazione dal gruppo dirigente - era quella legata ai partiti di massa che avevano costruito insieme la Costituzione repubblicana. E anche ai grandi poteri politici e spirituali, se così si può dire, della nazione italiana: le radici culturali di Bufalini, ricordate da Giorgio Napolitano, erano, ancora, quelle tipiche dei comunisti italiani. Lo storicismo crociano, i classici latini e soprattutto Orazio, Dante, Manzoni. Un biblioteca classica, raffinata, umanistica - lontana da ogni contaminazione con la letteratura della modernità, la sociologia, le ricera sulle trasformazioni del lavoro, dell'economia, del conflitto sociale. Ma forse fu anche per questo, non solo per l'autocensura linguistica, che Bufalini non arrivò mai a pronunciare la nozione di "riformismo" o ad esserne un teorico effettivo: una prospettiva di tipo socialdemocratico, per un "comunista italiano" come fu Bufalini, era forse davvero inimmaginabile, per quel che comportava, anche nella sua versione più moderata, di interesse classista e rappresentanza parziale.

Resta, comunque, insieme all'interesse storico e politico, la necessità di una «rivisitazione serena», equanime e rigorosa del passato, esente, tuttavia, da ogni tentazione revisionistica. Lo ha detto Macaluso, nella sua introduzione, polemizzando contro ogni riduzione della storia del Pci alla "Gladio rossa" o ai dossier Mitrokhin - con i revisionismi disinvolti, con le insinuazioni sull'antifascismo di Giaime Pintor. «Paolo Bufalini e Giorgio Almirante non sono la stessa cosa: non perché uno era di sinistra e l'altro di destra, ma perché il primo fu costruttore della repubblica e di una nuova coscienza nazionale, e l'altro vi si oppose», ha detto il direttore delle "Ragioni del socialismo" (che ha ricordato, tra l'altro, la sua recente "riabilitazione" di Mario Scelba). Un'impostazione e un approccio, si può dire, perfettamente "bufaliniani".

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