Da: Fausto Cerulli
Categoria: Commento generico
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Data: 02 Jul 2002
Ora: 14:53:47
In uno dei suoi ultimi scritti, dal titolo quasi diessino “meglio meno, ma meglio” un Lenin ormai prossimo a lasciarci in regalo Stalin previde in qualche modo l’attuale scenario internazionale. Naturalmente la previsione era condizionata da un lato dalla analisi rigidamente marxista, e dall’altro dalla ovvia sconoscenza di alcune apocalittiche variabili.
Scriveva Lenin, ed eravamo nel 1923: “una serie di paesi d'Oriente, Cina, India ecc., a causa dell’ultima guerra imperialista sono stati definitivamente gettati fuori dai loro binari: il loro sviluppo si è adeguato definitivamente allo sviluppo del capitalismo”. Come analisi di tendenza, possiamo dire che il nostro Lenin coglieva nel giusto. Leggiamo ancora.” D’altra parte tutto l’Oriente, con le sue centinaia di milioni di lavoratori ridotti all’estremo limite della sopportazione, è messo in condizioni tali che le sue forze fisiche e materiali non possono essere messe a confronto con le forze fisiche, materiali e militari di uno qualsiasi degli Stati più piccoli dell’Europa Occidentale”. Anche qui va sottolineata la intuizione circa la possibilità da parte dell’Occidente di sopperire ad una minoranza numerica con una sofisticata militarizzazione.
Lenin, a questo punto, esce lui dai binari, quando afferma con la sicurezza di un profeta disarmante “che la vittoria definitiva del socialismo è senza dubbio pienamente assicurata”. Dove risulta evidente che Lenin non faceva i conti con Giuseppe Stalin, che tanto si sarebbe adoperato per inguaiare il socialismo e le sue prospettive di vittoria.
Ma lo scritto di Lenin, va detto, ci riserva ancora alcune intuizioni degne di considerazione spassionata. Così quando rileva che “ il capitalismo stesso educa ed addestra alla lotta l’enorme maggioranza della popolazione del globo”. O quando, con l’opportunismo che distingue la sua battaglia contro gli opportunismi altrui, detta la tattica per il futuro della battaglia e per la vittoria sicura; si tratta, per la Russia che muove i primi passi comunisti, “ di resistere sino al prossimo conflitto armato tra l’Occidente controrivoluzionario imperialista e l’Oriente rivoluzionario e nazionalista”.
La parola d’ordine, compagni, è assai precisa: bisogna stare alla finestra, aspettare che imperialismo occidentale e nazionalismo orientale facciano i loro conti sanguinari; a quel punto, conclude il nostro, “sarà possibile passare da un cavallo all’altro, e precisamente dalla povera rozza contadina del mugik, dal ronzino dell’economia, adatto ad un paese contadino rovinato, al cavallo che il proletariato cerca e non può non cercare per sé, al cavallo della grande industria meccanica, della centrale elettrica del Volkhov, ecc.” A parte il tono un po’ marinettiano e futurista in senso letterario di questo sogno esasperatamente elettromeccanico ( ma il nostro, sia detto a sua scusante, non poteva prevedere le centrali nucleari, non era mica Nostradamus, era solo un rivoluzionario fin de siècle), mi sembra che lo scritto di Lenin meriti alcune riflessioni; per quello che dice e per quello che non dice, per quello che prevede e per quello che stravede.
Quanto a quello che dice, non so se altri studiosi nel 1923 siano stati in grado di prevedere con simile precisione il conflitto tra Occidente ed Oriente; basta sostituire al termine “nazionalismo” usato per l’Oriente quello di “fondamentalismo”, che è più in voga. Quanto all’imperialismo occidentale, sostituitelo con il termine che più vi aggrada, magari con la globalizzazione. Ma non muteranno, per il mutare dei nomi, i fatti sottostanti. Oggi lo scontro è tra Oriente e Occidente.
E qui, magari, volendo passare dal ronzino al cavallo, il nostro Lenin finisce per far cascare l’asino: secondo la sua analisi, lo scontro tra l’imperialismo occidentale e i nazionalismi orientali sarebbe stato uno scontro destinato a far trionfare il socialismo, in base al principio elementare che tra i due litiganti il terzo gode. Il nostro ha ben previsto i litiganti; ma non poteva prevedere che il terzo, nel frattempo, sarebbe decaduto e deceduto.
A meno che…. A meno che il socialismo non sia morto, si sia semplicemente ibernato nei ghiacci
Siberiani: e aspetti la fine dello scontro tra Bush e Bin Laden per risorgere dalle sue ceneri come l’araba fenice; la quale, come ognun sa, che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa.
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