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MORETTI, E ADESSO SPOSTATI

Da: dal Corriere della Sera
Categoria: Articolo stampa
Nome remoto: 213.254.3.151
Data: 06 Sep 2002
Ora: 16:23:15

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Quarant’anni dopo il Sorpasso , dobbiamo ringraziare il regista Dino Risi per un nuovo capolavoro, una battuta straordinaria, veloce come un Sorpasso , vera e cattiva come i Mostri , una frase abbagliante come un fulmine che ci libera da una ipocrita venerazione, da un oscuro biasimo finalmente trasformato in intelligenza critica: «Moretti, levati che devo vedere il film». Ecco, non sono poi tante le frasette, i libriccini, i film o le canzoni che bene hanno spiegato la nostra vita, che meglio hanno compreso la nostra generazione, quella per intenderci che sta tra Dino Risi e Nanni Moretti, tra la malinconia intelligente del Sorpasso e la tristezza supponente della Stanza del figlio. Sicuramente un lampo fu la battuta di Paolo Villaggio sulla Corazzata Potemkin «cagata pazzesca» perché ci liberò dallo «specifico filmico» e dunque dalla retorica dei cineclub. Più dolorosamente, l' Intervista storico filosofica del marxista Lucio Colletti ci fece evadere dai castelli fatati del marxismo. Allo stesso modo Vittorio Gassman ci mostrò i Brancaleone che eravamo. E, d'un tratto, tutto quello che oscuramente ci opprimeva si illuminò appunto nel Sorpasso di Risi, che ci indicava di che pasta erano fatti l'entusiasmo, la fragilità e la presunzione. Adesso, tra le intense stelle che hanno fugato le nostre ombre, tra le parole giuste che hanno aggredito le abitudini intellettuali e i pregiudizi che avevamo costruito più lucidamente e più faticosamente, proprio perché anticonformisti e rivoluzionari, insomma tra quei piccoli fatti che hanno svelato la grande storia c'è quest'altra invenzione di Risi, la frase che il grande regista ha pronunziato a Venezia: «Moretti, levati che devo vedere il film». Con i film di Nanni Moretti abbiamo tutti un legame di complicità, legame intellettuale, fatto di ideologia e di politica. E' un legame ambientale, di un tempo storico arredato con gli stessi quadri e gli stessi libri, animato dalle stesse sollecitazioni e dallo stesso gusto della vita. E tuttavia guardando un film di Moretti proviamo, sia pure inespresso, lo stesso fastidio di Risi: «Moretti è uno che si piace talmente tanto da occupare sempre lo schermo con un suo primo piano. Viene da dirgli: spostati, fatti in là che devo vedere il film». Basta dunque una frase come questa per liberare un'intera generazione da un imbarazzo, un sospetto, un peso misterioso. Dino Risi ha l'autorevolezza anagrafica, intellettuale e professionale per dire quello che la nostra complicità ci impedisce di esprimere. Risi scompone questa finta complicità basata sullo humus e non sulla ragione: una complicità calda è stata scomposta da un battuta fredda. Ironico, anticonformista non programmatico né per partito e neppure per progetto, anarchico metodologico, Dino Risi è stato quest'anno il grande vecchio del festival di Venezia, protagonista, come al solito, di una girandola di battute intelligenti e sapide: e sulla Loren mamma filmica; e sui cretini divertenti che sono migliori dei geni noiosissimi; e su Bossi e Berlusconi che a Hollywood sarebbero già soggetto cinematografico. L'ottantenne Risi si è innervosito solo dinanzi a un intervistatore, un suo quasi coetaneo giovanilista, sbracatamente alternativo e tuttavia ruffianesco. Di nuovo Risi gli ha detto quel che tutti stavano pensando e reprimendo: «Questa è una domanda del cazzo». Ma il nuovo capolavoro di Risi è quella frase su Moretti che andava forse inserita nella motivazione del premio, il Leone d'oro alla carriera, preso sì, ma con ironia: «Detesto i festival. Una volta per non andarci finsi di essermi rotto una gamba». Moretti ha un bel fare spallucce a tutto ciò che non si incontra con il suo umore, proprio come faceva quel D'Alema che non gli piace e al cui carattere sia lui che i suoi film somigliano davvero tanto. Moretti inseguiva D'Alema perché gli dicesse qualcosa di sinistra. Gliel'ha detta Risi. Se la porti in piazza il 14 settembre.

di FRANCESCO MERLO

© Corriere della Sera

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