[archivio/_borders/disc3_ahdr.htm]

Zingari, la storia siamo noi

Da: M. Revelli, da La Stampa
Categoria: Articolo stampa
Nome remoto: 213.254.3.151
Data: 06 Nov 2002
Ora: 14:33:02

Commenti

TRA SOSPETTI ED EMARGINAZIONE: UNA COMUNITÀ CHE ATTRAVERSA IL MONDO E NE RISPECCHIA LE CONTRADDIZIONI

6 novembre 2002

di Marco Revelli

«GLI zingari non hanno storia». È un luogo comune duro a morire questo, che persevera nel farci credere che «la storia siamo noi»: noi che viviamo al centro del mondo, noi modernizzati, civilizzati, acculturati.

Mentre «loro», forse perché collocati al margine di tutto, nel cono d'ombra che circonda le nostre metropoli, là dove il tessuto urbano si perde e accumula i propri rifiuti, loro sono «fuori della storia».

Tutt'al più, si può concedergli di rappresentare un pezzo di passato sopravvissuto al trascorrere del tempo. L'icona (nobile o patetica, a seconda dei gusti) di una tradizione estinta, in un mondo che vive invece di movimento e di superamenti.

Folklore, non certo presenza «nel mondo», e neppure «testimonianza» del mondo. Così, nella lotta tra Identità e Storia, lo zingaro pare destinato irrimediabilmente a soccombere.

Imprigionato nella propria immagine ferma nel tempo, con i volti antichi, gli abiti uguali da sempre, come i riti, i costumi, le credenze (un'identità, appunto, congelata e incomunicabile), può tutt'al più rappresentare ciò che non è più, non certo mostrare un qualche presente plausibile.

Da lui si può trarre timore, o disprezzo, o anche un qualche interesse estetico (l'ultimo residuo di esotismo nell'universo del conosciuto), ma non certo - si è convinti - «imparare» qualcosa. Eppure, basta varcare anche per una volta soltanto il confine (invisibile ma coriaceo, segregante) di un «campo nomadi» per accorgersi di quanto sia falso quel luogo comune.

Di quanta «storia» contemporanea, terribilmente viva (corporeamente attiva) si annidi tra le baracche e le roulotte fatiscenti. L'ho percepito per la prima volta a Torino, al campo dell'Arrivore - vicino alle Basse di Stura -, quando passando da un gruppo all'altro nel tentativo di farmi un'idea della loro vita là dove si pensa che la vita non sia sopportabile, ascoltando brandelli di conversazione e di biografie famigliari, ho sentito passare nell'aria nomi stranieri eppure consueti, «luoghi» terribili eppure famigliari: Mostar, Srebreniza, Sarajevo...

Erano molti, lì, i profughi di Bosnia per i quali ciò che per noi era solo cronaca feroce di una guerra civile lontana - qualcosa che si leggeva sui quotidiani o nel telegiornale della sera, e poi si voltava pagina o si cambiava canale - era stata invece esperienza quotidiana, paura, perdita di cose e parenti, dolore fisico, infine fuga.

Remzjia - autorevole e dignitosa come una regina - mi aveva raccontato, allora, come ogni anno ritornasse alla sua terra, nei dintorni di Srebreniza, a verificare la possibilità di un ritorno - a misurare la temperatura dell'odio -, dopo aver assistito alla dissoluzione di quella comunità, e aver visto gli amici di ieri diventare in pochi mesi nemici mortali, ritornando ogni volta indietro a mani vuote.

Un'altra donna mi aveva parlato del ponte di Mostar spezzato, di quel simbolo dell'inimicizia assoluta, come si parla del proprio paesaggio di casa, di qualcosa che si guarda ogni giorno, affacciandosi alla finestra. E altri ancora raccontavano delle miniere di Prijedor - l'epicentro della pulizia etnica -, e delle gallerie da cui era stato strappato il carbone, trasformate prima in fosse comuni, per nascondervi le vittime dei tre lager costruiti nei dintorni, poi in discariche per rifiuti industriali provenienti dall'Europa occidentale, soprattutto dalla Germania e forse un po' anche dall'Italia.

A Tor de' Cenci, invece, nella periferia nord-occidentale di Roma, erano stati «stoccati» i rom della «repubblica srbska», l'enclave serba sopravvissuta in territorio bosniaco, prima accolti come ospiti d'onore - finché la vicenda dell'ex Jugoslavia aveva tenuto le prime pagine dei giornali -, poi dimenticati e abbandonati nel fango e tra i liquami.

Nei loro discorsi, il racconto delle feroci battaglie notturne combattute dentro le roulotte per difendere i figli dall'assalto dei topi, che rosicchiavano il morbido polistirolo delle pareti e penetravano nei letti, s'intrecciava con le notizie frammentarie sulla loro fuga, quando i serbi di Krajna, minacciati dalla pulizia etnica, si riversarono nella loro terra e, armi alla mano, occuparono da padroni le case dei rom, cacciandone gli abitanti e minacciandoli di morte.

A Mestre, poi, avevo incontrato i rom kosovari, strani, diversi da tutti gli altri perché completamente stanzializzati, e trasformati da più di trent'anni di «integrazione» sotto Tito in operai di fabbrica. Cercavano anche lì, negli interstizi del Nord-Est, un lavoro in qualche industria, e raccontavano di come - quando si erano addensate le nubi della guerra civile - per loro, che di guerra non vogliono saperne (l'unico popolo che non ha mai fatto guerra a nessun altro popolo, né occupato il territorio di qualcuno), non era rimasta altra alternativa che «sollevarsi nell'aria», come avevano fatto per secoli i loro antenati, e lasciarsi portare via dal vento di tempesta.

Aggiungevano anche che ora, dopo che la guerra aveva scavato i propri solchi inguaribili, ritornare indietro non era più possibile perché entrambi i contendenti li odiavano, e rinfacciavano loro di non essersi «schierati». Né le «lezioni di storia» imparate nei campi erano finite lì.

Altri mi avevano raccontato la crisi dei regimi socialisti dell'Est europeo, la geografia politica della Romania dopo Ceausescu, le forme della crisi sociale con l'odio etnico che ritornava insieme con l'insicurezza economica a strutturare nuove «comunità maledette» animate dal rancore, i comportamenti delle minoranze linguistiche concorrenti e ostili al confine ungherese.

E Jonko, l'interprete del gruppo di rom rumeni che naufragarono nella periferia di Torino tre anni or sono, ex tecnico nucleare riconvertito in carpentiere e in meccanico, una sera fredda, davanti al fuoco, mi raccontò di come in pochi anni, tra il 1940 e il 1945, Hitler aveva cancellato le comunità rom di mezza Europa, con una radicalità non minore di quella riservata a quelle ebraiche.

Non so quale possa essere il senso di quelle esperienze, e varrebbe la pena discuterne più a lungo. Ma certo da esse esce a pezzi il pregiudizio secondo cui «la storia siamo noi» - noi che la storia la vediamo solo, ogni sera, dietro lo schermo del televisore, senza sentirne l'odore e il dolore -, mentre loro ne sarebbero fuori - loro che della storia sono la materia prima, e che la storia la conoscono come il legno conosce il fuoco che lo brucia, e sono tra i pochi che questa nostra storia contemporanea possono raccontarla, perché sono i frammenti umani che essa quotidianamente trita.

Beppe Rosso, nel presentare il suo spettacolo Seppellitemi in piedi, ha detto che il rapporto con il mondo degli «zingari» forse non riuscirà a farci conoscere molto di loro, ma sicuramente potrà farci conoscere molto di noi stessi. Dei nostri pregiudizi. Della loro fragilità, di fronte alla prova della condivisione. Soprattutto della povertà del nostro sguardo. Della nostra incapacità di guardare gli altri (di «vederli») come pretendiamo invece che gli altri guardino noi (e si adeguino a noi). E di guardare noi stessi con lo sguardo degli altri: d'immaginare, in qualche modo, come gli altri ci vedono.

Quella stessa mancanza di sguardo, d'altra parte - inescusabile per una società di voyeur, che ha fatto del «guardare» il proprio passatempo preferito -, che ci ha condotti, appunto, oggi, a brancolare, come l'imperatore cieco di Kurosawa, sull'orlo dell'abisso.

[archivio/_borders/disc3_aftr.htm]