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Scienziati sotto il segno del dubbio

Da: da Il Corriere della Sera
Categoria: Articolo stampa
Nome remoto: 213.254.3.151
Data: 13 Nov 2002
Ora: 09:44:58

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Scienziati sotto il segno del dubbio

di CLAUDIO MAGRIS

Alla fine della Vita di Galilei , il grande dramma di Brecht, il protagonista grida: «Se gli uomini di scienza si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre e le vostre nuove macchine non saranno fonte che di nuovi triboli per l’uomo. E quando, con l’andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall’umanità. Tra voi e l’umanità può scavarsi un abisso così grande che, un giorno, a ogni vostro eureka rischierebbe di rispondere un grido di dolore universale...». A lanciare quest’allarme è Galileo, lo scienziato per eccellenza, il simbolo stesso della ricerca scientifica, che tutto il dramma brechtiano celebra contro l’oscurantismo che vuole soffocarla, contro ogni dogmatismo e ogni servile e compiaciuto inchino all’irrazionale. La scienza - o meglio certi atteggiamenti degli scienziati - possono essere criticati solo in nome della scienza stessa e senza tradire la sua logica. Oggi invece essa è aggredita da una stupida ondata irrazionalista. Forse per reazione al suo potere - e a quello tecnologico - dilagano una fumisteria superstiziosa, vagamente e falsamente spiritualeggiante, una paccottiglia magico-esoterica che ricorda quella scatenatasi alla fine del mondo antico, epoca per tanti versi simile a quella che stiamo vivendo. La fiducia nella ragione e nel progresso viene assalita da un apocalittico catastrofismo ecologista che, prendendo le mosse da reali e crescenti preoccupazioni fondate su reali motivi, le affronta e le svisa in chiave eccitata, misconosce il merito avuto dalla tecnica nel lenire tanti mali e miserie dell’umanità e vagheggia una pretesa natura autentica violata dall’artificio tecnologico. Ciarpame paranormale viene propinato a ogni piè sospinto, ma i buttacarte indovinano il passato e il futuro dei gonzi con formule vacue che dicono tutto e niente; oroscopi vengono consultati come laboratori e miracoli iterati come spot televisivi; l’occultismo si accompagna a profezie sempre smentite e sempre riadattate come chewingum. Pochi credono in Cristo ma molti alle madonne di legno che piangono e alle nuvole che assumono il profilo di padre Pio; quasi tutti si vergognano di pregare, ma non di chiedere al primo che capita di che segno astrologico sia. I parapsicologi si guardano bene dall’accettare la sfida di Silvan, il grande prestigiatore, a compiere le loro magie in sua presenza, timorosi di veder svelati i loro trucchi, ma non perdono credito, in un coro solidale di imbroglioni e imbrogliati. Scemenze come satanismo e messe nere ricevono un’attenzione che sarebbe bene dedicare piuttosto alla lettura di Kant o del Vangelo o anche di piacevoli romanzi polizieschi. Tuttavia le preoccupazioni per ciò che succede e potrebbe succedere nel mondo sono reali, anche se spesso vengono espresse in forma scorretta o esaltata. Con buona pace degli ecologisti, tutto è natura, combinazione di elementi, le colline toscane come i deserti di Plutone, i profumi dei fiori come il lezzo dei tubi di scappamento. Resta tuttavia il fatto che certe condizioni della natura sono propizie alla nostra specie e altre no, che di inquinamento e di esplosioni atomiche si può morire e che, anche, ad essere minacciata non è la natura ma solo la nostra specie o molti suoi esemplari - ciò è sufficiente motivo di preoccupazione e a preoccuparsene dovrebbero essere anche - o grazie alla loro competenza e responsabilità, soprattutto - gli scienziati. Pure il progresso scientifico e tecnologico deve essere oggetto di critica razionale; se è invece oggetto di cieca e intollerante fede, non è più scienza. Lo sviluppo scientifico e tecnologico solleva, nel suo corso, problemi ed anche pericoli, ed è progresso solo se, continuando a procedere, ritorna al contempo di continuo sui suoi passi per superare, con gli strumenti da esso elaborati, quelle insidie create dal suo cammino. L’inquinamento esiste, il traffico pone difficoltà reali, la bioingegneria può modificare l’umanità in misura insospettata, il divario tra ricchezza e miseria può assumere dimensioni spaventose. L’uomo comune è legittimamente angosciato dalle prospettive che crede vagamente di intavvedere; teme che le centrali atomiche esplodano, vede incombere dovunque nubi di diossina e pone domande. È facile agli scienziati - dai fisici ai biologi agli economisti - rispondere con sussiego a quelle domande formulate spesso ingenuamente e goffamente, sciorinare tutti i rimedi previsti, elencare le misure di sicurezza ignote all’uomo della strada, spiegare come e perché è assai improbabile che una centrale nucleare salti in aria. Ma quelle rassicurazioni talora supponenti rischiano di essere assai poco scientifiche e di diventare un oppiaceo che ottunde l’attenzione razionale alla realtà. È legittimo difendere nel complesso il nucleare, ma è irragionevole e dogmatico negarne le possibili implicazioni terribili, come se paventare che possa succedere un disastro fosse solo frutto di ignoranza. Qualcosa invece ogni tanto purtroppo succede: Chernobyl, le radiazioni in Giappone, il cianuro nel Danubio, i morti di Seveso e di Marghera, gli allarmi del «padre» di Dolly. È poco scientifico scordare che esistono pure l’incidente imprevedibile, la fragilità dell’essere umano, una macchina che si deteriora o che vi possano essere, nel caso delle manipolazioni genetiche, sviluppi e conseguenze che forse oggi la scienza non è in grado di prevedere e che essa, se è vera scienza, deve rendersi conto di non essere forse ancora in grado di prevedere. È a questo tema che è dedicato l’interdisciplinare convegno triestino di questi giorni. Mai come oggi gli scienziati sono chiamati a esercitare il dubbio scientifico, fare della scienza pure nei confronti del loro lavoro, e ad interrogarsi sulle conseguenze e sul senso del loro lavoro. Talora sembrano riluttanti a farlo, prigionieri di un fideismo non meno ottuso di quello degli inquisitori di Galileo. In uno smilzo e forte volume uscito in questi giorni - che nell’incisiva chiarezza della sua sobria prosa rivela tutta la forza letteraria che può avere il linguaggio scientifico - Roberto Finzi studia il caso Majorana inquadrandolo in questa problematica, ancora più affascinante del giallo che circonda la sua misteriosa fine ( Ettore Majorana. Un’indagine storica, ed. di Storia e Letteratura). Finzi, come dice egli stesso, non ha alcun nuovo elemento che possa avvalorare, sul piano dei fatti, l’una o l’altra congettura sulla sorte del grandissimo fisico così enigmaticamente scomparso - suicidio, ritiro in convento come ipotizzato da Sciascia, fuga in Argentina per iniziare un’altra vita e un’altra, più modesta attività, il lavoro di ingegnere. Finzi ripercorre l’esistenza di Majorana, il suo eccezionale, anomalo e inquietante genio scientifico, la sua scontrosa e talvolta scostante solitudine, la sua iniziale forte ammirazione della Germania nazista, i suoi rapporti con gli altri grandi scienziati, la sua profonda, pessimistica convinzione dell’insignificanza di ogni azione e soprattutto i suoi dubbi sulla strada che stava imboccando la scienza, la grandissima fisica di quegli anni. Finzi avanza l’ipotesi (valutando ogni elemento che può suffragarla o negarla) che la crisi e la scomparsa di Majorana siano dovute alla sua intuizione degli esiti tremendi cui avrebbe condotto la ricerca fisica di quegli anni (soprattutto, ma non solo, la bomba atomica) e alla sua decisione di doverla, per questo, abbandonare, come farà un altro grande fisico di quella generazione, Rasetti. Il caso Majorana sarebbe quasi un’anticipazione di quella drammatica autocritica degli scienziati dinanzi all’apocalisse atomica, che ha ispirato tanta letteratura (forse assisteremo a qualcosa di analogo, nei prossimi anni, dinanzi alle conseguenze dell’ingegneria genetica). Si tratta di un’ipotesi, non più e non meno dimostrabile di quella di Sciascia o di altri, ma umanamente e culturalmente più affascinante. È comunque inoppugnabile e inquietante che, come dimostra Finzi, la comunità scientifica - i grandissimi scienziati di quegli anni e di quel gruppo - si sia affrettata ad attribuire l’autocancellazione di Majorana a grave depressione psichica o a crisi mistica, nell’inconsapevole e dogmatica convinzione che un grande scienziato può diventare matto o indulgere a stranezze aliene ai suoi colleghi, ma non mettere in discussione il senso e le conseguenze della scienza. È invece proprio questo che fa, che deve fare ogni scienziato, se non vuole assomigliare a chi assicura che, in ogni caso, nella seconda settimana del mese i nati sotto il segno dell’Ariete avranno un soddisfacente incontro sentimentale.

© Corriere della Sera

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