Da: da Il Riformista
Categoria: Commento generico
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Data: 19 Jan 2003
Ora: 14:27:25
GRANDI RIFORMISTI 1. IL CURIOSO DESTINO DI UN PRECURSORE
Bernstein, il padre nobile senza figli Nessuno si richiama alla sua eredità
Primo socialista a riconoscere che le libertà liberali sono dei fini, non solo dei mezzi
Strano destino, quello di Eduard Bernstein. Non un leader dell'Internazionale socialista si è richiamato esplicitamente alla sua eredità. Neanche Helmut Schmidt, che pure negli anni Settanta giunse a dichiarare che esisteva una sorta di affinità elettiva fra la politica riformatrice della socialdemocrazia europea e l'"ingegneria a spizzico" teorizzata dal liberale Karl Popper nella Società aperta e i suoi nemici. Eppure, una volta tanto, la Storia ha emesso una sentenza inequivocabile: ha "sterminato" tutte le versioni dell'Idea socialista, eccetto una: quella di Bernstein, per l'appunto. La quale è così sintetizzabile: il socialismo è l'erede storico del liberalismo, essendo il suo obiettivo l'universalizzazione della libertà dei moderni. Certamente, la libertà dei moderni era nata classista: era, al fondo, la libertà dei proprietari, poiché – così aveva sentenziato Benjamin Constant – solo la proprietà rendeva effettivamente liberi. Ma, altrettanto certamente, il crescente potere dei "moderni tribuni della plebe" – sindacati e partiti operai – e la continua crescita della ricchezza materiale rendevano possibile il superamento della natura classista della libertà liberale. Pertanto, anziché attendere, il rovesciamento violento del mondo rovesciato, come predicavano indefessamente i rivoluzionari, il movimento socialista doveva lavorare per allargare progressivamente il perimetro borghese dello Stato liberale. Di qui l'invito che Bernstein rivolse, nell'opera che sarebbe passata alla storia come la "Bibbia del revisionismo" – I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia – ai suoi compagni di partito di riconoscere che le libertà liberali non erano solo dei mezzi, ma, anche e soprattutto, dei fini; e di riconoscere altresì che la rivoluzione era un mito, al tempo stesso accecante e pericoloso. Accecante, perché generava l'illusione del salto magico dal regno della necessità al Regno della libertà; pericolosa, poiché, alimentando la convinzione che la violenza era la levatrice della storia, tendeva a trasformare la lotta di classe in guerra di classe. In aggiunta, Bernstein ebbe il coraggio di attaccare frontalmente la retorica dominante nella Spd, tutta centrata sulla esaltazione acritica delle virtù proletarie e sulla demonizzazione della borghesia, e di dichiarare che alla socialdemocrazia occorreva un Kant che richiamasse una volta per tutte in giudizio lo scolasticismo di partito e lo sottoponesse al vaglio rigoroso della critica; un Kant che mostrasse che il socialismo era un'idea regolatrice, non già, come pretendevano i custodi dell'ortodossia marxista, una necessità storica, e che, pertanto, esso doveva essere concepito come un riformismo permanente. Donde lo slogan con il quale Bernstein sintetizzò il suo messaggio: «Quel che comunemente si chiama obbiettivo finale del socialismo è nulla, il movimento è tutto». Una siffatta idea del socialismo – come movimento di riforme politiche e sociali avente come obiettivo storico il passaggio graduale dalla "società dei sudditi" alla "società dei cittadini" – era una novità sconvolgente, alla fine del XIX secolo. La Seconda Internazionale, fondata nel 1889, era dominata dalla versione del marxismo formulata e propalata da Karl Kautsky. Questi, pur non perdendo occasione per polemizzare con quanti – blanquisti, anarchici, sindacalisti rivoluzionari – intendevano rilanciare la "guerra di movimento", sempre si era tenuto ancorato al pilastro della strategia marx-engelsiana: il rifiuto di qualsivoglia ipotesi riformista legato alla convinzione, che si voleva rigorosamente scientifica, che il destino del capitalismo era irrimediabilmente segnato. Di qui la sua celebre definizione della Spd: «Un partito rivoluzionario, non già un partito che fa le rivoluzioni». La quale si basava sul seguente ragionamento: «Noi sappiamo che il nostro fine può essere raggiunto soltanto per mezzo di una rivoluzione, ma sappiamo che è altrettanto poco in nostro potere fare questa rivoluzione, quanto è in potere dei nostri avversari di impedirla. Perciò noi non pensiamo affatto a provocare o preparare una rivoluzione. E poiché non possiamo fare una rivoluzione a nostro arbitrio, non possiamo dire alcunché a proposito di quando, in quali circostanze e in quali forme la rivoluzione avrà luogo. Noi sappiamo che la lotta di classe fra borghesia e proletariato non terminerà fino a quando quest'ultimo non arriverà al pieno possesso del potere politico, di cui esso si servirà per costruire la società socialista. Sappiamo che questa lotta dovrà diventare sempre più ampia e sempre più intensa, che il proletariato cresce sempre di più in numero e forza morale ed economica, che perciò la sua vittoria e la sconfitta del capitalismo sono inevitabili, ma possiamo fare soltanto ipotesi vaghe sul quando e sul come saranno combattute le ultime decisive battaglie di questa guerra sociale». Insomma, a giudizio di colui che sarebbe stato definito il "Papa rosso", il Partito socialdemocratico nulla doveva concedere al Sistema, bensì attendere la fatidica "ora X"; dopo di che, esso avrebbe assunto il potere e lo avrebbe usato per sostituire l'economia di mercato con il piano unico di produzione e di distribuzione; il quale avrebbe, sì, sacrificato la libertà, ma, in cambio, avrebbe garantito l'eguaglianza e la solidarietà. Stando così le cose, si capisce agevolmente perché la revisione del marxismo di Bernstein era destinata a suscitare una violenta reazione di rigetto da parte di coloro – ed erano i più – che concepivano il socialismo come una alternativa globale alla civiltà liberale, non già come una correzione in senso democratico delle sue istituzioni. Gli ortodossi ebbero la meglio e Bernstein e i suoi seguaci furono a mala pena tollerati nel seno della socialdemocrazia europea. Ma il peggio doveva venire. Quando il Partito bolscevico si impossessò del potere con quel fortunato golpe passato alla storia come la Rivoluzione d'Ottobre e proclamò alto e forte che era iniziata l'era della rivoluzione proletaria, che si sarebbe immancabilmente conclusa con l'annientamento del capitalismo e del liberalismo, i riformisti à la Bernstein furono bollati come traditori della classe operaia e oggettivi complici dello sfruttamento perpetrato dalla borghesia in nome della libertà di commercio. Solo quando le "dure repliche della storia" incominciarono a incrinare la granitica fede nelle virtù taumaturgiche della violenza rivoluzionaria e dell'economia pianificata il revisionismo di Bernstein fu rivalutato. Ma surrettiziamente, quasi che i socialisti si vergognassero di riconoscere che la storia aveva dato ragione a colui che aveva avuto il coraggio dissacrare la mitologia marxista e la lucidità di vedere che il movimento socialista era destinato a ripetere gli errori e gli orrori della Rivoluzione giacobina. Eppure, che cosa è stata la costruzione dello Stato sociale – la più benefica rivoluzione culturale della storia dell'umanità, secondo Ralf Dahrendorf –, se non la realizzazione del modello di socialismo liberale disegnato da Bernstein? E che cosa rende, oggi, il capitalismo europeo moralmente superiore al capitalismo americano, se non, per l'appunto, il sistema di protezione sociale ideato e creato dalla socialdemocrazia precisamente a partire dal momento in cui essa si è convertita al riformismo? Il che, poi, significa che aveva visto giusto François Fejto quando, quarant'anni fa, affermò che i partiti dell'Internazionale socialista, a dispetto del fatto che si dicevano marxisti, avevano, di fatto, imboccato la via indicata da Bernstein.
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