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PROSPETTIVE DEL SOCIALISMO: Riformismo impreparato

Da: da la Gazzetta politica
Categoria: Articolo stampa
Nome remoto: 213.254.3.151
Data: 14 Feb 2003
Ora: 16:36:41

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Riformismo impreparato

Continua la discussione sulle prospettive del socialismo. Da Marchesini riceviamo e volentieri pubblichiamo

Perché le socialdemocrazie sono moribonde? Il dibattito sulla sinistra aperto da La Gazzetta Politica manca a mio avviso, finora, di qualunque esempio concreto sull'esaurimento (o sulla vitalità) di quella che con sprezzo della moda il giornale chiama "spinta propulsiva" del socialismo democratico. Tutti i contributi assumono infatti come dato, anziché come problema, quello della identità socialista e della dialettica destra-sinistra. Nel momento stesso in cui paiono voler ridisegnare dei confini, continuano a maneggiare le etichette della storia del Novecento europeo. Dalla tradizione popolare, a quella socialista a quella liberale, e poi i conservatori e poi i progressisti come se avessero appena bisogno di un lifting (Porto Alegre? O magari Blair?) e non occorresse invece - come occorre - far saltare un tavolo i cui giocatori sono morti. Del resto, non è una novità: chi ha girato per le sezioni Ds negli ultimi due anni, chi è stato a Pesaro o ne ha letto i resoconti sulla stampa ha sentito solo parole che avrebbe potuto udire ai tempi di Turati, o al massimo di Brandt: massimalisti, riformisti, socialdemocrazia. La miglior prova che la sinistra è al tappeto e che forse, per uscire dal Novecento come auspica Manacorda, bisogna cancellarne le secolari chiavi di lettura, la stessa identità storica tenendo fermo solo il motto: "contro le ingiustizie, gli sfruttamenti, le povertà".

Le urgenze del mondo Le parole trite e svuotate, purtroppo, hanno davvero un senso per definire l'area "socialdemocratica" italiana: ma non descrivono affatto le urgenze del mondo entrato nel terzo millennio. Nell'autunno 2001 i militanti Ds hanno votato il segretario: la pancia diceva Berlinguer, la penna ("per non dividere il partito, perché quello è il centro") ha scritto Fassino. Oggi la piazza grida Cofferati e i "riformisti" sembrano alle corde. Dietro questo siparietto apparentemente provinciale si consuma invece un dramma storico non solo italiano, ma europeo: la sinistra del dopo Berlino, del dopo Tangentopoli, del dopo Maastricht, ha capito che deve mutare pelle ma non ha gli strumenti culturali per farlo. Non solo i postcomunisti, ma anche i "socialisti democratici" storici sono impreparati, se possibile ancora di più: perché le due tradizioni avevano in comune un paradigma di fondo, più sedimentato e pregnante perfino delle diverse scelte strategiche democratiche o sovietiche. Un paradigma che ora mostra la corda in Italia e in Europa, e che ha segnato a sinistra le idee di welfare state, di politica internazionale, di istituzione rappresentativa. Oggi l'ala cofferatiana e conservatrice si fa forte di questo paradigma, perché ciò che è conosciuto viene assorbito più facilmente dall'opinione pubblica.

Fassino, D'Alema, Morando, Boselli, ogni tanto vorrebbero spiegare a questa gente che sbaglia: ma mancano loro le parole per dirlo. Pronunciano discorsi che sono i timidi tentativi di chi lascia un tetto senza averne trovato un altro. Esempio: alla demagogia di correntone, no global e Rifondazione (Bertinotti non è un comunista, ma un "socialdemocratico estremista" secondo l'ottima definizione di Amato) sull'intervento in Kosovo e in Afghanistan i "riformisti" non hanno risposto mai davvero nel merito. Ho udito Morando affermare addirittura che (sigh) "l'Italia deve prendere posizioni adeguate a un paese industrializzato"! E l'allora premier D'Alema ci spiegò che era un dovere "rispettare i patti Nato". Parole che dipingono le scelte interventiste, agli occhi di chi è già diffidente, come un misto di realpolitik e squallido cinismo. Nessuno tra i dirigenti "socialdemocratici" si è davvero speso per dare corpo all'unica grande operazione culturale da attuare in questo caso: e cioè quella di costringere il popolo della sinistra a una discussione approfondita sulla necessità delle ingerenze umanitarie. Il motivo è semplice: farlo significava buttare a mare le radici della propria storia. All'inizio del decennio scorso la stessa reticenza ha emarginato Alex Langer e Adriano Sofri, che soli portavano sulla stampa "socialdemocratica" la voce degli abitanti di Sarajevo, pronti a invocare le bombe americane contro i cecchini e la "Grande Serbia" etnica.

Il silenzio della sinistra La nostra sinistra, coi pacifisti della stessa pasta di quelli che nel 1938 erano a Monaco, tacque anche sui kosovari segregati da anni prima della "soluzione finale", sui talebani che arrestarono la commissaria europea Emma Bonino. E così gli elettori "socialdemocratici" più giovani, in Italia, hanno spesso continuato a votare D'Alema e ad andare alle manifestazioni di Gino Strada, come se si trattasse di sfumature, di tensioni più ideali o più realistiche, e non di opposte visioni del mondo - e Massimo D'Alema e gli altri lo hanno permesso giocando con cieca opportunità tattica. Tra l'altro, per ragioni storiche i ragazzi italiani di sinistra sono assai più dogmatici e meno laici di quelli impegnati a destra: e questo è un altro limite alla discussione.

Così è accaduto che in un liceo di Firenze Gino Strada e Jovanotti potessero indottrinare gli studenti gridando "pace-pace" contro i perfidi americani (perfidi come il giudeo dei catechismi preconciliari: e vedo che il teorema delle giudaicoplutocrazie di mussoliniana memoria sbuca a sinistra da tutti i pori), mentre la povera Khalida Messaoudi, che rischia la vita tutti i giorni nell'Algeria dei fondamentalisti, tentava invano di spiegare che c'è differenza tra pacifismo complice dei massacratori e nonviolenza gandhiana: non ha avuto a disposizione né le televisioni Rai e Mediaset, né la stampa "socialdemocratica" per farsi conoscere (chi è più "mediatico": Strada o Berlusca?). Così accade che oggi a Porto Alegre si parli di guerra neoliberista e strapotere americano: ma nessuno dei portavoce del movimento si è battuto insieme ai nonviolenti radicali per l'unico obiettivo che negli anni Novanta abbia tentato - con parziale successo - di dare strumenti al diritto internazionale limitando l'arbitrarietà dell'uso della forza e mettendo in scacco gli Usa: e cioè il Tribunale Penale Internazionale. Ciò che manca alla sinistra europea è un progetto qualunque per riformare le istituzioni mondiali, a partire dall'Onu, in modo che siano capaci di promuovere pace e democrazia non disgiunte dalla giustizia.

Al traino della storia Il socialismo democratico è moribondo, insomma, perché non ha uno straccio di idea su come garantire le libertà politiche e civili ai cittadini del pianeta (miliardi) che non le hanno. Perché da decenni non traina la Storia, ma se ne fa trainare. Altro esempio: l'economia. La sinistra (come ha fatto in campo internazionale per il Kuwait), continua a riconoscere in ritardo ciò che "era giusto": vedi la finanziaria Amato del 1992. Vedi la necessità di una riforma delle pensioni. Oggi oscilla tra la consapevolezza che il mercato del lavoro va liberalizzato e i fumi manichei del "neoliberismo" no global. Curioso il modo in cui dai movimenti viene usata la parola "liberismo": in Italia, liberisti furono Luigi Einaudi, don Sturzo ed Ernesto Rossi, proprio coloro che si battevano contro i privilegi della grande industria e delle clientele, e che avevano previsto in anticipo il tracollo finanziario. La realtà è che nel paese di comunisti, democristiani e fascisti la strada della sinistra (e destra) liberale, quella non corporativa, è stata anche culturalmente fatta fuori: nessun giovane conosce i Rosselli, Rossi, Calamandrei, Salvemini, Chiaromonte. Negli anni Cinquanta Rossi denunciava un sindacato alleato ai grandi gruppi contro gli indifesi paria della piccola impresa, i giovani, i disoccupati del sud: parole che suonano attuali, come attuali suonano quelle di chi - denunciato come un "liberista selvaggio" - propone di tagliare le pensioni di anzianità non per "darwinismo sociale", ma appunto per il contrario, per ragioni di sociale "giustizia", cioè ragioni di sinistra che un riformismo conservatore non sa vedere.

Allora la demarcazione non sta forse più nemmeno tra destra e sinistra: ma tra corporativismo (assistenza servile alla Fiat, abbandono della sovranità parlamentare per appaltare le decisioni alla "concertazione" tra lobby) e democrazia liberale. Ancora: oggi si cavalca la tigre di una corporazione strapagata, come quella dei magistrati, perfino quando si oppone alla separazione delle carriere (vecchia battaglia di Calamandrei e comunque riforma accettabilissima, altro che sovversione antidemocratica) o al riconoscimento della responsabilità civile. Sembra che nessun Tortora, nessun Sofri, nessun carcere con la metà dei detenuti in attesa di giudizio stretti come sardine valga da monito. A questo punto forse è ora di riascoltare Il gorilla di Brassens e di De André. Al socialismo democratico, posso garantirlo a Manacorda, non basterà pensare in digitale: se non saprà ritrovare nelle urgenze dell'oggi quella strada antiproibizionista e liberale i cui padri riconosce sempre, ahimè, troppo tardi e troppo superficialmente perché serva a qualcosa.

( Matteo Marchesini)

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